Come cambia il narcotraffico

E’ stato appena pubblicato il Rapporto Narcotraffico 2012, frutto della collaborazione tra la fondazione Icsa e la Dcsa (Direzione centrale per i Servizi Antidroga), il cui testo integrale è possibile…

E’ stato appena pubblicato il Rapporto Narcotraffico 2012, frutto della collaborazione tra la fondazione Icsa e la Dcsa (Direzione centrale per i Servizi Antidroga), il cui testo integrale è possibile consultare nel sito on line di questo periodico. E’ bene partire, prima di commentare la parte espositiva del rapporto, i dati che esso pubblica circa i risultati dell’azione di contrasto in materia.
Si rileva, e il dato è per certi versi sorprendente, nel raffronto tra i primi dieci mesi del 2011 e quelli del 2012, un calo, abbastanza netto, nella quantità di operazioni investigative e giudiziarie portate a compimento, relative alle droghe cd. pesanti e precisamente un calo del 18,03 % per l’eroina e del 4,12 % per la cocaina; un analogo calo si registra pure per i sequestri di cocaina (-12,20 %) e droghe sintetiche (- 58,14 %), mentre aumentano i sequestri di eroina e assai di più quelli di marijuana, cannabis e altre droghe non meglio specificate. La sensazione che l’attività di contrasto alle droghe nel nostro paese registri una fase di stanchezza viene confermata dalla lettura dei dati relativi al numero delle persone arrestate (-4,60 %) e di quelle denunciate in stato di libertà (-21,07 %). E’ interessante ancora rilevare come nella classifica delle quantità di cocaina sequestrate al 15 novembre 2012 figuri al primo posto la Puglia, seguita a distanza da Lombardia, Liguria e Lazio nell’ordine, che a loro volta distanziano nettamente Campania e Calabria. Osservando il fenomeno nell’arco degli ultimi dieci anni il rapporto rileva “una sostanziale stabilità del mercato sia dal punto di vista della domanda che da quello dell’offerta. Il traffico che sino a qualche tempo fa avveniva per settori separati a seconda del tipo di materia trafficata (droga, armi, rifiuti, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione, ecc.) nel corso degli anni appare svolgersi in maniera integrata da parte di network criminali internazionali, che in tal modo potenziano in maniera esponenziale il loro potere criminale e conseguentemente le capacità di conseguire profitti illeciti da più settori di attività, condotte contemporaneamente in rapporto sinergico. Analogamente, nell’ambito del traffico di droga si è passati dal commercio “monoprodotto” al “politraffico” di più sostanze stupefacenti, in modo da soddisfare le molteplici e diversificate domande di consumo. Un ulteriore motivo di preoccupazione che, per la verità, era stato evidenziato dalla Direzione Nazionale Antimafia ad opera del suo procuratore Piero Vigna già nella prima metà del decennio scorso, è costituito dall’accertamento della gestione del traffico di droga ad opera di organizzazioni terroristiche a fini di autofinanziamento, beneficiando a tale scopo di “un reticolo di relazioni commerciali costruito su scala mondiale”. Tale utilizzazione avviene principalmente attraverso il controllo della produzione sia nei paesi dell’America latina (in particolare Venezuela e Colombia) per la cocaina, sia in Afghanistan per l’eroina.  Nell’uno e nell’altro caso le organizzazioni terroristiche hanno gestito e controllato la produzione e successivamente la fornitura e la rete di trasporto, traendone i mezzi di finanziamento per strategie terroristiche e politiche di ampia portata. Non manca neppure l’inserimento di singole cellule terroristiche  nella distribuzione anche di modeste quantità di sostanze stupefacenti, nelle grandi città europee. Questo aspetto del problema lascia intendere quanta sia rilevante la pericolosità dell’impiego delle risorse finanziarie del traffico, che per le organizzazioni criminali e mafiose ha come obiettivo il riciclaggio e il reimpiego in attività produttive, per le organizzazioni terroristiche ed eversive il finanziamento di operazioni terroristiche, dal proselitismo, all’armamento, sino all’organizzazione di stragi e attentati. Il rapporto prende atto di questo pericolo consistente nella immissione degli “enormi proventi ricavati dal narcotraffico” nel circuito finanziario “e sono oggi in grado di condizionare le scelte economiche di interi Stati”. Aggiungerei che il condizionamento, a questo livello di profitti, riguarda anche le scelte “politiche” di interi Stati, alcuni dei quali hanno assunto, nel tempo, le caratteristiche di veri e propri Stati-mafia. E non può che concordarsi con il rapporto quando auspica l’introduzione della fattispecie del reato di autoriciclaggio, più volte sollecitata anche dalla Procura Nazionale Antimafia, a “completamento di un sistema normativo che vede l’Italia come uno dei Paesi all’avanguardia nel settore del contrasto ai patrimoni illeciti della criminalità organizzata”.
