CAFFÈ EUROPE | «Voto tra diritto, dovere ed obbligo»

di Salvatore Scalzo

14 ottobre 2018. Quella mattina ero stato uno dei primi a recarmi a votare in uno dei seggi del comune di Etterbeek, a Bruxelles. Come forse sapete, ogni Cittadino dell’UE che vive all’estero ha questo diritto per le elezioni locali ed Europee che si svolgono nel paese di residenza. E quello era il mio primo voto in Belgio, dove si rinnovavano i consigli municipali. Vi lascio immaginare le sensazioni che mi accompagnavano. Nel mio ultimo voto per un’elezione locale, soltanto sei anni prima, avevo votato per me stesso a 2500 km di distanza.
Mentre ero in fila, assieme a un’altra decina di elettori, qualcosa si inceppò. Il funzionario di Etterbeek, non senza qualche imbarazzo, ci informò che c’era un serio problema tecnico con le macchine (qui il voto è rigorosamente elettronico) e che sarebbero dovuti intervenire dei tecnici per riparare il tutto. Insomma non meno di 30 minuti attesa. Dopo aver aspettato per 45 minuti, mi rivolsi al funzionario e lo pregai di prendere nota che avrei dovuto partire con un volo 90 minuti dopo e che per questo avrebbe dovuto rilasciarmi una giustifica. Non ero impazzito naturalmente. Semplicemente, in assenza di quella giustifica, sarei stato soggetto ad una multa che varia da 25 a 50 euro (e che raggiunge fino a 125 euro, in caso di recidiva). Infatti il Begio è uno dei ventidue paesi al mondo dove il voto è obbligatorio (anche se ad essere precisi, non tutti e 22 applicano a pieno la legge). Ed il Berlgio è anche quello con la tradizione più antica in tal senso, essento il voto di natura obbligatoria dal 1893, cioè oltre 120 anni fa. Ho fatto riferimento a multe pecuniarie come misura sanzionatoria, ma vale la pena ricordare, per completezza, che quando un elettore non si presenta per 4 volte nell’arco di 15 anni, viene radiato dale liste elettorali per dieci anni e in tale periodo non può ricevere nomine o onorificenze da parte di un’autorità pubblica. Il risultato è che a Bruxelles il tasso d’astensione per le elezioni dell’ottobre 2018 è stato del 16 per cento circa e ben più inferiore in altre parti del Belgio (circa 12 per cento in Vallonia – la regione del Sud – per esempio).
È interessante notare che in Italia è esistito un tempo in cui il voto era obbligatorio. Un tempo abbastanza lungo, visto che il voto obbligatorio è stato abolito solo nel 1993. Tuttavia, anche prima del 1993, la sanzione non era pecuniaria e prevedeva l’obbligo di giustificazione al sindaco e la possibile iscrizione dell’elettore inadempiente in un registro di buona condotta. Inoltre la norma è stata scarsamente applicata nel corso del tempo rimanendo per lo più sulla carta.
La questione del voto obbligatorio mi rimanda ad un interrogativo che trovo tra i più interessanti della scienza politica e della teoria democratica. E cioè il tema della rappresentanza degli inattivi e dei silenti e la legittimità di istituzioni che vengano, come purtroppo sempre più avviene nel nostro paese, votate da un elettorato ridotto o addirittura da una minoranza della popolazione attiva. Il dibattito teorico su questa questione è ovviamente estremamente lungo e controverso, cosi come controversi sono i risultati stessi della ricerca nei paesi in cui il voto è stato reso obbligatorio. Non ci sono inequivoci segnali che il voto obbligatorio produca necessariamente governi più o meno progressisti, istituzioni più o meno stabili o cittadini più o meno interessati alla politica.
In questo articolo non ho certo la possibilità di rendere giustizia all’ampiezza e alla complessità di questo dibattito. Ma sicuramente posso offrire qualche riflessione personale partendo dalla mia convinzione, molto forte, che il voto debba essere reso obbligatorio. E per tre ragioni sostanziali, che provo rapidamente a spiegare.
Primo. Credo che l’obbligo di fondare un progetto elettorale su un numero di elettori molto più ampio e regolare (in virtù di un voto obbligatorio), potrebbe essere un incentivo importante per le forze politiche a misurare il proprio manifesto elettorale su platee e interessi meno limitati e quindi alla necessità di disegnare progetti molto più seri e articolati da applicare al tipo di società che intendono perseguire.
Secondo. Se le elezioni vengono decise da fette di cittadini che progressivamente si riducono, sarà più grande il rischio che il potere pubblico possa “comprare” i voti attraverso una gestione clientelare delle risorse, decidendo di fatto le elezioni, specialmente quelle locali, con grave danno sul necessario e naturale ricambio delle classi dirigenti e per l’incidenza sul carattere progressista ed evolutivo che deve necessariamente caratterizzare le istituzioni.
Terzo e quello che mi sta più a cuore. Se guardo proprio al Belgio, uno dei fattori più fortemente indicati come ragione per introdurre il voto obbligatorio, fu quello di favorire l’espressione elettorale della classe più povera. In particolare, in un tempo in cui gli orari di lavoro degli operai erano particolarmente duri e i diritti incerti, si temeva che la classe lavoratrice potesse incorrere nella pressione al non voto da parte dei datori di lavoro, preoccupati a massimizzare le ore di lavoro dei propri operai. Viviamo in un’altra epoca e anche le forme di lavoro sono cambiate, ma non vi è dubbio che la base di quella preoccupazione rimane. È evidente come, sui grandi numeri, per tutta una serie di fattori, siano le famiglie più emarginate e deboli quelle che di più tendono all’astensionismo. Questo si deve al minor livello di scolarizzazione, ai più alti livelli di sfiducia che accompagnano situazioni economiche disagiate e, in parte, all’impiego della manodopera più esposta socialmente nei weekend. Come un famoso studio sull’Olanda post-1970 ha fatto notare, non vi è dubbio che il voto obbligatorio favorisce l’espressione più equilibrata e bilanciata dei ceti sociali più marginali.

Arrivederci al 21 giugno per il prossimo appuntamento di Caffè Europe. 







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