La vita nelle trame di juta di La Gamba

La storia dell’artista vibonese capace di catturare emozioni trasferendole su materiali di riciclo o di inciderle su marmo, acciaio e bronzo è al centro del nuovo episodio di “Ti racconto un’impresa”. Il format in onda sul canale 211 del digitale terreste e in streaming su “L’Altro Corriere TV”

di Roberto De Santo
PIZZO CALABRO «La passione per la pittura mi ha salvato». È racchiusa in questa battuta il senso e la vita di Antonio La Gamba, artista poliedrico, «incessante sperimentatore» come ama definirsi e legato alla sua regione e alle sue tradizioni. Sessantatré anni con una lunga esperienza in campo nazionale, l’artista riesce a dare forma e trasferire la passione alle sue opere realizzate in marmo, bronzo, acciaio ed anche in materiale di riciclo. Due laboratori uno, a Vibo – che gli ha dato i natali – e l’altro a Pizzo Calabro, in cui La Gamba trasforma le sue idee in pura essenza d’arte. Reale come la sua vita. La storia dell’artista – pittore, scultore, ceramista e tanto altro ancora – è al centro del prossimo episodio di “Ti racconto un’impresa” in onda questo sera alle 21 sul canale 211 del digitale terreste e in streaming su “L’Altro Corriere TV”.
Fin da bambino ha curato la sua passione per l’arte, grazie all’intuizione dei genitori che hanno permesso al giovane Antonio di frequentare una bottega a due passi da casa: quella di Glauco Minarchi. «Qui mi sedevo – racconta – e lo osservavo mentre dipingeva». Da lì la passione per l’arte è aumentata. Mentre gli altri compagni dell’istituto tecnico industriale dove La Gamba si è diplomato hanno poi preso strade diverse, l’artista ha seguito il suo sogno che lo ha portato a diplomarsi in ceramica presso la Scuola d’Arte di Vibo Valentia e in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Un percorso di formazione praticamente continuo che gli permette di conseguire anche il diploma sperimentale di secondo livello in “Arti visive e discipline dello spettacolo” indirizzo Scultura. Ma l’esperienza di La Gamba si è arricchita anche fuori dalla regione. «Ho avuto la fortuna di andare Lovere, sul lago d’Iseo – racconta ancora l’artista – a fare esperienza. Lì ho imparato ad incidere, a scolpire. Quindi quegli anni sono stati determinanti anche perché mi hanno permesso di costruire la mia vita». Lì l’artista forma anche la sua famiglia ed è tra i fondatori del circolo artistico “Il Moretto”. In questo periodo ha modo di approfondire le varie tecniche: scultura, ceramica, incisione. Stimolato dall’amicizia di artisti come Forestieri, Rota, Rovati e De Fazio. Poi il ritorno in Calabria. «Da sempre ho avuto un sogno – dice – quello di aprire gli occhi e guardare il mare».
I primi passi da artista li ha compiuti come pittore. «Ho iniziato a dipingere gli anziani – spiega -. Quando io ero ragazzo non erano oggetti da mettere in un ospizio o da affiancagli una badante, gli anziani erano i capi famiglia. Erano i saggi. Erano quelli che avevano la pazienza di aiutare i nipoti a comprendere il loro futuro cosa cioè avessero in mente anche se con le idee confuse».
Poi si dedica come soggetti preferiti ai volti dei bambini. «Come spesso accade con la nascita dei propri figli», dice. «Mi piace ritrarli su pezzi di juta – sottolinea – un tessuto povero, ma essenziale». Non è una scelta casuale, ma una linea di pensiero quella dell’artista vibonese che adora raccogliere «in riva al mare pezzi di tavola» o «dall’immondizia dei legni o dei cartoni». «Lascio che siano loro ad aiutarmi a raccontare una storia». E poi quel rapporto speciale con il nonno che ha lasciato un’impronta indelebile nella vita dell’artista. «Aveva dei sacchi di juta che con maestria ricuciva e riciclava. Non li buttava mai. Una volta gli ho proposto uno scambio: i suoi vecchi sacchi con dei nuovi. Nonostante fosse riluttante, accettò. Ed ora quei pezzi di juta che ho utilizzato per dipingere, sono gli oggetti più preziosi che conservo per me e per le mie figlie». Un materiale dunque povero ma ricco di significato, per il giovane artista a cui resta legato per sempre. «Per me il sacco di juta rappresenta la vita. I fili che ordiscono la trama sono i giorni che trascorrono. Dove c’è ne uno rattoppato raffigura un dolore, un dispiacere che il tempo ha poi ricucito. Mentre i buchi nel tessuto sono i dolori che sono rimasti per sempre nel cuore». Dicevamo che l’attività di La Gamba nasce spontaneamente, da autodidatta. «Poi con l’esperienza – racconta – ho cercato di semplificare le cose. Di coglierne l’essenza, di assorbire le emozioni». Da qui una definizione che La Gamba fa dell’artista: «è una sanguisuga». «Coglie le emozioni dagli amici, dagli incontri, dalle persone che gli sono vicine e poi cerca di trasmetterle, se è capace, con le proprie opere. Per questo quando qualcuno che ti conosce percepisce emozioni dall’opera è perché senza saperlo c’è un pezzo di lui». Non solo juta, ma anche altri materiali di riciclo: tra tutti il cartone. Questo perché afferma l’artista «la tela bianca mi fa paura». «Nel primo segno che si incide su quel cartone c’è un’emozione che non si percepisce nella scultura finita. In quei primi schizzi dell’opera che si procederà poi a realizzare si ha una poesia». Una percezione che ritorna nelle attività che si compiono da bambini. «Prima che le maestre gli diano dei lavori da colorare – afferma – i bambini fanno delle cose stupende. Non per nulla Mirò diceva “ho impiegato 90 anni per imparare a dipingere come un bambino”». E poi c’è la curiosità dell’artista ad animare le sue opere. Una curiosità che lo porta a personalizzare anche angoli di una cittadina come può essere la «sua» Pizzo apparentemente normali, comuni. Una sorta di magia. «Una cosa bella che avviene a Pizzo è che anche in un angolo buio del centro storico appena apri una finestra vedi il mare. Quel pezzo di mare che intravedi è solo tuo». «Chi ha la fortuna di vivere percependola bene questa Calabria è riesce a portarsela dentro questa è un’ancora di salvezza». (r.desanto@corrierecal.it)





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