«Se il Nemico non sono le mafie, ma lo straniero»

di Vito Teti*

Da quando è nata o, se preferite, è stata inventata e costruita la “questione meridionale”, questa è la seconda volta nella storia del Paese che non viene nominata, semplicemente cancellata, come il Sud. L’altra volta era avvenuto durante il regime fascista – con la retorica nazionalista e sovranista – che azzerava tutte le diversità e rimuoveva le differenze locali e regionali. Da quando in Italia – sia pure tra confusioni, illegalità, complicità dei suoi governanti – si è cominciato a parlare di una lotta seria e non retorica alle mafie, questo è il primo “programma” (pardon, “contratto”) di governo che non menziona (nemmeno in maniera rituale) la lotta alla grande criminalità. I mafiosi e i criminali interni non sono più nemici, il Nemico è all’esterno: lo straniero, l’immigrato, l’Europa. E le parole con cui si affronta il problema (certo difficile e complesso) degli immigrati ricordano davvero tanto il manifesto fascista delle leggi razziali. Non si parla di razza, ma di cancro, di contagio, di invasione. Se poi vogliamo aggiungere la violenza del linguaggio di Salvini e Di Maio, il loro brandire e minacciare, alludere e fare marcia indietro, la velata nostalgia di marce su Roma o le citazioni ammiccanti, se guardiamo allo stravolgimento delle procedure costituzionali (ma non avevano predicato l’intoccabilità della Costituzione e il suo carattere sacro?) per la formazione del nuovo governo, che hanno messo a dura prova la pazienza di Mattarella, se pensiamo alla creazione di un “comitato di riconciliazione, ossia un governo ombra per risolvere le controversie interne alla coalizione” (un direttorio dei nostri giorni) abbiamo, non uno, ma tanti indizi che in Italia sta nascendo (ammesso che vada in porto) un governo di estrema destra, populista-fascio-leghista, che fa riemergere, in forma nuova, quel “fascismo” sempre latente nella storia recente d’Italia.

So bene che la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma proprio per questo vale la pena stare in guardia, avvertire, non sottovalutare. I populismi e le dittature si adeguano sempre ai nuovi tempi. Avevamo immaginato che con il crollo del Muro e con la fine dell’Urss e dei suoi satelliti, finalmente, nel mondo avrebbe trionfato la libertà e il benessere e la felicità sarebbero stati a portata di mano. Invece, in coincidenza con la nascita della globalizzazione e con le conseguenti crisi (e a volte impoverimento dei ceti popolari e medi), abbiamo assistito alla nascita di “etnie” ed etnocidi, di xenofobie, razzismi, separatismi, guerre. Proprio quei Paesi dell’Est, che l’Occidente avrebbe conquistato alla democrazia e alla libertà, sono diventati le patrie della “democratura”, una dittatura camuffata da democrazia, sistema di governo in cui un’apparente democrazia viene garantita in maniera autoritaria, con scelte nazionalistiche, autarchiche e ostili e chiuse al mondo esterno. E, al contrario, proprio i paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa, che avevano esultato per il trionfo della libertà e della democrazia, vengono invece conquistati dagli ex stati “comunisti” che diventano “democrature” populiste e autoritarie, a volte vere e proprie dittature. E così sono gli amici Putin e Orban a diventare modelli di riferimento per i populisti dei paesi occidentali e della stessa America. La fine dell’antico ordine provoca, diversamente da ottimistiche aspettative e illusioni di trionfo, per cui qualcuno aveva parlato di “fine della storia”, inizio di un nuovo disordine mondiale in cui, anche per effetti della crisi mondiale, anche per la miopia di un’Europa delle banche e non delle biblioteche, delle speculazioni e non delle cattedrali e delle culture e delle letterature e delle musiche, alimenta dovunque un populismo che, appellandosi al popolo, in realtà afferma una visione chiusa e angusta della società e un ritorno ai quei nazionalismi che hanno provocato due terribili guerre mondiali, lager, gulag e stermini di massa. L’Europa illuminata e illuminista non ha saputo nemmeno rivendicare la bellezza di un periodo di pace di oltre settant’anni e la novità di frontiere aperte per giovani che hanno cominciato a sentirsi cittadini di un mondo più vasto. Le scelte economicistiche dell’Europa e la sua incapacità di trasformare in occasione positiva la creazione moneta unica hanno determinato delusione, disincanto, paura nei ceti popolari e produttivi, che, peraltro, sono stati sottoposti all’evocazione dell’invasione di un nemico che viene da fuori. Anche il modo incauto, frivolo, leggero, paternalistico, irritante (non dimentichiamo la maniera disumana di praticare l’accoglienza, che per molti è stata un affare) di affrontare un problema epocale e complesso come quello dell’immigrazione è all’origine di paure e preoccupazioni a cui i governi europei non hanno saputo rispondere se non con ipocrite e inefficaci chiusure e, nello stesso tempo, sostenendo, anche vendendo armi, quei dittatori del Medio Oriente, del Nord Africa, dei paesi arabi che poi sarebbero andati a bombardare, creando nuovi pericolosi nemici e grandi risentimenti antioccidentali, incrementando quel terrorismo inquietante che è figlio, certo, del fondamentalismo islamista (che va contrastato e combattuto in maniera decisa ed efficace) ma anche di un “nichilismo” nato in casa nostra, dove integrazione e multiculturalismo sono stati semplici slogan e retoriche che non hanno convinto i ceti disagiati delle città e delle metropoli sempre più ridotti alla miseria che non può che generare rabbia e rancore.

