Inventarsi un lavoro? Si può

Chi lo avrebbe mai detto? E’ finito, in meno di dieci anni, il desiderio dei giovani di adoperarsi per un”lavoro in proprio”, la libera professione, in sostanza. A furia di…

Chi lo avrebbe mai detto? E’ finito, in meno di dieci anni, il desiderio dei giovani di adoperarsi per un”lavoro in proprio”, la libera professione, in sostanza. A furia di sentirsi dire, da parte di politici ed amministratori, schiavi di richieste di raccomandazioni, pur promesse al momento del voto, che era finito il “posto fisso”, il lavoro, pur che sia, ma dietro la scrivania, i giovani “indignados” si erano adoperati per inventarsi un lavoro o una professione.
Chi nei campi – pochi – chi ancora al bancone di un bar, chi ha aperto un ristorante, chi ha seguito le orme del padre-idraulico, muratore, elettricista, aggiusta tutto – chi invece ha messo a frutto la laurea facendo il professore, l’avvocato, il biologo, il collaboratore scientifico (rappresentante di medicinali) o il commercialista. In Calabria, come o più che altrove. Un sondaggio della Demoscoop per la Repubblica delle idee, ci ha spiegato che il lavoro in proprio – quello, per intenderci senza orari, senza padroni, senza levatacce – non costituisce più un mito condiviso. Solo nel 2004 era il primo riferimento per oltre metà degli italiani. Oggi non è più così. Si è tornati alla richiesta del posto fisso specie in Calabria! In buona sostanza, i giovani – quando ci riescono, visto che la pubblica amministrazione è satura (a parte i super raccomandati!) – sentono il richiamo del lavoro dipendente, anche nella piccola o nella grande impresa. Insomma preferiscono avere “un padrone”. Anche un mio parente stretto, trent’anni fa – artigiano-ebanista e non più giovane – visto che dalle nostre parti un lavoro manuale non viene pagato o si considera un favore e viene preteso, scelse di emigrare a Torino. E lui, ebanista apprezzato, nella Piana di Gioia Tauro, tornando a casa per le ferie di agosto, si era in poco tempo abituato a dire: «Il padrone è contento di me, il mio padrone mi ha regalato diecimila lire e via di questo passo». Lui che aveva allievi (si chiamavano “discepoli”, perché li formava e li avviava al nobile e ricercato mestiere) ed era chiamato Mastro da tutto il paese, perché figlio, a sua volta di un altro mastro, si era assoggettato ad avere un padrone. Perché? E’ presto detto. Siccome dalle nostre parti un falegname, un calzolaio, un meccanico – a meno che non si tratti di grossi lavori – non vengono pagati o a loro si dice: “poi passo….”ha preferito emigrare a Torino. Dove, peraltro, doveva pagare il fitto, il costo dei generi alimentari era alle stelle, doveva prendere il treno per raggiungere la fabbrica, ma, almeno, diceva, a fine mese avevo il salario fisso, su cui poter contare, per moglie e figli! “Col poi passo, mastro Filippo non poteva mangiare!”. Come dargli torto?
A parere del professor Ilvo Diamanti le ragioni che stanno spingendo i giovani a tornare al pubblico o privato impiego sono diverse. La più importante è l’insicurezza assieme alla precarietà che ha rafforzato,soprattutto nei nostri paesi, l’importanza del posto fisso che viene considerato “posto sicuro”. Pubblico o privato non importa. E quel che i giovani dicono, ha rilevato Diamanti, è che «l’esser dipendenti” garantisce un reddito sicuro, anche se non elevato. Anche la ricerca di un lavoro gratificante, che dia “soddisfazioni” ha perso di peso». La ricerca di Demos Coop ha messo in evidenza “la paura di rimaner disoccupati” che spinge alla ricerca di un posto fisso, ma anche il rischio di perdere la pensione. “Sembra essersi bloccato il mito dell’ascensore sociale,che aveva mobilitato gran parte della società, anche quella calabrese che, pur piegandosi a lasciare il paese natio, era una molla che aiutava a crescere e a vivere meglio. A differenza di un tempo, quando c’era la “famiglia chioccia” e la “sindrome da nido vuoto”, adesso i genitori invitano i figli ad andare all’estero perché il nostro, purtroppo, non è un Paese per giovani.
Non hanno tutti i torti, a ben riflettere. E’ “la crisi del lavoro, come fonte di organizzazione e di riconoscimento sociale, ad erodere la fiducia nel futuro, ma anche nelle istituzioni e nei soggetti di rappresentanza, nei partiti e nello Stato. E cresce l’interesse per il “posto pubblico”, anche se visto con diffidenza, perché privilegio di pochi.
C’è, in sostanza, a leggere tutto il rapporto della Demos, un senso di disorientamento diffuso. Anche perché, in Calabria, ci sono, forse più che un tempo, occasioni di lavoro che non attirano i giovani, incomprensibilmente.
Qualche esempio? L’organizzatore agricolo (quello che cura aziende di proprietà altrui), i titolari di bed and breakfast (quante case sfitte,in giro per la Calabria!) gli affittuari di aziende in via di liquidazione per mancanza di eredi e, perché no, una nuova professione:la doula! Cos’è? L’ho appreso da poco, sentendo Radio Rai. La doula è una figura assistenziale non medico-sanitaria(non la classica badante) che si occupa del supporto alla donna dalla gravidanza al post partum. Un’attività che sta entrando nella mentalità della gente perché si tratta di donne che hanno studiato e sanno offrire un sostegno adeguato, intimo e confidenziale. A pagamento, si intende. Quando la disoccupazione incombe o, ancor peggio, è la regola, bisogna improvvisare, adattarsi,sforzarsi,eccitare la fantasia finchè si può. Lavorare, è vero, dà reddito, fa mangiare e vivere. Ma dà anche dignità.
E, come ha concluso da par suo, Diamanti è vero che «lavorare stanca, ma non lavorare umilia», soprattutto nelle nostre plaghe, dove il futuro è sempre stato atroce!Anche se Einstein diceva, “non penso al futuro! Arriva così presto”! (0010)

* Giornalista







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