Curcio lancia l’Sos. «Grave arretramento nella percezione della minaccia ‘ndranghetista»
Il procuratore di Catanzaro a “Talk about mafia”: «Sbagliato ridurre la lotta alle cosche a una mera problematica di ordine pubblico»
CATANZARO «Assistiamo a un grave arretramento nella percezione pubblica della minaccia mafiosa». A dirlo è il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, intervenendo a “Tam – Talk About Mafia”, il progetto dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) dedicato all’approfondimento dei fenomeni mafiosi attraverso il dialogo tra magistratura, istituzioni e società.
«Fondamentale parlare di mafia»
«Parlare di mafia – esordisce Curcio – è fondamentale. Farlo aiuta a colmare una carenza che ha rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di forza per le mafie e per la ’ndrangheta in particolare. Ancora oggi nel 2026, e senza tema di smentita, vi posso assicurare che la gente, la comunità, ma anche molti colleghi, non hanno la consapevolezza sulle reali dimensioni del fenomeno ‘ndranghetistico, sulla sua diffusione, sulla sua pervasività, sul patrimonio felicemente accumulato, che è pari a miliardi di euro. Ancora oggi nel 2026 sento dire che un vecchio rapporto di Eurispes, pubblicato nel 2008 e facendo riferimento ai guadagni della ‘ndrangheta solo nel 2007, pari a 44 miliardi di euro, viene ritenuto un abbaglio. Io, dati alla mano, in una delle tante inchieste, su un campione di 800 kg di cocaina che presentava un grado di purezza pari al 95-98%, perché era cocaina che usciva direttamente dalle cucine colombiane e quindi aveva un rapporto di lavorazione da uno a tre o da uno a quattro con la sostanza di taglio, mi divertii col mio consulente chimico-tossicologico a formulare tra i miei quesiti: “Dimmi quanto avrebbe guadagnato l’organizzazione mettendo sul mercato clandestino, con una dose di un certo numero di sostanza psicoattiva”. La risposta – ricorda il procuratore di Catanzaro – era di un miliardo e 435 milioni di euro, quindi 1.270 miliardi delle vecchie lire, perché aveva una certa età ed era abituato a ragionare con le lire. Allora, se le dimensioni sono queste, e quegli 800 kg erano praticamente un settimo di quello che era stato sequestrato, voi potete tranquillamente realizzare come quella stima fatta dall’Eurispes in quell’esercizio era una stima estremamente aderente alla realtà».
«Grave arretramento nella percezione pubblica della minaccia mafiosa»
Secondo Curcio «uno dei punti di forza della ‘ndrangheta è l’indifferenza e anche l’assenza di una reale conoscenza del fenomeno, dovuto anche a una narrazione piuttosto sterile che si fa dell’organizzazione, del tipo folkloristica, limitata in maniera, ripeto, estremamente sintetica e circoscritta a una mera cronaca giudiziaria. Questo basso livello di conoscenza ha avuto un primo corollario estremamente negativo ed è il rischio che si registra da più parti di confinare il contrasto ai sistemi mafiosi nell’ambito della mera problematica di ordine e sicurezza. Va sottolineato – prosegue il procuratore di Catanzaro – come le organizzazioni criminali agiscano soprattutto nelle pieghe dei mercati finanziari e societari, e questa è la prima regola della ‘ndrangheta, “non fare rumore”. Ma parallelamente è in atto anche un grave arretramento nella stessa percezione pubblica della minaccia mafiosa, sempre più ridotta a una questione di ordine pubblico, della quale preoccuparsi solo dinanzi alle emergenze violente, chiudendo invece orecchie e occhi dinanzi ai processi di mimetizzazione economica e sociale delle componenti più raffinate dei circuiti criminali. E questo è quello che stiamo vedendo: il confinare tutta la problematica a ordine e sicurezza pubblica rischia di disperdere anche un patrimonio culturale e giuridico nella lettura del fenomeno mafioso, accumulato anche, ahimè, col sacrificio estremo di tanti servitori e fedeli dello Stato». Curcio poi scende nel dettaglio osservando che «la denuncia su questo arretramento muove su tre pilastri fondamentali. Le mafie moderne non cercano lo scontro militare, soprattutto con lo Stato, dopo quello che è successo negli anni ’90, ma puntano alla silente penetrazione della pubblica amministrazione e del tessuto economico legale, attraverso complessi sistemi di riciclaggio, autoriciclaggio, ecomafie e altre attività. Il secondo punto è l’assottigliamento degli strumenti d’indagine a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Alcune riforme legislative pongono limiti stringenti all’utilizzo dei mezzi di ricerca della prova — mi riferisco chiaramente al regime delle intercettazioni telefoniche, delle intercettazioni in generale. Queste barriere burocratiche – spiega il procuratore di Catanzaro – rischiano di indebolire il contrasto proprio verso i reati spia: corruzione, concussione, reati finanziari, che collegano le cosche al mondo dell’imprenditoria contigua e complice. È necessaria la prevenzione e il controllo amministrativo. Ripeto, se riduciamo la lotta alla criminalità organizzata e la concepiamo come delegata esclusivamente alle forze di polizia, intese come presidio del territorio e quindi all’ordine pubblico, viene meno quella tutela preventiva e quel controllo della trasparenza dell’azione amministrativa».
«Alzare l’asticella dell’attenzione»
Curcio quindi conclude: «Parlare di mafia significa anche alzare l’asticella dell’attenzione non solo da parte dei magistrati, degli avvocati e delle forze dell’ordine, ma di un’intera comunità. Perché un altro dato, un altro punto a favore delle mafie è sicuramente quell’indifferenza, quei comportamenti e quei giudizi che appartengono agli avvocati e agli stessi appartenenti alla nostra comunità. La mafia si nutre anche del nostro disinteresse e della nostra indifferenza, e allora, per impedire questo contegno, si continua a parlare di mafia e si tiene alta l’asticella». (redazione@corrierecal.it)
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