So bene che quelli che hanno votato Lega e 5 Stelle hanno avuto ragioni economiche, sociali, culturali e anche morali per affossare un sistema corrotto e incapace di riformarsi. So bene che sono stati molti elettori di sinistra ad avere scelto di mettere in movimento una situazione stagnante. In discussione non sono le ragioni e i sentimenti di milioni di persone che hanno scelto una via di rinnovamento e di speranza. Quello che invece preoccupa sono gruppi dirigenti che sostengono tutto e il contrario di tutto pur di andare al governo, alimentando un discorso del “noi” (belli, puri, onesti) contro gli “altri” che sarebbero tutti corrotti e pronti a frenare ogni cambiamento. Quando qualcuno dice che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra, è vero. Si sta costruendo un regime di estrema destra. Sono amico e frequento tanta gente che ha votato centro-destra e 5 stelle e ne condivido spesso le motivazioni. Il timore è che vengano di nuovo disillusi e che non si accorgano delle retoriche, delle contraddizioni, dei giochini di chi adesso si trova a dover mantenere delle promesse di non poco conto. L’esito di un’elezione (o anche di una rivoluzione) spesso determina “nuovi ordini” inimmaginabili e che tradiscono le aspettative dei protagonisti di un cambiamento dal basso.

La Lega e i 5 Stelle sono stati votati dagli italiani. Volete che questo rassicuri? Che uso verrà fatto del voto di questi elettori e soprattutto quale ascolto verrà dato ai milioni di italiani che non li hanno votati o che si sono astenuti? Non erano stati votati anche Mussolini e Hitler? Nel “contratto” certo ci sono anche buoni provvedimenti, peccato che siano resi poco credibili da altri di segno contrario. Certo i populisti e i fascio-leghisti fanno bene il loro mestiere (e i loro interessi che spacciano per interessi di un indefinito “popolo” da cui vengono cancellate le classi e le distinzioni sociali) e va dato loro atto di essere riusciti a cavalcare il malcontento, legittimo, le paure, i bisogni di ceti sociali impoveriti e vessati che non ne potevano più e che li hanno visti come un’ultima spiaggia. A non fare bene il loro mestiere, il loro dovere, sono quanti si richiamano a una tradizione liberale, democratica, di sinistra. Adesso, come scrive Marco Revelli in un bellissimo e lucido articolo su “Il Manifesto” del 24 maggio, le parole stanno a zero. Ed è urgente prendere atto di una catastrofe, di una fine del mondo. Mentre invece le residue cosiddette sinistre continuano a comportarsi come se nulla fosse accaduto: stesse retoriche, stesse liturgie, stesse supponenze, stesse risse per il potere, stessa vocazione a dare la colpa sempre agli altri, stessa incapacità di affermare un’altra idea di politica, di Italia, di Europa. In Calabria, Pd e LeU, ormai ridotti a numeri irrilevanti, continuano a chiacchierare, a litigare, ad autoassolversi, a promettere come se questo modo di fare politica non fosse stato sonoramente sconfitto. Come se queste cariatidi (in tutte le “correnti” del Pd, di LeU e così via) non fossero paghe di essersi suicidate politicamente ma dovessero fare di tutto per portare a termine l’uccisione di un’idea, magari le speranze di quanti si richiamano a una storia democratica e di sinistra. Che fare allora? Da dove ricominciare? Sarebbe bello saperlo e anche sapere con chi e per cosa. Resta tutto da inventare, si devono togliere le macerie, ricostruire proprio come dopo un terribile sisma che non consente alcun ritorno al prima e al passato. Intanto, come scrive Marco Revelli, non dobbiamo sentirci innocenti, non possiamo assolverci, abbiamo il dovere di prendere atto di una “fine del mondo”, della dissoluzione delle antiche categorie politiche, di una catastrofe dopo la quale nulla sarà più come prima. Come dice Revelli, il Paese è altrove: anche i nostri paesi e le nostre città sono altrove (lontane dalle nostre presunzioni e supponenze) e dovremmo «metterci in gioco più direttamente», in «prima persona», «imparare a fare le guide alpine al Monginevro», ripercorrere i sentieri di Biamonti, costruire reti per difendere rom, immigrati, persone che vivono ai margini. Bisogna mettersi in gioco dal basso. «Nella materialità della vita comune. Corpi tra i corpi. A imparare un nuovo linguaggio di un’esperienza postuma. Lasciando da parte almeno per il momento, ogni velleità di rappresentanza, che non riuscirebbe a essere nemmeno rappresentazione».

