Omicidio Di Cicco, ribaltata la condanna a 30 anni. Giuseppe Spagnolo assolto in appello
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro lo ha assolto per non aver commesso il fatto. La difesa aveva contestato l’attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori Nicola Acri e Ciro Nigro
CATANZARO Assolto per non aver commesso il fatto, dopo una condanna a trent’anni di reclusione pronunciata in primo grado. La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Santese, con la giudice Caterina Capitò a latere, ha riformato la sentenza nei confronti di Giuseppe Spagnolo, accusato dell’omicidio di Salvatore Di Cicco, scomparso il primo settembre 2001 e il cui corpo non è mai stato ritrovato. La Procura generale, rappresentata dalla sostituta procuratrice generale Marisa Manzini, aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. Di segno opposto le conclusioni della difesa, rappresentata dagli avvocati Gregorio Viscomi e Tiziano Saporito, che nell’atto d’appello e nel corso della discussione aveva concentrato le proprie contestazioni sull’attendibilità delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Nicola Acri e Ciro Nigro, evidenziandone quelle che, secondo i legali, erano contraddizioni intrinseche. La Corte ha invece assolto Spagnolo con la formula «per non aver commesso il fatto».
La condanna a trent’anni
In primo grado, il 5 luglio 2024, il gup di Catanzaro Gilda Danila Romano aveva condannato Spagnolo a trent’anni di reclusione. A sette anni ciascuno erano stati invece condannati Acri e Nigro, entrambi collaboratori di giustizia. Il procedimento riguardava uno dei cold case della criminalità organizzata calabrese rimasti irrisolti per oltre vent’anni. Salvatore Di Cicco, 34 anni, scomparve da Sibari il primo settembre del 2001. Da quel giorno del suo corpo non è mai stata trovata traccia. La sentenza di primo grado aveva fondato una parte decisiva della ricostruzione proprio sulle dichiarazioni dei due collaboratori, sottoponendo i loro racconti a un confronto per valutarne attendibilità, convergenze e riscontri. Il gup aveva ritenuto il complessivo apporto dichiarativo attendibile sia sul piano intrinseco sia su quello estrinseco, considerando le differenze tra i racconti di Acri e Nigro non tali da compromettere il nucleo essenziale dell’accusa. Ed è proprio su questo terreno che si è concentrata la battaglia della difesa nel giudizio di secondo grado.
I racconti di Acri e Nigro
Secondo la ricostruzione accusatoria accolta in primo grado, Di Cicco sarebbe stato sospettato negli ambienti criminali della Sibaritide di essere diventato un informatore delle forze dell’ordine o, comunque, di essere stato avvicinato dagli investigatori. I racconti di Acri e Nigro ricostruivano però la vicenda da prospettive differenti. Acri collocava Spagnolo nella fase preparatoria dell’omicidio e sosteneva che avesse manifestato la volontà di eseguire personalmente il delitto. Secondo quella ricostruzione, la decisione di eliminare Di Cicco sarebbe maturata in seguito ai timori che l’uomo potesse fornire informazioni alle forze dell’ordine su fatti e dinamiche interne ai gruppi criminali della zona. Nigro, invece, raccontava la fase esecutiva. Avrebbe ricevuto l’incarico di attirare Di Cicco in una trappola e condurlo verso il Cirotano con il pretesto di un acquisto di armi. Secondo il suo racconto, prima della partenza sarebbero stati consegnati sette milioni di lire destinati formalmente all’acquisto delle armi. Di Cicco avrebbe poi lasciato la propria auto nei pressi di una stazione di servizio e avrebbe proseguito il viaggio insieme a Nigro. Una volta raggiunto il luogo indicato, sempre secondo l’accusa, Di Cicco sarebbe stato bloccato dagli uomini che lo attendevano. Nigro attribuiva direttamente a Spagnolo l’esplosione dei colpi d’arma da fuoco che avrebbero ucciso la vittima. Il corpo sarebbe stato successivamente occultato in una buca scavata con l’ausilio di mezzi meccanici. Il cadavere, tuttavia, non è mai stato ritrovato.
Le contraddizioni contestate dalla difesa
Già nel giudizio di primo grado erano emerse alcune differenze nei racconti dei due collaboratori. Le divergenze riguardavano, tra gli altri aspetti, il movente del delitto, alcuni passaggi relativi alla fase preparatoria, la presenza di determinate persone e alcuni particolari del viaggio compiuto da Di Cicco prima della sua scomparsa. Il gup aveva però ritenuto che quelle differenze non fossero sufficienti a minare l’attendibilità complessiva dei due collaboratori. Secondo la sentenza di primo grado, Acri e Nigro intervenivano in momenti differenti della vicenda: il primo nella fase della decisione e dell’organizzazione, il secondo nella fase esecutiva. La loro mancata perfetta sovrapponibilità era stata dunque valutata come compatibile con il diverso ruolo ricoperto e con il lungo tempo trascorso dai fatti. Nel giudizio d’appello, gli avvocati Gregorio Viscomi e Tiziano Saporito hanno invece insistito proprio su quelle divergenze, sostenendo che le contraddizioni presenti nei racconti dei collaboratori incidessero sulla loro attendibilità e, soprattutto, sulla possibilità di attribuire con certezza a Spagnolo il ruolo di esecutore materiale. (g.curcio@corrierecal.it)
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