«La balla colossale del “buon padre” Scura»

di Enzo Paolini*

L’agenzia che ha diffuso la dichiarazione (Paolini si riferisce a questa notizia) è seria per cui non si può dubitare della rispondenza delle parole riportate al pensiero del dichiarante.
Il quale è il Commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro del debito sanitario della Regione Calabria.
Il quale, auspicando un “cambio di mentalità”, ha affermato che “fino al 2014 la Regione pagava a piè di lista ed a consuntivo tutte le prestazioni che venivano eseguite da tutte le strutture private, sia in ambito acuti e post-acuti che in cambio ambulatoriale e indipendentemente dalla produzione”. Ora, a parte la schizofrenia concettuale di pagamenti a piè di lista indipendenti dalla produzione (se sono a piè di lista dipendono dalla produzione; se sono indipendenti dalla produzione non sono, evidentemente, a piè di lista), sta di fatto che è una balla colossale.
Occorre solo stabilire se il burocrate che l’ha pronunciata è un doloso informato o un colpevole disinformato.
In ambedue i casi il fatto è grave, gravissimo perché in una fase delicatissima si discute in maniera disinvolta ed irresponsabile dei diritti di cittadini, siano essi pazienti che operatori della sanità.
Dal 1995 – dico dal 1995 – tutti, ma proprio tutti gli operatori del servizio sanitario a qualsiasi livello ed anche gli organi di informazione sanno benissimo che per erogare prestazioni ed ottenere pagamenti da parte delle Asp e dalla Regione occorre, per ciascun operatore a gestione privata, la sottoscrizione di un contratto con la fissazione di un tetto massimo di spesa, questo si, indipendente dalla produzione. Il che è – di tutta evidenza – il contrario del pagamento a piè di lista: se viene fissato un tetto massimo vuol dire che si paga solo quello e non l’intera produzione e “piè di lista” o “a consuntivo”.
La controprova logica – necessaria per chi ha le idee molto confuse e, magari, si trova per (dis)avventura (degli altri) a lavorare presso il servizio che dovrebbe conoscere – è che dal 1995 si discute ogni anno della cosiddetta produzione extrabudget il cui pagamento viene sempre respinto da parte di Asp e Regione.
Tutta da vedere la legittimità di questo rifiuto, ma la semplice esistenza della questione (cioè di una produzione extrabudget non pagata) esclude in radice l’affermazione rilasciata dal funzionario nominato (ahinoi) dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il quale avrebbe potuto fermarsi qui e limitare lo sgomento per i cittadini che credono nella tutela delle Istituzioni. Invece ha proseguito: «Noi siamo come i padri di famiglia che hanno 2 milioni di figli, cioè i calabresi ai quali servono 1000 prestazioni, mentre abbiamo i soldi per comprarne 800; e 800 ne compriamo perché questa è la nostra disponibilità finanziaria». Dunque i figli calabresi che hanno bisogno delle altre 200 prestazioni che fanno? Questo il papà non lo dice: dovranno fargli la cortesia, da bravi e rispettosi figli di non ammalarsi o di morire rapidamente in modo da non infastidire troppo con richieste esose. Oppure dovranno chiamare il telefono azzurro contro le violenze domestiche.
Poi però il genitore spiega: «In un sistema di piano di rientro si compra quello che serve e non quello che il privato produce e pensa che vada pagato a piè di lista». Però! E noi che pensavamo che il piano di rientro servisse ad eliminare, per quanto possibile, il buco causato dalle tangenti e dagli sprechi, invece, udite, serve a stabilire quello «che serve» per curare i calabresi. E quello che serve lo stabilisce il Padre, che compra solo, parole sue, «attività complesse, come cardiochirurgia e non di specialistica ambulatoriale che sono attività facilmente eseguibili nel pubblico».
Quindi, noi figli di cotanto Padre, dobbiamo sperare di ammalarci di cuore avere infarti al miocardio, pericarditi e di avere bisogno di operazioni a cuore aperto se vogliamo essere curati in Calabria e se vogliamo poter scegliere dove e da chi essere assistiti.
Perché se abbiamo bisogno di banali interventi di cataratta o abbiamo l’ernia inguinale occorre andare (lo ha deciso Lui) nell’ospedale pubblico, dove sono «facilmente eseguibili» (come no) metterci in fila, fare una bella, lunga lista d’attesa oppure prendere il Frecciabianca ed andare fuori Calabria. E a chi ci chiede perché ancora viaggiamo per curarci come 100 anni fa, rispondiamo che da noi, nostro Padre ci fa curare solo per cose serie, non per sciocchezze.
E se negli anni dal 2014 ad oggi – cioè esattamente negli anni in cui a casa nostra è venuto questo Padre a mettere le cose a posto – il costo della emigrazione sanitaria è passato da 200 a 310 milioni di euro, se la soddisfazione e l’apprezzamento degli (ingrati) figli cittadini è scesa ai minimi livelli, se i medici calabresi si sentono mortificati e costretti a lavorare in condizioni insostenibili, se i pronto soccorso non riescono a sostenere il carico delle urgenze, se le popolazioni più disagiate sono rimaste senza presidi e tutela, se il debito sanitario non è rientrato di un solo centesimo ma anzi è aumentato, che vuol dire? La colpa non è mica del Buon Padre. È nostra, dei calabresi che «non cambiano mentalità».
È vero, dovremmo cambiarla ed agire prepotentemente in tutte le sedi per riappropriarci di una dignità – che come in certe famiglie del sud si perde per colpa di padroni incapaci, per condizioni subculturali purtroppo difficili da superare, di capire i bisogni dei figli.

*già presidente nazionale Aiop





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