’Ndrangheta in Lombardia, 10mila euro per «agganciare» l’armiere. E un tesserino per fingersi carabinieri
Il racconto di Bellusci sul canale aperto a Cuggiono: il prestito senza interessi, pistole, fucili e matricole cancellate. «Erano per il locale di Legnano»
MILANO Diecimila euro prestati senza preoccuparsi troppo degli interessi. Perché, almeno secondo il racconto di Francesco Bellusci, il vero guadagno sarebbe dovuto arrivare altrove. Non dal denaro restituito, ma dalla possibilità di aprire un canale privilegiato con un’armeria. «Io gli do i soldi per agganciarlo», spiega il collaboratore di giustizia nell’udienza del processo ordinario Hydra davanti al Tribunale di Milano. Un rapporto che Bellusci colloca a partire dagli anni 2013-2014 e che, nella sua ricostruzione, sarebbe poi diventato una delle «strade» attraverso le quali procurarsi pistole, doppiette, fucili e munizioni. È uno dei capitoli più dettagliati dell’esame del pentito. Un racconto che parte da Cuggiono, passa per Giacomo Cristello e arriva fino al luogo nel quale, secondo Bellusci, una parte delle armi sarebbe stata custodita: l’officina di un meccanico nell’area di Castano Primo. Tutte dichiarazioni oggi sottoposte al vaglio del Tribunale nel processo ancora in corso.
«Gli do i soldi per agganciarlo»
Bellusci racconta di conoscere un uomo che gestiva un’armeria a Cuggiono, indicato in aula come originario di Cirò. L’occasione per stringere il rapporto sarebbe arrivata a cavallo tra il 2013 e il 2014, quando l’armiere avrebbe avuto bisogno di denaro per acquistare fuochi da rivendere durante il periodo di Capodanno. La richiesta, secondo il collaboratore, sarebbe passata inizialmente attraverso il suocero. Bellusci avrebbe però intravisto un’altra opportunità. Alla domanda sul motivo per cui decise di prestargli il denaro risponde senza troppi giri di parole: «Io gli do i soldi per agganciarlo». La cifra sulla quale si sofferma l’esame arriva a 10mila euro. Il prestito, sostiene Bellusci, sarebbe stato concesso senza interessi. In cambio, però, avrebbe manifestato il proprio interesse per ciò che poteva uscire dall’armeria: «qualche pistola, qualche fucile». Secondo il collaboratore, l’uomo disponeva di pistole, doppiette e sovrapposti. Non sarebbe rimasto un episodio isolato. Bellusci racconta che il rapporto sarebbe proseguito e che, in alcune occasioni, una parte del debito sarebbe stata persino compensata con il valore delle armi ricevute.
La prima 7,65 e il passaggio con Cristello
Quando il pubblico ministero gli rilegge quanto dichiarato nel verbale del 2 dicembre 2025, Bellusci ricostruisce uno dei primi episodi. Circa due settimane dopo il prestito, racconta, l’armiere sarebbe tornato da lui proponendogli una 7,65, per una cifra indicata attorno ai mille-milleduecento euro. Bellusci sostiene di non aver proceduto da solo. Prima ne avrebbe parlato con Giacomo Cristello, spiegandogli di essere riuscito ad «agganciare l’armeria». La risposta attribuita a Cristello è sostanzialmente un via libera: prenderla. Bellusci ricorda anche di essersi recato all’armeria mentre Cristello sarebbe rimasto ad aspettarlo fuori. È proprio descrivendo quel rapporto che il collaboratore usa una frase significativa: avrebbero trovato «una strada buona», un armiere al quale rivolgersi quando c’era disponibilità di materiale.
«Le altre erano senza matricola»
Il capitolo diventa ancora più delicato quando il pm affronta il tema dei numeri di matricola. Sul primo esemplare Bellusci mostra inizialmente qualche incertezza. Il pubblico ministero gli richiama allora il precedente interrogatorio. Il collaboratore conferma che diverse altre armi ricevute sarebbero state senza matricola e aggiunge che in qualche occasione, quando il numero era ancora presente, si sarebbe provveduto successivamente a cancellarlo. Dalla 7,65 il rapporto, nella versione offerta dal pentito, si sarebbe allargato: doppiette, sovrapposti e fucili calibro 12. Materiale che, sostiene, poteva essere acquistato per necessità proprie ma anche ceduto ad altri, con un margine economico.
Il tesserino per fingersi carabinieri
Ma non ci sarebbero state soltanto le armi. Durante l’esame emerge una richiesta attribuita da Bellusci a Cristello: procurarsi qualcosa che potesse essere utilizzato per simulare l’appartenenza all’Arma dei carabinieri. La finalità descritta dal collaboratore è netta: utilizzare il tesserino in occasione di rapine o per entrare nelle abitazioni di persone ritenute in possesso di cocaina, fingendosi appartenenti alle forze dell’ordine e portando via lo stupefacente. Qui, però, l’esame chiarisce un particolare importante. Quando viene sollecitato dal pm, Bellusci precisa che ciò che sarebbe stato recuperato non era un vero tesserino di servizio, ma un tesserino dell’Associazione Carabinieri, corredato da una placca che il collaboratore descrive come molto simile a quella utilizzata dai militari.
«Erano per la Locale di Legnano»
Nel racconto entra poi un altro elemento: i giubbotti antiproiettile. Bellusci ricorda che sarebbe stato chiesto anche quel tipo di materiale, da utilizzare — questa è la sua spiegazione — in vista di possibili «azioni criminali». È a quel punto che il pm gli domanda esplicitamente a chi fossero destinate armi, munizioni e giubbotti. La risposta del collaboratore collega il materiale alla struttura mafiosa di cui sta parlando nel processo: «A noi, erano [per] la Locale di Legnano». Bellusci aggiunge che, nel rapporto con Cristello, stavano creando quello che definisce un «magazzino» di materiale: una disponibilità che sarebbe servita al gruppo, ma che avrebbe consentito anche di rivendere armi a chi ne facesse richiesta.
Dall’armeria all’officina
Ed è qui che il nuovo racconto si incrocia con un altro capitolo già emerso nelle dichiarazioni di Bellusci. Le armi, secondo il collaboratore, non sarebbero state tutte tenute direttamente da lui o da Cristello. Alla domanda su dove venissero custodite, Bellusci indica l’officina di un meccanico nell’area di Castano Primo, già comparsa nei suoi racconti sulla disponibilità di armi della Locale. È il passaggio che chiude idealmente il circuito descritto in aula: il rapporto costruito con l’armeria per reperire il materiale e un luogo ritenuto più sicuro nel quale conservarne almeno una parte. Una ricostruzione che Bellusci estende nel corso dell’esame anche ad altri soggetti che, secondo quanto avrebbe appreso successivamente, avrebbero avuto rapporti con lo stesso armiere. Tanto che il collaboratore racconta di essersi irritato quando si sarebbe reso conto che il rapporto non era affatto esclusivo: gli avrebbe contestato che ormai «tutto Cuggiono» sapeva delle forniture. L’uomo, sempre secondo la versione di Bellusci, avrebbe ridimensionato la questione sostenendo che si trattava soltanto di poche persone considerate fidate. (g.curcio@corrierecal.it)
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