CAFFÈ EUROPE | «Saint-Josse e il tempo del non-lavoro»

di Salvatore Scalzo

Saint-Josse-ten-Noode è una delle diciannove municipalità della Regione di Bruxelles capitale ed è quella con la più alta densità di popolazione e l’età media più bassa in Belgio. Situata un po’ a cavallo tra centro storico e quello che è attualmente il quartiere Europeo, è sempre stata e tuttora è un luogo di assoluta e interessante contraddizione. Con un passato remoto patrizio e nobiliare, soppiantato poi da un massiccio insediamento del ceto operaio industriale alla fine dell’Ottocento, oggi, la municipalità ha un piede nella dinamica “European bubble” delle istituzioni comunitarie e delle attività ad esse collegate e l’altro in situazioni di profondo disagio economico e sociale. Con un mix sociale, come viene evidenziato sul suo sito Internet, di funzionari europei, alti dirigenti, artisti, migranti privi di documenti e senzatetto, giovani che si stabiliscono lì all’inizio della loro vita professionale. Si calcolano 153 nazionalità, 60 lingue al suo interno. Una larga maggioranza dei suoi consiglieri comunali sono di origine straniera.
Ma Saint-Josse non è il tema di quest’articolo, benché di articoli ne meriterebbe più di uno. È invece la cornice di un’iniziativa abbastanza unica, almeno nel settore pubblico. Il suo comune introdurrà infatti, dal 2020, un regime lavorativo di 4 giorni alla settimana, ma col mantenimento del pieno stipendio, per i lavoratori di età superiore ai 55 anni. Inoltre, il calcolo dei premi di fine anno nonché il diritto alla pensione verrà calcolato come per un lavoro a tempo pieno. L’iniziativa è del sindaco Emir Kir, figlio di migranti turchi, socialista. E viene presentata come un esperimento, nel senso che l’intenzione è quella di estendere in futuro il nuovo regime a tutti i lavoratori comunali che iniziano la loro carriera.
Sono profondamente convinto che l’iniziativa intrapresa dal comune di Saint-Josse ha il sapore del futuro. Il tema del miglioramento delle condizioni di lavoro è ovviamente un tema che ha una lunga storia, lunga quanto tutti gli anni che ci separano dall’inizio della rivoluzione industriale. Esso continuerà a segnare con forza i prossimi decenni, ma non solo dal punto di vista della prospettiva di migliorare le condizioni di lavoro ma anche per quel che riguarda la ridefinizione del rapporto tra lavoro e individuo. Ho sempre pensato che quando tra molti decenni o secoli, qualcuno guarderà indietro a un tempo della storia in cui gli individui lavoravano mediamente 35 o 40 ore a settimana (questa più o meno la media del tempo lavorato nei paesi Europei; ovviamente possiamo immaginare che questa media sia nei fatti molto più alta), lo farà con uno sguardo prima sorpreso e poi commiserevole. E infine, ovviamente, tirerà un sospiro di sollievo. Per carità, se guardiamo a come il lavoro era organizzato secoli addietro, quel sospiro di sollievo lo possiamo tirare anche noi. Eppure fatico a giudicare bene anche i ritmi di lavoro della nostra epoca. Non sono, per me, il riflesso di una società sana e attenta allo sviluppo pieno della persona. Semplicemente per il fatto che quando si devono dedicare 35 o 40 ore settimanali (o anche di più) a un lavoro, che magari in molti casi non si è neppure scelto o che non corrisponde alle vocazioni intime della persona, resta un tempo insignificante per molti altri fondamentali aspetti dell’esistenza quali per esempio la famiglia, la coltivazione di passioni umane e artistiche. È tutta una grande corsa, in cui affetti familiari e passioni vengono consumati in una condizione di ansia e stanchezza, o addirittura archiviati.
Inoltre quando il lavoro occupa un tempo così importante della vita, allora la costruzione di relazioni sociali (al di fuori di quelle professionali) o un contributo alla comunità di appartenenza diventano quasi impossibili. Oserei dire che il lavoro, in tale contesto, rischia di funzionare da pericoloso sistema di controllo sociale e di allentamento dei moti e delle forme di impegno collettivo.
