«Sinistra ed Europa»

di Antonino Mazza Laboccetta*

La crisi della sinistra, che occupa il dibattito politico a livello nazionale e locale, non riguarda solo il nostro Paese, ma, in generale, anche i Paesi dell’Unione europea.
È da questo livello che vuole muovere la mia riflessione, perché è da questo livello che deve muovere, a mio avviso, la riflessione della sinistra su se stessa e sulla crisi che l’attraversa. Quello europeo è spazio ed orizzonte da cui non possiamo prescindere. E non possiamo prescindervi per la semplice ragione che lo scenario globale, nel quale siamo immersi, ci pone davanti a problemi, sfide, battaglie che superano la dimensione degli Stati-nazione. E che possono essere affrontati solo a livello di Stati o organizzazioni tra Stati che assurgano al rango di potenze globali. Di potenze cioè che abbiamo una stazza tale da consentire l’esercizio di un’influenza globale.
L’ambiente, il clima, l’energia, il nucleare, l’immigrazione, i conflitti regionali (che di regionale hanno ben poco, se riescono a mobilitare lo scacchiere mondiale, i suoi eserciti e le sue diplomazie), i flussi finanziari (che navigano in un territorio tutto loro, che non è certo quello degli Stati), internet (che ha costruito una territorialità nuova, sconosciuta agli Stati novecenteschi), il mondo della conoscenza e dell’informazione. Problemi, sfide, battaglie, come questi, come pensiamo di poterli affrontare? Pensiamo di poterlo fare attraverso il controllo degli Stati-nazione? Pensiamo di poterlo fare con gli strumenti della politica nazionale? Pensiamo davvero – e mi limito a questo esempio – di poter affrontare le sfide ambientali e climatiche mettendo in moto politiche, programmi, strumenti che si fermano ai nostri confini? Che vorrebbero non guardare al di là delle Alpi o del Brennero? Se ai nostri confini, o giù di lì, esplode una centrale nucleare, pensiamo davvero di poter “contenere” il controllo dell’ambiente o del clima dentro i confini nazionali? Sarebbe come contenere l’acqua in un paniere.
È in atto un processo di ripensamento della costruzione europea e della sua governance. Un processo che comincia dopo che l’Europa e il mondo intero hanno attraversato una delle più gravi crisi economico-finanziarie di tutti i tempi. Sembrano aprirsi spiragli di ripresa. Segnali di fiducia. E, non a caso, la Commissione europea, il 6 dicembre dello scorso anno, s’è affrettata ad indicare un percorso per l’approfondimento dell’Unione europea, il cui orizzonte si allunga fino al 2025. L’asse fondamentale di questo percorso è quello economico-sociale, e mira al completamento dell’Unione economica e monetaria attraverso il consolidamento della dimensione sociale dell’Europa. È come una bicicletta, l’Europa. Se non pedala, cade. Lo aveva intuito il primo presidente della Commissione europea del carbone e dell’acciaio, Jean Monnet: l’Europa si costruisce attraverso le sue crisi, perché è attraverso le sue crisi che scopriamo la più grande forza dell’Europa: quella di non avere alternative. E, in questo momento, di crisi l’Europa ne attraversa! Crisi di rigetto, che in buona parte sono il prodotto della tempesta economico-finanziaria di questi ultimi anni. Partiti di destra estrema e formazioni populiste si affacciano minacciosamente sullo scenario politico europeo, e lo percorrono in lungo e in largo. La recente riconferma di Orbán in Ungheria, che anima il gruppo di Visegrád, e, più in generale, le tensioni nazionaliste, sovraniste, autoritarie che spazzano in Europa, costituiscono serie minacce al progetto europeo. Ma le forze democratiche, che hanno costruito il dopoguerra, il suo modello sociale di sviluppo, il benessere diffuso, hanno ancora la forza di reggere l’urto di queste minacce. Devono avere la forza!
Fidando nell’illusione che l’euro e la BCE, da soli, potessero bastare a spingere il convoglio verso la costruzione di uno Stato federale europeo, l’Unione europea è nata mutilata del suo pilastro economico-fiscale. Ha pagato così il suo tributo alla sovranità degli Stati, riottosi alla prospettiva di cedere la leva fiscale. Sin qui non è stata facile la strada percorsa, e non sarà facile quella che ancora l’Europa dovrà percorrere.
Ma è questo l’orizzonte nel quale dobbiamo muoverci. Con fiducia. L’orizzonte nel quale deve muoversi la sinistra. Deve alzare gli occhi dal proprio naso. E guardare in alto. All’Unione europea. Per poi scendere nel proprio orto nazionale, locale, e gettare in campo tutta la sua forza culturale, ideologica, politica, che le viene dalla sua tradizione. Per mettere a nudo tutti i limiti delle vampate nazionaliste e sovraniste. I limiti delle loro retoriche vuote. È sufficiente, a questo riguardo, dare uno sguardo a quanto sta succedendo in Gran Bretagna dopo la Brexit. Gli inglesi, pompati dal vento populista, hanno detto no all’Europa. E l’hanno fatto per affermare la propria “sovranità”. Usciti dalle urne, si sono però subito accorti che quella sovranità, che il no all’Europa doveva presidiare, subito scappava loro di mano. Cittadini, imprese, finanza, la City. Tutto un mondo cominciava a traballare. E continua a traballare in una discussione e in un negoziato, difficili e logoranti, che si trascinano da oltre un anno e che immobilizzano la politica inglese. Dopo aver visto alzarsi le barricate a difesa della “sovranità” inglese, siamo tutti a chiederci: di quale sovranità parlavano i fuggitivi inglesi? Non lo sapevano nemmeno loro: seguivano solo i pifferai della destra, attratti dal suono delle loro vuote retoriche. Fino a quando, giunti alla riva del fiume, non sono precitati e annegati nelle sue acque. Con tutte le insegne della sbandierata sovranità nazionale inglese.
Per concludere. Il dibattito che attraversa la sinistra deve porre al centro l’Europa. Il problema non è di spuntare decimali ai rigidi parametri imposti dall’Unione economica e monetaria. Il problema non è austerità sì/austerità no. Su questo non c’è storia, fino a quando siamo dentro “questa” Europa. Il problema non è nemmeno il cosiddetto deficit democratico delle istituzioni rappresentative, perché, con i “chiari di luna” che viviamo, avremmo in questo momento un Parlamento – più forte – inondato di populisti. Colmare il deficit democratico delle istituzioni rappresentative non è “la” soluzione, ma è solo “una parte” della soluzione. La soluzione piena va cercata lunga la strada che porta all’Europea unita e federale. Un soggetto cioè che abbia in mano innanzitutto i due pilastri con cui si governa l’economia: la moneta e il fisco. Soltanto dopo si può pensare a rafforzare le istituzioni rappresentative, abbandonando innanzitutto le logiche dei collegi unici nazionali. Per costruire una coscienza politica europea.
D’altronde, è questo l’orizzonte aperto dal Manifesto di Ventotene, che nell’Europa unita e federale aveva indicato ai popoli sfiancati dalla guerra il mezzo per superare gli eserciti nazionali e le autarchie economiche. Quello di Ventotene è l’orizzonte di una rivoluzione pacifica: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita». Il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi. Che soffia (ancora?) dall’isola di Ventotene.

*docente dell’università Mediterranea di Reggio Calabria





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