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IL PENTITO

’Ndrangheta in Lombardia, i 180mila euro e la spedizione contro Amico. Bellusci: «O pagava o faceva una brutta fine»

Il racconto del collaboratore sull’irruzione nell’ufficio di Dairago, gli uomini appostati e la tensione che avrebbe preceduto la riunione di Cassano Magnago

Pubblicato il: 13/10/2026 – 20:01
di Giorgio Curcio
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MILANO Un debito da 180mila euro, uomini nascosti in auto, un incontro dai toni accesi e il rischio che la situazione degenerasse. È uno dei passaggi più duri contenuti nell’interrogatorio di Francesco Bellusci, sentito dai sostituti procuratori della Dda di Milano Rosario Ferracane e Alessandra Cerreti. Il collaboratore torna su uno degli episodi che, nel suo racconto, precedono la riunione di Cassano Magnago del maggio 2021, indicata dallo stesso Bellusci come uno dei momenti che avrebbero accompagnato il «subentro» della Locale di Legnano nel sistema al centro dell’inchiesta Hydra. E per spiegare come si sarebbe arrivati a quell’incontro Bellusci parte da Gioacchino Amico e da una giornata trascorsa nel suo ufficio di Dairago.

«Erano andati lì per ammazzarlo»

«Quando loro arrivano nell’ufficio di Gioacchino Amico arrivano con male intenzioni proprio per ammazzare Gioacchino Amico», racconta Bellusci ai magistrati. La pm Cerreti torna sul punto e gli chiede espressamente se, secondo la sua ricostruzione, l’obiettivo fosse uccidere Amico. La risposta è altrettanto esplicita: «Ammazzare Amico, perché o gli dava i soldi quel giorno, o quel giorno faceva una brutta fine Amico». Bellusci indica tra coloro che sarebbero entrati nell’ufficio Dario Nicastro, Rosario Bonvissuto e un terzo uomo, che dice di non conoscere e che descrive come rasato, con gli occhi chiari e un tatuaggio sulla mano. Altri, sempre secondo il collaboratore, sarebbero rimasti all’esterno. Nel corso dell’interrogatorio Bellusci fa i nomi di Mario Ventura, Fabio Nicastro e Giacomo Cristello, oltre a un uomo albanese. Una ricostruzione sulla quale Bellusci precisa di non averli visti personalmente nascosti nell’auto in quel momento, ma di averli incontrati subito dopo e di avere ricevuto conferme sulla loro presenza.

Il debito e i 180mila euro

Al centro della tensione ci sarebbero stati i soldi. Bellusci li collega a un recupero che sarebbe stato effettuato da Gaetano Cantarella, “Tano ’u Curtu”, nei confronti dei Crea e cita anche una vicenda relativa a una «truffa della carne». Nell’ufficio di Dairago, racconta, si trovavano Amico, Massimo Rosi ed Emanuele Gregorini. I toni sarebbero diventati immediatamente molto alti. È proprio Rosi, secondo Bellusci, a chiamarlo chiedendogli di raggiungere l’ufficio perché aveva maggiore confidenza con Nicastro e Bonvissuto. Quando arriva, dice di sentire le urla già dall’esterno. Il collaboratore racconta di essersi inserito nella discussione chiedendo ad Amico conto del denaro. Poi il gruppo avrebbe lasciato l’ufficio. Bellusci spiega ai pm anche perché, a suo dire, la situazione avrebbe potuto assumere conseguenze ancora più gravi: «Là volevano fare l’azione contro Gioacchino Amico in modo forzato» e dentro l’ufficio, aggiunge, «c’era Emanuele Gregorini armato». La somma pretesa viene quantificata più avanti nell’interrogatorio. Bellusci attribuisce ad Amico questa frase: «Con ’sta pressione io 180.000 euro dove glieli vado a prendere?». «Loro ne volevano 180», precisa il collaboratore.

«Gli facevo fare la fine di quello»

Dopo avere lasciato Dairago, il gruppo si sarebbe spostato in un bar di Busto Arsizio. È qui che, secondo Bellusci, la tensione continua. Il collaboratore racconta di avere trovato Cristello e gli altri ancora molto nervosi e attribuisce a Dario Nicastro un’altra frase pesante: «Gli è andata bene che se no a questo qua gli facevo fare la fine…». Bellusci spiega ai magistrati che Nicastro avrebbe accompagnato quelle parole con un gesto della mano che, nel loro linguaggio, sarebbe servito a indicare Tano “’u Curtu”, senza pronunciarne il nome. Il concetto, sempre secondo Bellusci, sarebbe stato ribadito poco dopo: «Mi devi fissare un incontro se a questo qua gli faccio fare la fine di quello…». Alla domanda del pm Ferracane su chi fosse «quello», Bellusci risponde: «La fine di ’u Curtu». È in quel momento che il collaboratore dice di avere assunto il ruolo di mediatore.

L’intervento di Ninni Fidanzati

Bellusci torna quindi nell’ufficio di Dairago. Qui, oltre ad Amico, Rosi e Gregorini, trova anche Ninni Fidanzati. Riferisce agli altri che la situazione è ancora tesa e che la questione del denaro deve essere risolta. È a quel punto che, nel racconto del collaboratore, interviene Fidanzati. «Fammici parlare a me, fissiamo un incontro e ci parliamo tutti insieme», avrebbe detto. Da quella proposta, sostiene Bellusci, sarebbe nato «quel famoso incontro fatto al capannone di Cassano Magnago». Nei giorni successivi sarebbe stato individuato proprio il capannone come luogo della riunione. Bellusci racconta che Giacomo Cristello avrebbe seguito passo dopo passo la preparazione dell’appuntamento, pur evitando di esporsi direttamente perché, secondo il collaboratore, temeva la presenza di telecamere e il monitoraggio investigativo. (g.curcio@corrierecal.it)

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