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le radici e l’orgoglio calabrese

Calabria di talento. Vincenzo, dalla passione per la filosofia all’eccellenza universitaria

A 28 anni, il giovane di Rogliano è stato insignito del Premio America Giovani

Pubblicato il: 13/10/2026 – 7:12
di Domenico Lo Duca
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COSENZA C’è una Calabria che studia, si forma e raggiunge traguardi importanti. Una Calabria giovane, che non si arrende alle difficoltà e rivendica il diritto di costruire il proprio futuro nella terra in cui è nata. La storia di Vincenzo Spataro, 28 anni, originario di Rogliano, si inserisce in questo racconto: il giovane laureato dell’Università della Calabria ha ricevuto il premio America Giovani della Fondazione Italia-USA come eccellenza universitaria italiana, coronando un percorso accademico segnato da impegno, sacrifici e una passione mai abbandonata.
Due lauree, una magistrale in Scienze filosofiche conseguita con il massimo dei voti e un traguardo che, nelle sue intenzioni, non rappresenta un punto di arrivo. Spataro guarda già alla prossima meta: la carriera accademica e il sogno di diventare professore universitario. Ma dietro il riconoscimento c’è una storia che racconta anche le difficoltà di chi si forma, le ripartenze dopo una battuta d’arresto e il legame con una terra che offre grandi potenzialità, ma ancora troppe poche opportunità ai giovani.

Dai banchi di scuola alla filosofia

Il percorso di Vincenzo comincia a Rogliano, dove alcuni insegnanti contribuiscono a orientarne le aspirazioni. Nel suo ricordo ci sono Cinzia, docente di storia dell’arte, Antonio, professore di filosofia e storia, e Antonio, insegnante e amico. Tre figure alle quali riconosce un ruolo decisivo nella scoperta della propria vocazione. È tra i banchi di scuola che prende forma il desiderio di diventare professore di filosofia, una scelta che lo conduce all’Università della Calabria e a un percorso di studi concluso con il massimo dei voti. La passione per la conoscenza, tuttavia, non nasce soltanto dai programmi universitari. A segnare la sua formazione sono anche tre opere apparentemente lontane tra loro: Il Signore degli Anelli, Critica del giudizio e Lutto e melanconia. Letture diverse, accomunate dalla capacità di stimolare domande e aprire nuove prospettive. «Ho compreso che l’amore per il sapere è superiore a molte altre cose e che, proprio perché è una forma d’amore, merita di essere condiviso», racconta. È qui che lo studio diventa una scelta di vita. Per lui, la conoscenza non è un patrimonio da custodire individualmente, ma un’esperienza da trasmettere. Il sogno dell’insegnamento nasce proprio da questa convinzione: contribuire alla formazione degli altri, condividere ciò che si è imparato e rendere la cultura uno strumento di crescita.

Il valore di un riconoscimento e la lezione del fallimento

Il premio per il talento universitario della Fondazione Italia-USA rappresenta una conferma del lavoro svolto e un incentivo a proseguire. Vincenzo la definisce una «bella iniezione di autostima», consapevole che il valore di un risultato non si esaurisce nel titolo conseguito, ma si misura anche nella capacità di dare continuità al proprio percorso. Eppure, la strada verso questo traguardo non è stata lineare. Prima dell’esperienza all’Università della Calabria, c’è stata la Sapienza di Roma, che Vincenzo ha dovuto lasciare per motivi economici e personali. Un’interruzione che, inizialmente, ha vissuto come una sconfitta, quasi fosse una macchia sulla propria storia. Oggi quella stessa esperienza assume un significato diverso. Non un capitolo da cancellare, ma una tappa che ha contribuito a costruire il percorso successivo. Da qui nasce una riflessione controcorrente, soprattutto in una società che tende a mettere in vetrina i successi e a nascondere gli insuccessi: il valore del fallimento come occasione di crescita. «Quello che allora percepivo come un fallimento rappresenta oggi una delle esperienze che hanno contribuito a portarmi fin qui». È uno dei passaggi più significativi della sua testimonianza. Le difficoltà non scompaiono e non diventano automaticamente opportunità, ma possono essere rilette nel tempo, trasformandosi in esperienze dalle quali ripartire. Un messaggio rivolto soprattutto a quei giovani che rischiano di interpretare una battuta d’arresto come la prova di non essere abbastanza capaci.