La Politica deve essere reinventata. Sappiamo che non può essere più quella dell’ultimo ventennio, ma nemmeno quella della piattaforma Rousseau o dell’antimeridionalista Lega. Dovremmo riprendere a camminare, a percorrere antichi sentieri, quelli delle aree interne, dei paesi che si spopolano, dei giovani che fuggono da disoccupazione e lavoro precario, degli anziani senza assistenza. In altre forme, con un nuovo linguaggio, senza inventare nemici, creando nuove comunità resistenti che abbiano memoria di storie di patimenti, di lotte per le terre, di fatica, aneliti alla Giustizia. Se non abbiamo una rappresentanza, guai a credere che siamo noi a rappresentare qualcuno o qualcosa. Impariamo l’ascolto. Impariamo ad essere esigenti con noi stessi per potere poi chiedere conto di quello che fanno o non fanno i nuovi eletti (tra cui ci sono certo persone oneste e capaci). L’intellettuale (“figura” che va ridefinita e vista nella sua “complessità” e anche “ambivalenza”) adesso viene sbeffeggiato, come nei tempi cupi e bui – e così i giornalisti non compiacenti – deve, forse, ritrovare la sua vocazione alla libertà, al suo essere “corsaro”, e comunque deve smetterla di sentirsi un interprete del mondo, un privilegiato, deve scoprire la sua vocazione ad andare controcorrente e anche ad indicare soluzioni possibili da verificare con gli altri. Non si adegui. Non cerchi collocazione e sempre nuovo posizionamento. Non salga sul carro del vincitore, ma eviti qualsiasi carro. Cammini a piedi, in solitudine o con silenti e circospetti compagni di strada. Con sobrietà e generosità, curando gli ultimi di casa nostra e del mondo. La gente guarda altrove. Ha altri bisogni. Vuole altro pane e altre parole. È faticoso per i tanti narcisi rinunciare ad apparire, a mostrarsi, ad esibire potere e a praticare seduzione, a non frequentare salotti, a non costruire inutili e sterili lobby autoreferenziali in quei tipici luoghi dove un applauso effimero non si nega a nessuno. Questo che ci viene chiesto in un periodo difficilmente decifrabile. Generosità per elaborare una visione di futuro a misura di donne e di uomini liberi. Per intercettare lo sguardo degli altri c’è bisogno di umiltà, di modestia, di pacatezza, di sapere guardare gli altri negli occhi e di farci guardare con le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre sconfitte, le nostre ferite, abbandonando deliri di onnipotenza, la presunzione di essere depositari di verità da consegnare ad altri, cercando invece la verità e la via assieme agli altri.

*Antropologo e scrittore







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