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caccia ai ricercati

Dall’Aspromonte ai bunker, la fine dei lunghi nascondigli. Oggi la fuga dei latitanti dura sempre meno

Indagini mirate, reparti specializzati e la nascita dei Cacciatori di Calabria. Niente più monti e bunker, per boss e ricercati oggi è più difficile fuggire

Pubblicato il: 13/10/2026 – 19:10
di Marco Russo
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C’era un tempo in cui boss e killer della ’ndrangheta sparivano tra i boschi dell’Aspromonte. Nelle grotte, in antichi ruderi, in fuga dalle forze dell’ordine e dalla giustizia, trascorrendo anche anni «a stare supra i munti e a pregari i tutti i santi», come racconta una delle più famose e controverse canzoni della musica popolare calabrese. Il testo, finito al centro delle polemiche con l’accusa di inneggiare alla ’ndrangheta, è dedicato ai “latitanti”, le cui storie sembrano oggi alimentare una narrazione “mitologica”, quasi “leggendaria”, di boss capaci di sfidare impunemente lo Stato. Era l’epoca in cui un capobastone come Francesco “don Ciccio” Mancuso poteva perfino farsi eleggere a Limbadi nel 1983 mentre si trovava ufficialmente in latitanza. Una narrazione, spesso e volentieri alterata, che oggi si scontra con una realtà del tutto diversa: la “fuga” diventa sempre più breve e difficile, grazie soprattutto a indagini mirate, tecnologie investigative d’avanguardia e reparti altamente specializzati nella caccia ai ricercati.

Le ultime fughe brevi

L’ultima “breve” fuga è quella di Vincenzo La Rosa, catturato pochi giorni fa dopo aver fatto perdere le proprie tracce per alcuni mesi. Il 9 febbraio scorso la Procura generale aveva emesso un ordine di esecuzione per scontare 6 anni di carcere nell’ambito del processo “Jail express”, per fatti legati al 2017: estorsione aggravata in concorso, porto e detenzione di armi. A suo carico risulta anche una condanna, in primo grado, a 25 anni per narcotraffico. I Carabinieri di Gioia Tauro, insieme allo Squadrone Cacciatori di Calabria, lo hanno rintracciato nascosto in un villaggio turistico a Parghelia, nel Vibonese. Una situazione simile a quella di Luigi Federici, ritenuto giovane rampollo della ’ndrangheta e condannato in appello a 18 anni di carcere nel processo Rinascita Scott, oltre che coinvolto nella più recente inchiesta “Call me”. Dopo essere tornato per un periodo in libertà, aveva fatto perdere le proprie tracce: la sua latitanza durata appena due mesi, fu interrotta dalla Guardia di Finanza, riuscita a rintracciarlo in un’abitazione del capoluogo vibonese.

La cattura in residence e B&B

A maggio si è conclusa la fuga di Luigi Marando, 36enne ritenuto parte dell’omonimo clan del Reggino: in questo caso è stato lui stesso, dopo appena sei mesi, a consegnarsi ai Carabinieri di Platì. Pochi giorni dopo è toccato ad un altro latitante, ritenuto elemento di spicco della cosca Piromalli di Gioia Tauro, Giuseppe Antonio Trimboli: la Squadra Mobile di Genova è riuscita a catturarlo in un B&B in Liguria con documenti falsi, mettendo fine a una fuga durata due anni.

Il cambio di passo con i Cacciatori di Calabria

Ad accorciare drasticamente i tempi delle latitanze è stato, prima di tutto, il cambio di scenario. Per anni le montagne sono state i rifugi inaccessibili dei latitanti e la prigione per gli ostaggi dei sequestri di persona. Con la fine della stagione dei rapimenti e, soprattutto, con la nascita dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria, uomini specializzati in bonifiche ambientali, controlli in aree impervie e nell’individuazione di nascondigli anche grazie a tecnologie di scansione e visori termici, i ricercati hanno dovuto abbandonare i boschi, lasciando così spazio a bunker e rifugi sotterranei costruiti nelle aree urbane, direttamente dentro le abitazioni civili. Giuseppe Morabito, “u Tiradrittu”, fu catturato nel febbraio 2004 in una casa-bunker ai piedi dell’Aspromonte dopo oltre dieci anni di latitanza. Nel febbraio 2005 toccò a Gregorio Bellocco, capo dell’omonima cosca di Rosarno, stanato in un bunker sotterraneo attrezzato di tutto punto al termine di un’operazione che gli aveva fatto terra bruciata attorno. E Pasquale Condello, il “Supremo” di Reggio, sui monti non ci andò mai: fu arrestato nel 2008 in un appartamento a Reggio Calabria dopo quasi vent’anni da ricercato.

Il Progetto I-Can e le fughe in Calabria

Non è sparita del tutto la latitanza “lunga”, ma ha dovuto cambiare radicalmente geografia. Rocco Morabito, nato ad Africo, non si nascose mai tra i boschi: a 25 anni lasciò la Calabria per Milano, per poi spostarsi in Sudamerica. Fu arrestato in Uruguay nel 2017 dopo 23 anni di latitanza, per poi evadere dal carcere uruguaiano ed essere nuovamente catturato in Brasile nel maggio 2021. Le fughe che riescono a durare anni, oggi, sono solo quelle che varcano gli oceani sfruttando reti internazionali, anche se la cooperazione internazionale, confluita soprattutto nel progetto I-Can, rende loro la vita complicata. Per chi tenta di restare in Calabria, invece, il territorio non è più un fortino inespugnabile. (m.russo@corrierecal.it)

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