Oltre la cronaca. La rinascita di Carmine, una storia di droga, fragilità e seconde possibilità
Il libro di Letizia Varano oltre il pregiudizio e lo stigma. «A nessuno deve essere negata la possibilità di un nuovo inizio»
CATANZARO Dietro ogni persona c’è una storia, e nessuna è uguale a un’altra. Ci sono percorsi che si somigliano, esperienze che si avvicinano, fragilità che si incontrano. Anche quando si parla di droga, sebbene l’abisso in cui si precipita possa essere lo stesso, profondamente diverse sono le strade che conducono fin lì. Le notizie di cronaca che raccontano di un minorenne fermato per spaccio di stupefacenti rischiano di assomigliarsi tutte, fino a sovrapporsi l’una all’altra come fascicoli da archiviare su uno scaffale. Eppure, basta fermarsi a guardare oltre la superficie, sottrarsi alla sintesi di poche righe, per scoprire che dietro ogni singolo caso si nasconde un mondo. È lì, nella complessità delle esistenze individuali, che si incontra il racconto umano, imperfetto, sorprendente. Come quello che è riuscita a restituirci Letizia Varano nel suo ultimo lavoro editoriale, dal titolo “Storia di Carmine. Dall’abisso della droga alla rinascita” (Iod Edizioni, 104 pp.), perseverando nella scelta di dare al mestiere del giornalista una possibilità in più. Non è la sua prima volta: lo aveva già fatto qualche anno fa, per dare voce alla figlia di una vittima di femminicidio. «Sono convinta che la cronaca non basta per toccare le corde più profonde dell’opinione pubblica, perché, per svariate ragioni, non può entrare nella profondità degli eventi e non permette di guardare alle persone dietro i fatti o dietro semplici numeri. Riportare quotidianamente ciò che avviene nel mondo è un fondamentale per informare la società, ma la resa dei fatti deve essere integrata da un approccio più ampio e meno asettico», spiega Varano al Corriere della Calabria.
La fragilità, l’errore, lo smarrimento
Il ventenne Carmine Iannicelli è il protagonista di questa storia che racconta la fragilità, l’errore, la devianza, lo smarrimento. Nel suo caso, sono legati alla droga, ma potrebbero rappresentare, in forme diverse, un passaggio doloroso nella vita di ciascuno di noi. Carmine, però, è soprattutto il volto della speranza, della forza che permette di ricostruire il futuro, della rinascita dopo il buio. Non a caso, il libro parte proprio dalla presa di coscienza del protagonista: la possibilità di un nuovo inizio, di una nuova fase, la capacità di immaginare ciò che poteva essere domani. Una consapevolezza maturata dopo essere uscito dal tunnel in cui era finito a causa della droga poco più che adolescente, dopo aver affrontato i problemi con la giustizia e l’esperienza della comunità.
Per ricostruire ogni fase della storia, gli incontri tra l’autrice e Carmine sono stati frequenti. Riavvolgere il nastro del passato si è reso necessario per rimettere insieme i pezzi di una vicenda complessa, nella quale il racconto delle scelte sbagliate si intreccia con quello delle fragilità che li hanno accompagnati. «Carmine è un ragazzo molto sensibile e umile. Mi sono posta nei suoi confronti senza giudizio, senza un preconcetto, solo con il desiderio di conoscerne il vissuto. La sua sensibilità mi ha aiutata anche nel porgli le domande più spinose», racconta ancora Varano, che ha inevitabilmente avvertito il peso della responsabilità e il dovere di accostarsi con il tatto giusto alla sfera più intima e personale dei trascorsi di quel giovane che aveva accettato di aprirsi con lei. «Spero di aver restituito il suo percorso nel modo più rispettoso ed efficace possibile», aggiunge.
