CAFFÈ EUROPE | «L’operazione Rinascita e la lotta all’indifferenza»

di Salvatore Scalzo

Il tema previsto per questa uscita era l’approfondimento sulle recenti statistiche dell’OCSE relative alla capacità di lettura di un testo da parte degli italiani.
Poi, sabato 21 dicembre, un evento importante ha spostato completamente il mio orientamento iniziale e ho avvertito, nel mio piccolo, la necessità di articolare qualche breve riflessione sulla maxi-operazione “Rinascita-Scott”. Affiderò le riflessioni sulla ricerca dell’OCSE alla prossima puntata in gennaio.
È presto detto. L’intervista del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri a Sky, del 21 dicembre, appunto. In particolare due passaggi, pesanti come macigni, mi hanno procurato più di qualche emozione. Il primo: «Certo che ho paura, ma la cosa importante è addomesticare la paura, parlare con la morte, per ragionarci, così non si perde il controllo della situazione». Il secondo: «I giornali nazionali hanno boicottato la notizia… il Corriere della Sera ha riportato la notizia in 20esima pagina, Repubblica e La Stampa alla 15-16esima, mentre Il Fatto quotidiano in prima pagina, come Avvenire e il Manifesto. Il perché non lo so, andrebbe chiesto ai direttori dei giornali. Fossi stato il proprietario di questi giornali mi sarei preoccupato, avrei chiesto. Mi auguro sia stata una svista, sicuramente è stato un ‘buco’ dal punto di vista giornalistico».
I due passaggi sono necessariamente collegati perché mi sembra logico ritenere che un sentimento di paura è più sentito se più forte è il senso di solitudine della persona che lo prova. Ma voglio procedere con ordine e soffermarmi sui due passaggi in maniera separata.
Il primo, quello sulla paura, è senz’altro la confessione di un individuo che non scopre certo oggi questa sensazione, ma avverte il bisogno di rinnovare una riflessione sul senso dell’addomesticamento della paura in un punto preciso della propria maturità personale e professionale. Un punto nel quale Gratteri forse avverte che il limite oltre il quale la propria vita possa essere realmente considerata in pericolo potrebbe essere già stato superato. Fanno rabbrividire la similarità dei concetti e dei toni utilizzati, con alcune interviste di Falcone o Borsellino, proprio sul tema del controllo della paura. In particolare la famosa intervista di Falcone alla giornalista Marcelle Padovani nel 1991. «Per me l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, ma è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa». Addirittura, rispetto a quelle parole di Falcone, Gratteri sembra disegnare un orizzonte ancora più intimo, vero, per il semplice fatto che egli ammette in maniera diretta che di paura lui ne ha davvero. C’è dunque non solo quel ricorso storico di uomini dello Stato che devono comunicare e rassicurare il cittadino durante una lotta difficile, difficilissima, dello Stato contro le deformazioni dello Stato stesso. Ma anche la declinazione, forse tutta calabrese, di quel ricorso storico: un ritratto inedito, emozionante, dell’uomo, senza filtri, che cerca di interloquire con le persone per renderle partecipi degli avvenimenti, per trasmettere quel sentimento, semplicemente umano, di avere paura.
Il secondo passaggio, sul senso di sufficienza e di distacco di alcuni giornali nazionali, è, come già dicevo, quello che forse più di ogni altra cosa evidenzia i contorni e la radice di quell’intimo incontro del procuratore con la paura. Un blitz, secondo solo a quello del maxiprocesso di Palermo, contro l’organizzazione criminale più potente d’Europa, forse del mondo, viene relegato il giorno successivo alle pagine e ai trafiletti di coda dei giornali più importanti d’Italia. Cioè di quegli stessi giornali, che con i loro editoriali, nei loro dibattiti, ci ripetono con enfasi che la ndrangheta è il cancro del paese, che serve la determinazione massima della politica e delle forze inquirenti per contrastarla, che vanno giudicati negativamente politici ed amministratori quando i loro discorsi non includono riferimenti alla lotta alla mafia. Ecco, senza tentennamenti e ambiguità, occorre dire che siamo in presenza di qualcosa di apparentemente inspiegabile, certamente pernicioso. E non mi risulta, da una prima impressione, che le cose sui giornali siano troppo migliorate da sabato 21.

Faccio alcune premesse prima di procedere alle conclusioni. Ho pieno rispetto per le legittime ambizioni e per i diritti degli individui coinvolti a dimostrare la propria innocenza, totale o parziale, dentro le regole del processo. Ho mie convinzioni precise sulla necessità della prudenza del linguaggio da utilizzare nel definire colpevoli o innocenti. Ho un rispetto profondo e non retorico delle sofferenze umane che si accompagnano ad ogni misura di limitazione della libertà personale. Non mi sfugge che i protagonisti dell’indagine siano inoltre soggetti a capi d’accusa diversi e differenziati nell’ambito delle inchieste, cosi che, effettivamente, alcuni si situino al centro e altri alla periferia dei grandi temi toccati dall’inchiesta.

