’Ndrangheta, Giuseppe Ladini: dal «Vangelo» di Cinquefrondi ai beni sequestrati nel Lazio – VIDEO
Il 48enne è il destinatario del provvedimento eseguito dalla Dia a Vicovaro per oltre mezzo milione di euro. Il suo nome era già al centro dell’inchiesta “Saggio Compagno”
ROMA Una dote di ’ndrangheta, quella del «Vangelo», un progetto che secondo gli investigatori puntava alla costituzione di una propria ’ndrina e un nome diventato negli anni centrale nelle ricostruzioni giudiziarie sulla criminalità organizzata di Cinquefrondi. È Giuseppe Ladini, 48 anni, l’uomo al quale vengono ricondotti i beni per oltre mezzo milione di euro sequestrati questa mattina dalla Direzione investigativa antimafia a Vicovaro, in provincia di Roma. Tre fabbricati, quattro terreni agricoli e conti correnti. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Roma, sezione Misure di prevenzione, su proposta del direttore della Dia. Secondo gli investigatori, Ladini è un esponente apicale del gruppo di ’ndrangheta riconducibile alla locale di Cinquefrondi, da tempo residente nel Lazio e ritenuto particolarmente attivo nel settore del narcotraffico internazionale. L’ipotesi investigativa più recente porta molto lontano dalla Piana di Gioia Tauro: fino al Sudamerica, da dove sarebbero partiti ingenti quantitativi di cocaina destinati ad alimentare il mercato romano.
Il patrimonio nel Lazio
L’indagine patrimoniale condotta dal Centro operativo Dia di Roma ha individuato sette immobili, tra abitazioni e terreni, oltre a rapporti bancari. Secondo quanto riferito dalla Dia, i beni risultavano formalmente intestati a familiari e gli accertamenti avrebbero evidenziato una sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio nella disponibilità del nucleo familiare. Il valore complessivo del sequestro supera i 500mila euro. Si tratta, va precisato, di una misura adottata nell’ambito di una procedura di prevenzione e quindi ancora provvisoria. Sarà il Tribunale a pronunciarsi definitivamente sulla sorte dei beni e i destinatari potranno presentare le proprie deduzioni e utilizzare gli strumenti di impugnazione previsti dalla legge.

Il «Vangelo» di Cinquefrondi
Per ritrovare Giuseppe Ladini nelle cronache giudiziarie calabresi bisogna tornare indietro di oltre dieci anni e soprattutto all’inchiesta “Saggio Compagno”, con la quale gli investigatori ricostruirono gli assetti della locale di ’ndrangheta di Cinquefrondi. Un’indagine che coinvolse le articolazioni riconducibili alle famiglie Ladini, Petullà e Foriglio, operative tra Cinquefrondi e Anoia e inserite, secondo la ricostruzione investigativa, nel più ampio sistema criminale della Piana di Gioia Tauro. Proprio Ladini veniva indicato dagli investigatori come uno dei personaggi di maggiore rilievo. Gli veniva attribuita la dote del «Vangelo», grado elevato nella gerarchia tradizionale della ’ndrangheta, e il ruolo di capo dell’omonimo gruppo attivo nella contrada Petricciana di Cinquefrondi. Secondo quanto ricostruito all’epoca dai carabinieri, Ladini avrebbe inoltre coltivato il progetto di costituire una propria ’ndrina autonoma all’interno della locale di Cinquefrondi.
Il progetto della nuova ’ndrina
L’inchiesta “Saggio Compagno” nacque anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rocco Francesco Ieranò e da un articolato lavoro investigativo fatto di intercettazioni telefoniche e ambientali, riprese video e riscontri sul territorio. Agli atti dell’indagine, secondo la ricostruzione resa all’epoca dagli investigatori, emergeva attorno alla figura di Ladini un gruppo di persone che frequentava la sua abitazione e che avrebbe partecipato alle dinamiche criminali della zona. Il progetto attribuitogli dagli investigatori era quello di consolidare una nuova articolazione sotto la propria guida, aggregando uomini provenienti dalle realtà criminali già presenti sul territorio. Fu proprio un’espressione utilizzata da Ladini nelle conversazioni intercettate a dare il nome all’operazione: “Saggio Compagno”, l’appellativo con il quale, secondo gli investigatori, si rivolgeva a uno dei suoi uomini di fiducia.
Armi, droga e controllo del territorio
Il quadro delineato nell’inchiesta era molto più ampio. Secondo gli investigatori, la locale di Cinquefrondi era interessata a traffici di droga e armi, estorsioni e al controllo di settori dell’economia del territorio, con particolare attenzione anche agli appalti boschivi. Nel corso delle indagini erano state documentate cessioni di armi e sostanze stupefacenti e, già nelle precedenti attività investigative, erano stati sequestrati armamenti, munizioni e cocaina. Nel processo nato dall’operazione “Saggio Compagno”, Ladini venne condannato in primo grado e successivamente, nel giudizio d’appello celebrato nel 2019, la pena nei suoi confronti venne rideterminata in 29 anni di reclusione. Nel gennaio 2022 la Cassazione pose poi il sigillo sul processo “Saggio Compagno”, rendendo definitive le decisioni nei confronti degli imputati interessati dal giudizio di legittimità.
Da Cinquefrondi a Vicovaro
A distanza di anni, il nome di Ladini riemerge adesso nel Lazio. Da tempo residente a Vicovaro, secondo la ricostruzione investigativa richiamata oggi dalla Dia avrebbe continuato a muoversi nel settore degli stupefacenti, questa volta su una dimensione internazionale. Gli investigatori parlano di approvvigionamenti di cocaina dal Sudamerica e di droga destinata al mercato della Capitale. È su questo sfondo che si colloca il nuovo provvedimento patrimoniale, con un sequestro di prevenzione che punta al patrimonio ritenuto nella disponibilità dell’uomo e che dovrà ora superare il vaglio previsto dalla procedura. (g.curcio@corrierecal.it)
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