Insomma, per quanto il lavoro debba continuare senz’altro ad essere una parte importante della vita degli individui, e bisogna anche lavorare sull’incentivare l’incontro tra vocazioni e lavori, mi aspetto e auspico che in termini generali la parte di tempo da consegnare al lavoro possa mediamente sostanzialmente diminuire, senza per questo intaccare il diritto a una retribuzione che deve rimanere comunque pienamente dignitosa. L’individuo ha il diritto di godere di tutte quelle altre dimensioni del suo esistere, parimenti importanti.
Esperimenti in questa direzione si susseguono e crescono in diverse parti del mondo, con molte compagnie piccole e grandi nel settore privato impegnate a inseguire formule simili a quella che il comune di Saint-Josse-Ten-Noode si appresta a varare dal 2020 per i suoi dipendenti: 4 giorni di lavoro, ma pagati come fossero 5. E benché non sia a conoscenza di studi esaustivi sul tema, già alcune grandi compagnie hanno definito molto positivo l’esperimento. E’ il caso di una società di marketing a Glasgow, la Pursuit Marketing, 120 persone con settimana lavorativa di quattro giorni alla fine del 2016, che ha fatto registrare un aumento della produttività del 30%. Oppure la Perpetual Guardian, un’azienda finanziaria neozelandese che sovrintende a circa 200 miliardi (in dollari neozelandesi) di assets, 240 dipendenti traferiti al nuovo regime di lavoro, che ha registrato un aumento del 20% della produttività. Inoltre se guardiamo alla classifica della produttività nei vari paesi del mondo, non c’è assolutamente alcuna corrispondenza tra produttività del lavoro e monte medio dell’orario settimanale.
Ma il quadro dei benefici attesi è a mio dire ben più ricco e articolato del semplice dato relativo all’accresciuta produttività. Credo infatti che l’effetto per la comunità, sociale ed economico in senso lato, di una persona più soddisfatta, più integrata, più capace di sviluppare e contribuire alla famiglia, alle relazioni e ad altri progetti collettivi sia enorme. Difficile da stimare in termini quantitativi ma certamente enorme.
Ridisegnare, in senso possibilmente radicale, il senso e il tempo del lavoro nella nostra vita è uno degli impegni necessari negli anni a venire. Ciò ovviamente non si può lasciare all’improvvisazione, alle scelte volontarie né a parziali regolamentazioni. Necessita uno sforzo visionario e di programmazione complessiva delle classi dirigenti, capace di raggiungere un livello di ragionevole equilibrio per rassicurare gli interessi e i timori delle varie parti in causa, ripensando le infrastrutture di incentivi, i servizi e le organizzazioni che sottendono i nuovi modelli di lavoro, incluso, perché no, la possibilità degli enti locali di favorire economie sociali innovative basate sull’accresciuto tempo di non-lavoro degli individui.
Gli spazi di questo articolo permettono ovviamente solo di creare un minimo di suggestione, di offrire lo schizzo di un tema che necessità ovviamente di più ampi approfondimenti, dettagli, discussione. Sono convinto però che questa sia una visione giusta e umana, per certi aspetti anche inevitabile, delle nostre future società. Ecco, serve la disponibilità della politica e delle parti interessate a confrontarsi con la complessità, ma anche la forza di queste tematiche.
Il futuro è il tempo della realizzazione degli individui come lavoratori, ma anche e soprattutto come genitori, persone, cittadini. Un tempo in cui ci sarà magari anche lo spazio nel nostro Paese per una modifica dell’incipit dell’articolo 1 della nostra Costituzione per come segue: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e sulla piena realizzazione della persona umana e del cittadino».

Arrivederci alla settimana del 26 agosto per la prossima puntata.







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