Il rapporto conferma il ruolo predominante della ‘ndrangheta (per la verità si tratta di una pacifica acquisizione investigativa da almeno venti anni a questa parte), anche per la sua capacità di costituire veri e propri “cartelli” tra cosche per il finanziamento di importazioni di rilevanti quantità di droga (sino a cinque tonnellate), oltre che “di avvalersi di “centri di servizio” e società commerciali compiacenti per il controllo dei flussi illegali, anche a favore di cosche collegate”. Mi sia consentito tuttavia dissentire dalla valorizzazione che il rapporto opera dell’operazione investigativa “Crimine”, con la sua ricostruzione di una struttura centralizzata dell’organizzazione mafiosa calabrese, dal momento che è patrimonio comune di conoscenza di come ciascuna cosca o ciascun esponente di ‘ndrangheta opera nel settore del traffico di stupefacenti utilizzando i propri canali di finanziamento, la propria rete relazionale con produttori, fornitori e trasportatori, i propri canali di riciclaggio. Non sono strumenti che vengono messi volentieri a conoscenza di tutti e non a caso vi sono cosche specializzate in grandi transazioni internazionali e altre inserite in attività marginali relative a poche decine di chilogrammi. Vi sono ovviamente altri aspetti del rapporto che sarebbe utile richiamare (ad esempio l’analisi della situazione di Russia e Iran), ma ciascuno dei lettori potrà soddisfare la propria curiosità leggendo le centocinquanta pagine che lo compongono. L’intento di dare al rapporto periodicità annuale consentirà di aggiornare le conoscenze anche con riferimento ad altre realtà nazionali. Ne esce rafforzata, almeno da parte di chi scrive, che il traffico internazionale di droga è oggi l’attività criminale più remunerativa, più diffusa e più pericolosa per l’economia e la democrazia sia dei paesi produttori che di quelli che ospitano le organizzazioni criminali che la gestisce. Se non si registrano significative flessioni né a livello dell’offerta né a livello di domanda, ciò denuncia l’irrilevanza (si tratta di un termine forte, ma è così) dell’azione di contrasto. Peraltro la invarianza dei dati non riguarda le droghe sintetiche,  per le quali invece si registra forte aumento di produzione e consumo. Da ciò emerge l’attualità della grande questione del mantenimento o meno delle politiche proibizioniste vigenti in quasi tutto il mondo. Il problema si pone ormai all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e non sarà sfuggita la notizia dell’appello di famose star del cinema, apparsa sui giornali di tutto il mondo. Si legge sul Corriere della sera on line che “star del calibro di Kate Winslet, Morgan Freeman e Richard Branson mettono la loro faccia nel promo che annuncia la prossima uscita di un documentario dal titolo “Breaking the Taboo”, che denuncia il fallimento della guerra alla droga, portata avanti dai governi. La politica dei governi è fallita, dicono i proponenti dell’iniziativa, bisogna legalizzare le droghe, tassarle e controllarne la vendita. Nel film che debutterà su You tube il prossimo 7 dicembre, compariranno anche i due ex presidenti statunitensi, Jimmy Carter e Bill Clinton”. La citazione non costituisce argomento decisivo, d’accordo, ma il fatto che se ne parli sempre più spesso, evidenzia l’aumento della consapevolezza che il sistema deve trovare una soluzione che non sia limitata alla sola repressione, che, come si è visto nell’apertura dell’articolo, mostra qualche difficoltà a proseguire su standard elevati. D’altra parte tutte le procure italiane, da quelle distrettuali a quelle ordinarie, sono letteralmente intasate dai processi di droga e ancora più intasate dai detenuti per reati di droga sono le carceri italiane, senza che il fenomeno subisca arretramenti significativi. La più intasata dai proventi dei traffici di droga è l’economia, la nostra e quella di molti altri paesi, e gli effetti sono distorsivi delle regole del mercato, della libera concorrenza, della trasparenza degli operatori economici e finanziari, della trasparenza della politica e quindi della democrazia. Vero è che il rapporto si ferma alla descrizione ed all’analisi del fenomeno del traffico della droga, ma resta affidata ai lettori trarne valutazioni e conseguenze.

* Magistrato







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