La famiglia, le radici e l’orgoglio calabrese

Dietro il percorso accademico di Vincenzo c’è anche una storia familiare che ha avuto un peso decisivo. Dopo la prematura scomparsa del padre, il sostegno della madre Marisa e delle sorelle Lidia e Ilaria è diventato un punto fermo. Accanto a loro, l’affetto dei nipoti Nicolò, Alessandro e Rebecca. «Senza mia madre non sarei arrivato dove sono oggi», afferma, riconoscendo nella famiglia la principale fonte di sostegno e il luogo in cui ritrovare sicurezza anche nei momenti più difficili. Il legame con gli affetti si intreccia con quello per la propria terra. Essere calabrese, per Vincenzo, significa appartenere a una comunità e riconoscere il valore delle proprie origini. Ma le radici non sono soltanto geografiche: sono soprattutto le persone che rendono un luogo casa e danno significato al senso di appartenenza. Un legame che non impedisce di guardare con spirito critico alla realtà regionale. Anzi, è proprio l’attaccamento alla Calabria a rendere più forte la sua denuncia delle difficoltà che tanti giovani incontrano quando cercano di costruire qui il proprio futuro.

«Vogliamo costruire il nostro futuro a casa nostra»

La Calabria possiede un patrimonio storico e culturale di grande valore, oltre a risorse e competenze che meriterebbero di essere valorizzate, afferma Vincenzo. Il problema è la distanza tra queste potenzialità e le opportunità effettivamente disponibili. La sua analisi riguarda il lavoro, i servizi e le prospettive professionali, ma anche una mentalità che considera ancora poco lo spazio da riconoscere alle nuove generazioni. Una questione che, a suo giudizio, non può essere liquidata attribuendo ai giovani una presunta mancanza di volontà o di spirito di sacrificio. «Noi giovani veniamo spesso bollati come scansafatiche, quando, in realtà, uno dei nostri desideri più grandi è proprio quello di poter costruire il nostro futuro e stare bene a casa nostra, senza essere costretti a cercare altrove le opportunità che qui fatichiamo a trovare». È il passaggio in cui la vicenda individuale si trasforma in una riflessione collettiva. Il riconoscimento ottenuto da un giovane calabrese diventa anche l’occasione per interrogarsi sulle condizioni necessarie affinché altri possano seguire un percorso di formazione e realizzazione professionale senza essere costretti a partire. Vincenzo descrive la Calabria come una «terra madre» che non riesce a prendersi cura dei propri figli, non necessariamente per una sua responsabilità diretta, ma per ciò che la circonda e ne limita le possibilità. Un’immagine che esprime insieme sofferenza e attaccamento, ma che non si traduce in rassegnazione. «Spetta a noi giovani costruire, o meglio, ricostruire la nostra regione», sostiene.
La sfida, nella sua prospettiva, è superare una narrazione fatta soltanto di immagini positive e puntare su una qualità della vita concreta, fondata su lavoro, servizi e opportunità. Perché amare la propria terra significa anche riconoscerne i problemi e chiedere che vengano affrontati.

Il prossimo traguardo? Professore universitario

Ai giovani che si trovano a scegliere il proprio percorso, Vincenzo non propone scorciatoie. Il suo consiglio è quello di coltivare le proprie passioni, non lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri e imparare a riconoscere il proprio valore. «Seguite sempre la vostra testa, fidatevi del vostro giudizio e non paragonatevi agli altri. Ognuno ha il proprio percorso, i propri tempi e le proprie aspirazioni». Una lezione maturata anche attraverso le difficoltà personali e accademiche, che oggi gli permette di guardare al futuro con maggiore consapevolezza. L’onorificenza ricevuta non è, infatti, il traguardo definitivo, ma una tappa intermedia di un viaggio ancora lungo. «So quanto valgo e fin dove posso arrivare», dice, senza nascondere l’ambizione che accompagna il suo percorso. La meta è chiara: diventare professore universitario. E se potesse incontrare il ragazzo che era qualche anno fa, gli direbbe di non lasciarsi scoraggiare da ciò che lo aspetta, perché anche le difficoltà e le delusioni contribuiranno a renderlo la persona che sognava di diventare. Poi aggiungerebbe, con ironia, un consiglio meno filosofico: evitare di andare a lezione in tuta e scegliere giacca e camicia. (redazione@corrierecal.it)

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