CAFFÈ EUROPE | «Il presagio avverso della politica calabrese»

di Salvatore Scalzo

Mi sono imbattuto qualche tempo addietro in una brevissima quanto profonda descrizione di Bruxelles dello storico e scrittore fiammingo Roel Jacobs. Jacobs definisce Bruxelles come la città dove “Personne n’a jamais raison tout seul”. Da tradurre come la città dove “nessuno ha ragione da solo”. La frase è davvero evocativa. Da’ ragione di quel mosaico estremamente complesso che da’ vita alla capitale europea, risultato della tessitura di centinaia di anni di storia. Un mosaico che tuttavia mescola sapientemente senso del compromesso e costruzione tra persone, culture e identità diverse, in una maniera tale da dare al tutto una forma intelligente e in progressiva evoluzione. L’espressione dello scrittore sembra anche l’eco di un sentire diffuso tra le persone che abitano la città, una sorte di umile ma propositivo mettersi individualmente in discussione, di aprire alla ragione degli altri.
Ammetto che questa frase mi ha fatto molto pensare riflettendo sulle vicissitudini della politica calabrese di questi giorni. Non ho né l’ambizione, né soprattutto la presunzione di giudicare meriti o demeriti degli individui o dei gruppi coinvolti, presunte ragioni o torti. Guardo solo al triste quadro complessivo che si sta delineando, che è certamente l’elemento principale di nota. Nella Calabria di questi giorni, la politica, definita da Michels come arte dell’organizzazione, sembra correre il rischio di essere assoggettata ad un’anarchia distruttrice, dove appunto, per riprendere il testo di Jacobs – seppur al contrario – ognuno sembra darsi ragione da solo. Si badi bene. Non ho in mente né una visione buonista né naif della politica. La politica vera è certamente densa di conflitti, asti ed emozionalità espresse e inespresse. Ma è altrettanto vero che la politica è profondamente inefficace, e forse anche inutile e nociva alla società, quando quei conflitti, asti, emozionalità, non sono incanalati con forza e autorevolezza in una sintesi, in un progetto collettivo, in una dimensione che abbia chiari gli elementi per cui battersi, gli ostacoli da superare e il modo di rimuovere quegli ostacoli. E quel progetto, chiaro e definito, deve reggersi su un numero autorevole di persone che hanno le competenze, la cultura, la passione, le virtù etiche per interpretarlo, attuarlo, monitorarlo; e ancora deve definire attraverso la discussione e la partecipazione i volti per rappresentarlo e l’organizzazione più idonea per tradurlo in maggioranza di governo solida, coerente, credibile. Ma tutto ciò richiede tempo, preparazione, visione. In assenza di questo, la competizione per il potere, soprattutto in regioni più assoggettate a dinamiche clientelari, rischia di diventare competizione tra piccole ambizioni individuali o piccoli gruppi organizzati, senza alcuna possibilità né di rappresentanza né di progetto. Rischiamo appunto di cadere in una voragine che credo abbia rari precedenti, che offre la crudità del suo essere, senza neppure la pretesa della finzione.
C’è una nota finale. Ho scritto in un’altra occasione, in questa rubrica “La Calabria produce spesso gesti e idee che uniscono passati a futuri visionari”. Visioni che abbracciano passato e futuro si rincorrono spesso nelle cose di Calabria. Ed anche in questo caso mi sono posto la domanda se il quadro politico abbastanza disintegrato che abbiamo davanti agli occhi sia qualche cosa di più del semplice riflesso di elementi di arretratezza del dibattito o di specifiche contingenze storiche. Se sia in un certo senso anche una sorta di ammonimento. O magari di presagio, che investe la dimensione della politica e del politico, ben oltre la Calabria. Il presagio di un punto di caduta possibile di una serie di fattori congiunti: il trascinarsi lento e claudicante delle organizzazioni partitiche di massa e dei corpi intermedi, l’assenza diffusa di quadri dirigenti, il declino di infrastrutture della formazione e del sociale nel paese. La storia insegna che questo punto di caduta, di anarchia distruttrice del politico è spesso precursore di fenomeni che possono addirittura investire l’intera democrazia rappresentativa. Ecco, da questo punto di vista, la costruzione di un progetto vero per la Calabria non è solo il tentativo di recuperare una regione in costante difficoltà ma anche un grande test sul paese, sulla sua politica, anzi, più precisamente, uno sforzo comune teso a difendere la politica dalle insidie di un percorso terribilmente avverso. È questo il vero compito che inizia (temo purtroppo solamente) dopo il 26 gennaio, e con ogni probabilità principalmente fuori dalle sedi del nuovo Consiglio Regionale.

Arrivederci alla settimana del 16 dicembre per l’ultimo appuntamento di questo 2019.







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