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una lettura per il nostro tempo

L’immagine sulla moneta e l’algoritmo invisibile: la libertà dell’uomo oltre i moderni Cesare

La moneta porta impressa la faccia del sovrano, la domanda che ci dobbiamo porre è questa: oggi chi sono i nuovi sovrani?

Pubblicato il: 18/10/2026 – 9:20
di Ennio Stamile
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Il Vangelo della liturgia di oggi, domenica 18 ottobre 2026 (XXIX domenica del Tempo Ordinario), ci presenta una delle frasi più celebri e fraintese di tutta la Scrittura. La famosa disputa sulla moneta del tributo contenuta nella pericope «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,15-21) non è, come spesso ancora si pensa, un invito a separare la politica dalla fede, ma una radicale dichiarazione di libertà che smaschera l’ipocrisia di ogni potere oppressivo.

Il tranello perfetto

Il testo si apre descrivendo una sorta di messinscena: i farisei, nazionalisti e contrari all’occupazione romana, si alleano addirittura con gli erodiani, i collaborazionisti del potere imperiale. Si tratta di un sodalizio innaturale che mette a nudo una dinamica antica quanto l’uomo: la tendenza, comune anche nella politica odierna, a stringere patti tra forze totalmente opposte pur di conservare il potere o eliminare l’avversario comune. Davanti al rischio di perdere centralità o di fronte a un elemento di rottura che non si riesce a controllare, le barriere ideologiche crollano e i nemici storici si riscoprono alleati di convenienza. Quello tra farisei e erodiani era uno di questi sodalizi, che aveva come unico scopo quello di cogliere Gesù in fallo per eliminare chi in quel momento rappresentava, dopo l’eliminazione del Battista, l’unica voce vera e libera. Da sempre la menzogna odia la verità, l’unico modo che ha di vincerla è quella di eliminarla. Per farlo i due schieramenti opposti e per ora alleati, si accordano per porre una domanda tranello, una sorta di strada senza sbocco sia dal punto di vista politico che religioso: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Se Gesù risponde «Sì», passa per un traditore del popolo e un sostenitore degli idolatri romani; se risponde «No», può essere denunciato immediatamente alle autorità imperiali come un sovversivo e un agitatore politico.

La moneta e l’immagine

Gesù, anche questa volta, compie un gesto geniale nella sua semplicità: si fa mostrare la moneta del tributo. Su quel denaro d’argento è impressa l’effigie dell’imperatore Tiberio con portava da entrambe le facce la dicitura che lo divinizzava. Da una lato: Tiberio Cesare, figlio Augusto del divino Augusto; dall’altro: Pontefice Massimo. A questo punto pone una domanda semplice che non si poteva eludere: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Rispondono: «Di Cesare». In questo preciso momento scatta quella  la risposta che cambia la prospettiva e le attese dei due schieramenti: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Cosa appartiene a Cesare e a Dio?

La moneta porta impressa la faccia del sovrano, la domanda che ci dobbiamo porre è questa: oggi chi sono i nuovi sovrani? Sicuramente l’IA, l‘economia con la sua selvaggia rincorsa agli armamenti, ma anche i Social attraverso i quali spesso si dettano le regole della politica, della comunicazione e della convivenza civile. Come stiamo vedendo in questi giorni, se c’è una protesta del comparto agroalimentare, dell’autotrasporto e della pesca, che stanno veramente soffrendo a causa del caro carburante, spesso si preferisce agire come il Ministro Lollobrigida: affidarsi a FB per comunicare con tono perentorio: “state dando fastidio”. D’altronde, non ci può attendere altro da chi, come lui, sostiene che “Gesù ha moltiplicato il vino”.  Con la sua risposta Gesù se da una parte dice che bisogna restituire a Cesare ciò che gli appartiene, dall’altra, ritorna, come sempre al progetto originario che Dio ha sull’uomo: essere fatto a Sua immagine e somiglianza. I governanti di ieri e di oggi possono avanzare pretese sulle tasse, e sulle regole sociali (alle quali il cristiano partecipa con onestà e dovere civico), ma la coscienza, la dignità e la vita dell’uomo appartengono solo a Dio. Nessun potere umano può appropriarsi dell’anima di una persona o chiedere un’obbedienza assoluta che offuschi la sua dignità.

Una lettura per il nostro tempo

Il Vangelo di questa domenica ci interroga, come sempre, su come stiamo orientando la nostra vita e le nostre priorità. In un mondo in cui tutto tende a essere monetizzato, misurato e ridotto a profitto o a consenso sociale, ci invita a fare una netta distinzione. Siamo chiamati ad abitare le nostre città con responsabilità politica e sociale, pagando i nostri tributi alla comunità, senza però permettere a nessun “Cesare” di turno di calpestare ciò che in noi è sacro ed eterno. Non a caso Papa Leone nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, al numero 237 lancia un severo monito contro i rischi della manipolazione algoritmica, ricordandoci la necessità di riscoprire un “antropocentrismo situato”. Laddove i flussi digitali e i modelli predittivi (matematici e informatici dell’IA) tentano di ridurre l’uomo a un mero dato statistico da monetizzare o da orientare per scopi di potere, l’enciclica ci esorta a ricondurre la tecnica sotto il primato della coscienza, per ritrovare la nostra dimensione autenticamente relazionale e sapienziale. Se ieri il rischio era consegnare la propria dignità all’effigie di un imperatore fusa nel metallo, oggi il pericolo è cederla agli algoritmi invisibili che orientano le nostre vite. Restituire a Dio ciò che è suo significa, oggi più che mai, custodire lo spirito, la verità, la bellezza e l’umanità, dall’usura del tempo e dalla freddezza dei codici, difendendo quell’immagine divina che nessuna tecnologia potrà mai replicare.

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