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Gallo e Scalise, l’assoluzione sui terreni e una storia giudiziaria tra ’ndrangheta, omicidi ed ergastoli

Il Tribunale di Lamezia assolve entrambi dalla contestazione sulla presunta intestazione fittizia dei beni. La loro storia giudiziaria racconta anche quattro omicidi in pochi anni all’ombra delle cos…

Pubblicato il: 06/10/2026 – 23:06
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME «Il fatto non sussiste», e per qualche ora la storia pare ricominciare da lì, come se si potesse quasi riscrivere. Una sentenza che riguarda un terreno, un successo in tribunale, non può oscurare anni di sangue e di drammi. Già perché alle spalle di Marco Gallo e Luciano Scalise non ci sono soltanto faldoni, sequestri o ipotesi patrimoniali ma uomini uccisi, famiglie condannate a vivere nel dolore, processi arrivati fino alla Cassazione e condanne definitive. I due – assistiti dagli avvocati Antonello Mancuso, Francesco Siclari e Antonio Larussa – sono stati assolti dall’accusa relativa alla presunta intestazione fittizia di alcuni beni. È una sentenza piena e va rispettata fino in fondo. Ma raccontarla senza ricordare chi sono giudiziariamente i due uomini significherebbe fermarsi alla superficie di una vicenda molto più lunga e molto più cupa.

Tre ergastoli, tre uomini uccisi

Per ricostruire la storia giudiziaria di Marco Gallo bisogna tornare indietro di quasi dieci anni e mettere in fila nomi, date e luoghi. Francesco Berlingieri. Gregorio Mezzatesta. Francesco Pagliuso. Tre uomini uccisi. Tre processi. Tre condanne all’ergastolo diventate definitive. La sera del 19 gennaio 2017 Francesco Berlingieri, 57 anni, stava scaricando cassette di frutta davanti al proprio negozio in via Fiume, a Sambiase. Erano circa le 19, la zona era tutt’altro che deserta. Il killer arrivò in moto e sparò a distanza ravvicinata. Quattro colpi. Uno dei proiettili di rimbalzo raggiunse anche un bambino di otto anni, nipote della vittima, ferendolo a una gamba. Per quell’omicidio Marco Gallo è stato condannato all’ergastolo. Una condanna diventata definitiva in Cassazione nel luglio 2023. Pochi mesi dopo, il 24 giugno 2017, il sangue arrivò nel centro di Catanzaro.
Gregorio Mezzatesta, dipendente delle Ferrovie della Calabria, stava raggiungendo il posto di lavoro in via Milano. Con lui c’era un collega. Il killer lo attese, gli sparò e fuggì in moto. Anche per quel delitto Gallo è stato condannato all’ergastolo. Nel gennaio 2024 la Cassazione ha rigettato il ricorso, rendendo irrevocabile anche quella condanna. Ma nella storia criminale ricostruita dalle sentenze manca ancora il delitto forse più sconvolgente.

Francesco Pagliuso, il killer nascosto nel buio

È la sera del 9 agosto 2016. L’avvocato Francesco Pagliuso rientra nella sua abitazione di Lamezia Terme. Nel giardino c’è già qualcuno ad aspettarlo. Secondo la ricostruzione processuale, Marco Gallo aveva praticato un varco nella recinzione della proprietà, si era introdotto all’interno e aveva aspettato nascosto nel buio. Quando il penalista rientrò in auto, uscì dal suo nascondiglio e sparò. Pagliuso morì lì, nel giardino di casa. Per quel delitto la Cassazione, nel febbraio 2025, ha reso definitivo il terzo ergastolo di Marco Gallo. Nel giudizio è stata riconosciuta anche l’aggravante mafiosa per avere agevolato la cosca Scalise. Non una contestazione ancora aperta. Non una ricostruzione investigativa in attesa di verifica. Una sentenza definitiva.

Scalise, il mandante

Ed è proprio dall’omicidio Pagliuso che la storia di Marco Gallo si salda in maniera definitiva a quella di Luciano Scalise. Per la giustizia italiana, uno ha premuto il grilletto e l’altro ha ordinato di farlo. Nel luglio 2024 la Cassazione ha reso irrevocabile l’ergastolo di Luciano Scalise quale mandante dell’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso. Il delitto è uno dei capitoli centrali di “Reventinum”, l’inchiesta che ha ricostruito gli equilibri criminali nell’area montana del Lametino e lo scontro tra i gruppi Scalise e Mezzatesta. Quella notte di agosto, dunque, non c’era soltanto un uomo armato nascosto nel giardino di una casa. Dietro quell’uomo, secondo quanto definitivamente accertato, c’era un ordine. E quell’ordine è stato attribuito a Luciano Scalise. Oggi Gallo e Scalise vengono assolti per una contestazione patrimoniale. Ma sono anche i due uomini che una sentenza definitiva ha collocato sui due estremi dello stesso omicidio: il mandante e l’esecutore dell’assassinio di Francesco Pagliuso.

Il nome Scalise e “Reventinum”

Quella dell’omicidio Pagliuso non è, inoltre, l’unica pagina processuale nella quale compare Luciano Scalise. Nel troncone ordinario di “Reventinum”, nell’ottobre 2023, il Tribunale di Lamezia Terme gli ha inflitto in primo grado 12 anni e 11 mesi di reclusione. Il procedimento riguardava, a vario titolo, contestazioni di associazione mafiosa, estorsioni, danneggiamenti, violenza privata e illecita concorrenza nell’area del Reventino. Nello stesso processo Marco Gallo è stato condannato in primo grado a 15 anni. È importante, naturalmente, mantenere distinti i piani e i gradi di giudizio: quelle pronunce non hanno lo stesso carattere di irrevocabilità dell’ergastolo inflitto a Scalise per l’omicidio Pagliuso. Ma contribuiscono a restituire il contesto nel quale i nomi dei due uomini compaiono ormai da anni nelle aule giudiziarie calabresi. 

Domenico Gigliotti

E poi c’è Domenico Maria Gigliotti

Tre ergastoli definitivi non esauriscono neppure il quadro giudiziario di Marco Gallo. C’è anche Domenico Maria Gigliotti, imprenditore edile assassinato nella notte del 25 gennaio 2015 a Lamezia Terme. Erano circa le quattro del mattino quando rientrò a casa. Venne ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla propria abitazione e l’automobile nella quale si trovava fu poi data alle fiamme con il corpo all’interno. Per quel delitto Gallo è stato condannato a 30 anni di reclusione in primo grado, pena confermata nel luglio 2024 dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Non si tratta, allo stato, di una condanna che possiamo indicare come definitiva, ma c’è un’immagine che resta: un’automobile divorata dalle fiamme nella notte, davanti a una casa, e dentro il corpo di un uomo. È un’altra pagina della storia che accompagna il nome di Marco Gallo.

Il terreno

E allora si torna inevitabilmente al punto di partenza, al terreno e quell’intestazione che, secondo l’accusa, sarebbe stata soltanto formale. Ai rapporti economici tra Gallo e Scalise finiti negli atti. A una contestazione che oggi il Tribunale ha ritenuto insussistente. Ogni sentenza va letta per ciò che accerta e per ciò che non accerta e questa chiude una specifica vicenda patrimoniale con un’assoluzione piena. Le altre, definitive, restano a raccontare una storia giudiziaria diversa, molto più grave e molto più dolorosa. (g.curcio@corrierecal.it)

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