Non tutte le storie sono uguali, dicevamo, e non tutte sono a lieto fine come questa. Un elemento che emerge in maniera nitida e, allo stesso tempo, inquietante è legato all’estrema «facilità di accesso alle droghe anche per i più giovani». L’invito da parte di amici di qualche anno più grandi di lui a “farsi ‘na botta” è arrivato in un pomeriggio qualunque. E altrettanto significativo è il modo in cui Carmine si è ritrovato a spacciare, con la droga da vendere che gli consentiva di procurarsi la dose di cui aveva bisogno. La sostanza entra così nella sua vita senza preavviso, ma trova terreno in una condizione di vulnerabilità che il racconto aiuta a comprendere. Tutto accadeva mentre, quasi come in un film che scorre in parallelo, nella sua vita era arrivato un brutto incidente che, compromettendogli la vista da un occhio, non gli permetteva più di giocare a rugby. E mentre gli attacchi di panico si facevano sempre più frequenti. L’inquietudine prendeva il sopravvento e la scelta di evadere attraverso la droga sembrava l’unica ancora di salvezza. Ogni volta che era sul punto di chiedere aiuto ai genitori, però, a bloccarlo era il desiderio di proteggerli: teneva dentro la sua sofferenza per non disturbare. È uno degli aspetti più delicati della sua storia, perché mostra come il disagio possa crescere anche quando, all’esterno, non sempre è possibile riconoscerne la portata. La situazione precipita a causa di un evento che non avrebbe potuto prevedere. È il momento in cui si ritrova a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni e il sistema giudiziario entra nel suo percorso. «Carmine ha sempre saputo che quello che stava facendo era sbagliato, aveva solo bisogno di aiuto, di una guida che ha trovato tra le mura della comunità ministeriale di Catanzaro e nell’amore della sua famiglia che non gli ha mai fatto mancare il suo sostegno. Non si è mai autoassolto. La sua “redenzione” era già dentro di lui, doveva solo essere tirata fuori».
In questo caso, il sistema ha consentito al ragazzo di riappropriarsi del proprio futuro e la sua vicenda diventa il volto di una giustizia che ha saputo riannodare i fili spezzati. Non si tratta di cancellare l’errore o di sottrarlo alle sue conseguenze, ma di evitare che ciò che è stato commesso diventi l’unico elemento attraverso cui definire una persona. Come scrive nella prefazione del volume l’educatrice Arianna Mazza, è stato centrato l’obiettivo di sottrarre un giovane alla possibilità di identificarsi esclusivamente con ciò che ha commesso. È anche in questo passaggio che la storia di Carmine supera i confini della vicenda individuale e invita a interrogarsi sul significato concreto di una seconda possibilità: sulla capacità di riconoscere un errore, assumersene la responsabilità e trovare gli strumenti per costruire un’alternativa.
La droga e i giovani
Questa storia riporta l’attenzione sul tema della droga e invita a non perdere di vista l’emergenza droga tra i più giovani, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli critici, sia per l’abbassamento dell’età del primo contatto sia per un significativo aumento della poliassunzione di sostanze. La vicenda di Carmine non pretende di restituire da sola la complessità di un fenomeno così ampio, ma ne mostra una dimensione spesso trascurata: il legame tra il consumo, la fragilità personale e la difficoltà di chiedere aiuto. Raccontare una storia come questa significa allora provare a guardare oltre la notizia che registra un reato, per comprendere quali condizioni possano “incoraggiare” un giovane a cadere in una situazione di dipendenza e quali occasioni possano aiutarlo a uscirne.
«Il tema della droga non è più al centro del dibattito pubblico. Credo che il motivo risieda nel fatto che il consumo sia stato ampiamente “sdoganato”. Come prassi tollerata, se non in alcuni casi “incentivata”. Dico questo, ma va preso con le pinze, perché una spiegazione esaustiva richiederebbe un’analisi sociologica e io non ritengo di avere gli strumenti adeguati. Questa pubblicazione, nel suo piccolo, lo riporta al centro, in una chiave di lettura che mostra il legame fra la fragilità e la dipendenza», conclude Varano. Per questo motivo, la strada che ci auguriamo questo volume possa percorrere è quella che lo porterà nelle scuole. È il luogo più indicato per una storia come questa, perché i ragazzi possono immedesimarsi nella vicenda di Carmine e riconoscere, attraverso il suo percorso, quanto possa essere difficile affrontare il disagio senza sentirsi soli e giudicati.
Senza dimenticare che azioni di questo genere arano il terreno per la semina di valori che spesso la società della performance e del successo visibile sembra aver smarrito, come ad esempio imparare a guardare le persone oltre i loro fallimenti. È il messaggio che attraversa la storia di Carmine e che Varano affida alle parole conclusive: «Spero che la nostra società sia sempre pronta ad accogliere chi ha sbagliato, lo ha compreso ed è cambiato. A nessuno deve essere negata una seconda possibilità, se la chiede ed è pronto a impegnarsi per costruirsi un futuro diverso». (redazione@corrierecal.it)
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