Fatte tutte queste premesse, tuttavia occorre riconoscere che siamo di fronte ad un’opportunità senza precedenti non solo per assestare un colpo decisivo alla ‘ndrangheta in Calabria ma, e forse ancora più importante, per illuminare (e sanzionare) fenomeni centrali della storia politica ed economica d’Italia. A quest’ultimo proposito si deve infatti considerare che il potenziale dell’indagine è la ricostruzione di come una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo, i cui profitti viaggiano oltre i 50 miliardi di Euro all’anno (il 3,5 per cento del PIL Italiano), abbia costruito e curato canali affinché flussi finanziari e capacità d’influenza ancorati a un universo illegale e sommerso potessero penetrare l’economia legale, la politica e lo Stato in senso lato. Si apre insomma lo spiraglio per la comprensione di meccanismi e relazioni che hanno portato miliardi di euro dentro l’economia legale, condizionando con ogni probabilità importanti vicende economiche e politiche nazionali.
Questa è la portata potenziale della sfida. Una sfida storica, appunto, dove gli oltre 300 arresti della scorsa settimana possono segnare solo il punto di inizio di un discorso ancora più complesso e articolato, nel quale potrebbero essere coinvolti insospettati e insospettabili personalità e gruppi del paese Italia. Per il semplice fatto che i miliardi della ‘ndrangheta, soprattutto in un quadro di depressione economica che l’Italia vive dal 2008, non possono passare inosservati, nell’indifferenza e a distanza di molte delle grandi macchine economiche e politiche che governano il paese. Proprio per questo, l’operazione Rinascita è uno snodo importante del paese Italia e forse anche dell’Europa (non dimentichiamo la natura internazionale dell’organizzazione criminosa). E a dispetto di chi ha inteso retrocedere questa vicenda a fatto locale, come qualche giornale sembra aver fatto, occorre ribadire con forza l’eccezionalità del momento, delle forze e delle sfide in campo.
All’inizio ho azzardato un parallelo tra le parole di Gratteri e quelle di Falcone o Borsellino. Confido naturalmente, anzi sono abbastanza convinto che i tempi tra l’oggi e quel ieri siano differenti, che lo Stato italiano sia ben più solido, robusto, maturo di quello degli anni 90, che neppure lontanamente saremo chiamati a vivere vicende simili nei mesi ed anni futuri. Pur tuttavia, ricordare la similarità di quelle parole oggi è necessario, perché si ha sempre il dovere di riconoscere l’eccezionalità del presente, quando esso si riproduce davanti ai nostri occhi, rievocando le forme di passati vicini o lontani. Non dobbiamo ragionare né possiamo discutere seriamente dei fatti, e farci coinvolgere da essi, solo quando sono consegnati al passato. Ciò vale per ogni sfera della vita delle comunità.

L’operazione e il coraggio della Procura di Catanzaro nell’operazione “Rinascita” è un patrimonio per la regione, per l’Italia, per l’Europa. Dobbiamo difendere e sostenere il lavoro e il diritto dell’apparato giudiziario a operare senza se e senza ma. Dobbiamo difendere e promuovere gli operatori dell’informazione che continueranno a discutere e ad approfondire queste vicende, considerandole e trattandole per quello che sono: una priorità nazionale. Dobbiamo difendere tutto ciò da tante cose, ma soprattutto dall’indifferenza e dalle tattiche politiche.
E’ rispetto a questo lavoro granitico, continuo e sistematico di difesa, attenzione e sensibilizzazione che si misura il rinnovamento, la forza, il coraggio, la libertà di vecchia e nuova classe dirigente.
La manifestazione del 24 dicembre a Vibo è stato un segnale splendido, quasi storico. Ma raramente, come in questo caso, la portata del successo si misurerà sulla distanza.

Arrivederci al prossimo appuntamento di Caffe Europe nella settimana del 20 gennaio 2020.

Auguro di vero cuore a tutti i lettori e a tutti i calabresi un 2020 di maggiore speranza e libertà per la nostra terra.

Visto anche il tema di questo mio ultimo articolo, un augurio e un ringraziamento speciale al Corriere della Calabria, per il lavoro minuzioso, preciso e costante di informazione e approfondimento rispetto all’indagine di questi giorni della Procura di Catanzaro. Il Corriere è un piccolo grande patrimonio dell’informazione libera e indipendente di cui questa terra e l’Italia intera hanno bisogno come il pane.





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