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il blitz sommerso

Sub clandestini e cocaina saldata nello scafo: il cargo dal Brasile e la “squadra navale” dei clan a Gioia Tauro

Il blitz notturno nel porto: la regia del boss latitante Rocco Morabito, le chat criptate e il giallo degli otto borsoni di droga svaniti tra le tubolature

Pubblicato il: 08/10/2026 – 7:02
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REGGIO CALABRIA L’impiego di sommozzatori clandestini pronti a tuffarsi di notte nel bacino portuale per recuperare la cocaina nascosta nella chiglia delle navi: una vera e propria squadra armata di torce, chiavi inglesi e piedi di porco per forzare le griglie esterne dello scafo di una cargo arrivata a Gioia Tauro dal Brasile e recuperare otto borsoni di droga saldati nelle tubolature e nei vani sommersi. Un’operazione quasi militare quella che il gup di Reggio Calabria Antonino Foti mette nero su bianco nelle motivazioni del processo abbreviato nato dalla maxi operazione “Eureka”. Nelle carte firmate dal gup di Reggio Calabria Antonino Foti, le conversazioni intercettate sulle piattaforme criptate con espressioni come «domattina entra la signora», «faccio fare lavoro con telecamere» e «segue i sub» descrivono perfettamente ingranaggi e retroscena dell’operazione. 

La regia del superboss e la catena di comando

«Il complessivo materiale probatorio consenta di affermare la responsabilità degli imputati per l’accordo criminoso avente ad oggetto l’importazione in Italia di cocaina dal Sudamerica», scrive il gup nelle motivazioni, sottolineando che «le conversazioni documentano la predisposizione del carico, l’individuazione della nave, la localizzazione del vano di occultamento, l’impiego di sommozzatori, la disponibilità di strumenti idonei all’apertura delle griglie, l’organizzazione del recupero in porto, il coordinamento tra i partecipanti e la previsione di pagamenti per somme superiori a 30.000 euro».
A dirigere le operazioni dal vertice c’era la figura di spicco di Rocco Morabito, noto come “Tamunga” (la cui posizione viene valutata separatamente), che pur trovandosi all’estero in stato di latitanza impartiva ordini continui via chat criptata.
«Se perdiamo questo lavoro è finita»: era alta la tensione per gli enormi investimenti economici in gioco con i fornitori esteri. Sotto la regia apicale del boss operava una catena di comando ben definita. Carmelo Morabito, nipote del boss Rocco, svolgeva il ruolo di referente operativo e cerniera di collegamento con i fornitori sudamericani, fornendo le coordinate tecniche esatte sulla “tubolatura” e sulla posizione del carico a poppa. 

Il mistero dei borsoni e la caccia nel porto

La notte del 21 gennaio 2020 scatta il blitz sommerso. I sub si buttano nelle acque del porto di Gioia Tauro mentre all’esterno i complici monitorano la zona, pronti a documentare con foto e video l’uscita dei borsoni. Ma qualcosa va storto. I sommozzatori riemergono a mani vuote: nella griglia indicata non c’è traccia della cocaina.
Ne nasce una convulsa chat operativa tra Carmelo Morabito e gli altri interlocutori, dove il nervosismo sale alle stelle. C’è chi ipotizza un errore di manovra, chi spinge per rimandare subito i sub in acqua prima della partenza della nave e chi comincia a sospettare una truffa da parte dei fornitori oltreoceano. Tra le raccomandazioni operative scambiate al riparo dagli sguardi delle forze dell’ordine spiccano le indicazioni di Carmelo Morabito, che ribadiva come bisognasse «tirare la griglia lato sinistro poppa ed entrare» e che «la merce è lì dentro questa stanza nella tubolatura», ricordando a tutti che non si trattava di chiacchiere ma di «responsabilità serie, molto serie» e che «nessuno gioca con la vita degli altri». Nonostante i ripetuti tentativi di controllo nella giornata successiva e i sopralluoghi diretti sulla banchina, il carico non verrà mai recuperato – probabilmente posizionato in un punto diverso, trafugato da terzi o mai inserito nel luogo indicato dai fornitori brasiliani.
Nelle carte viene inoltre confermata la piena sussistenza delle aggravanti, a partire dalla latitanza di Rocco Morabito – che dalla sua condizione di introvabile continuava a governare i traffici internazionali –, la transnazionalità dell’operazione e l’ingente quantitativo della merce. Quest’ultimo punto trova conferma anche nell’espressione intercettata «con questo è 4 lavoro che perdiamo», che per il giudice dimostra come l’episodio non fosse un caso isolato, ma si inserisse in un circuito stabile di importazioni di cocaina. Un sistema criminale globale che, pur avendo perso quel singolo carico, ha mostrato tutta la sua spaventosa potenza organizzativa e la consapevolezza dei rischi corsi dagli affiliati, spaventati solo all’idea di rischiare «20 anni di galera». (m.r.)

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