’Ndrangheta in Lombardia, Bellusci «tra l’incudine e il martello». La contesa tra Cutrì e Cristello prima dell’affiliazione
Il collaboratore ricostruisce il percorso che lo porterà nel locale di Legnano-Lonate Pozzolo: dagli anni accanto alla famiglia legata agli Alvaro alle pressioni per scegliere il proprio riferimento…
MILANO «Mi ritrovavo tra l’incudine e il martello». Da una parte Totò Cutrì, dall’altra Giacomo Cristello. Due riferimenti diversi, due percorsi che nel racconto di Francesco Bellusci finiscono per incrociarsi fino a porlo davanti a una scelta. È uno dei passaggi più significativi emersi nell’udienza del 16 settembre del processo ordinario Hydra, in corso davanti al Tribunale di Milano, durante l’esame del collaboratore di giustizia. Il tema viene affrontato dalla Dda partendo proprio dal percorso criminale e ’ndranghetistico che Bellusci attribuisce a sé stesso. Il collaboratore racconta di essere cresciuto vicino ai Cutrì, di avere mantenuto nel tempo un rapporto particolarmente stretto con Totò e di avere appreso proprio da lui regole, ritualità e linguaggio della ’ndrangheta. Allo stesso tempo, con il passare degli anni, sarebbe diventato sempre più forte il rapporto con Cristello, fino all’affiliazione che Bellusci colloca nel 2017 nell’ambito della Locale di Legnano-Lonate Pozzolo.
Il rapporto con i Cutrì
Bellusci racconta davanti al Tribunale che Totò Cutrì gli avrebbe riferito della propria appartenenza alla ’ndrangheta e del riferimento agli Alvaro di Sinopoli. Sempre Cutrì, secondo il collaboratore, gli avrebbe parlato dell’affiliazione dei figli Nino e Mimmo, che sarebbero stati «fatti figlioli» già molto giovani. Il rapporto, però, sarebbe andato ben oltre la semplice conoscenza. Nelle ore precedenti dell’esame Bellusci aveva già raccontato come Totò Cutrì gli spiegasse comportamenti e ritualità, comprese le regole da rispettare durante le «mangiate». Alla domanda della Procura se quel modo di comportarsi servisse a «portarlo avanti» in senso mafioso, cioè a indottrinarlo, Bellusci aveva risposto affermativamente.
Anche dopo la morte di Nino Cutrì, il rapporto con la famiglia sarebbe rimasto stretto. Bellusci racconta di essere stato molto vicino a Totò e di essersi occupato anche di vicende riguardanti Mimmo Cutrì.
È proprio questo legame a rendere più delicato, nel racconto del collaboratore, il progressivo avvicinamento a Cristello.
«Non si potevano vedere»
Bellusci spiega infatti che tra Totò Cutrì e Giacomo Cristello non correva buon sangue. In pubblico potevano incontrarsi e salutarsi, ma, sostiene il collaboratore, in realtà «non si potevano vedere». Un episodio raccontato nell’udienza del 16 settembre viene utilizzato da Bellusci per spiegare proprio questa ostilità. Il collaboratore riferisce di un contrasto tra Cristello e la madre di Carlotta Di Lauro, all’epoca appartenente alla polizia locale e legata alla famiglia Cutrì attraverso la figlia, che era stata fidanzata con Nino. Secondo il racconto di Bellusci, dopo quel diverbio sarebbe stata incendiata l’auto della donna. Cristello gli avrebbe successivamente confidato di essere stato lui e di avere approfittato della situazione affinché i sospetti potessero ricadere sui Cutrì. È una ricostruzione resa dal collaboratore in aula e destinata, come le altre sue dichiarazioni, al vaglio del contraddittorio.
«Ero tra l’incudine e il martello»
È la Procura a recuperare una frase pronunciata dallo stesso Bellusci in un precedente interrogatorio del 2 dicembre 2025: per un certo periodo, aveva detto, si era trovato «tra l’incudine e il martello». Il collaboratore conferma il senso di quell’espressione. Da una parte c’era Totò Cutrì, che continuava a cercarlo, coinvolgerlo e prospettargli un percorso. Dall’altra c’era Cristello, con il quale il rapporto diventava progressivamente più stretto. Bellusci racconta anche la difficoltà pratica di gestire quella doppia vicinanza: quando non poteva raggiungere Cutrì perché magari doveva incontrare Cristello, evitava di spiegare dove stesse andando. Temeva che quel comportamento potesse essere interpretato come una diminuzione della propria disponibilità o addirittura come una mancanza di rispetto. La pm gli contesta allora le parole già rese in precedenza. Totò Cutrì, secondo Bellusci, gli diceva: «Non ti preoccupare, ti porto avanti io». La Procura gli chiede cosa significasse «portare avanti». Bellusci conferma che il riferimento era all’ingresso e alla crescita all’interno dell’organizzazione di ’ndrangheta. Dall’altra parte, invece, Cristello gli avrebbe detto: «Non ti far mettere le mani addosso da nessuno».
«Tu sei di Cirò, devi stare con la Locale di Legnano»
È il passaggio successivo a rendere ancora più chiara, secondo la ricostruzione del collaboratore, la natura del bivio. La Procura richiama un’altra frase attribuita da Bellusci a Cristello: «Tu sei di Cirò, appartieni a Cirò. Tu devi stare con la Locale di Legnano». Nello stesso passaggio compare il riferimento alla Locale di Legnano come struttura collegata, nel ragionamento attribuito a Cristello, al contesto di Cirò. Bellusci conferma che quelle parole ebbero un peso e lo fecero riflettere. Non si sarebbe trattato, dunque, soltanto della scelta tra due amicizie o due frequentazioni. Nel racconto reso al Tribunale il 16 settembre, Bellusci descrive due diversi riferimenti criminali che tentavano di orientarne il percorso e l’appartenenza. Alla fine, racconta il collaboratore, il rapporto con Cutrì sarebbe progressivamente «andato a scemare», senza tuttavia degenerare in una rottura o in una mancanza di rispetto. Bellusci riferisce anche di occasioni nelle quali Cutrì e Cristello si sarebbero ritrovati insieme, arrivando persino a organizzare un pranzo comune. Ma la sua traiettoria, intanto, avrebbe preso una direzione precisa. Interrogato sul motivo della scelta, Bellusci spiega che il percorso prospettato da Cutrì gli sembrava rimanere sempre sospeso: il discorso sul «ti porto avanti io», sostiene, continuava a essere riproposto senza concretizzarsi. Con Cristello, invece, la prospettiva gli sarebbe apparsa più concreta. E anche le parole sull’appartenenza a Cirò e sulla Locale di Legnano avrebbero avuto un peso. (g.curcio@corrierecal.it)
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