«Un poker di problemi per la sanità calabrese»

di Ettore Jorio*

La Calabria è condannata da decenni a vivere di una sanità che non c’è, promessa e non mantenuta. Con ospedali venduti sulla carta, non realizzati in dieci anni e che forse non si realizzeranno mai o quasi. Lasciata da sempre in mano agli incapaci e in pasto agli speculatori. Abbondantemente corrotta (vedansi i doppi pagamenti e quelli indebiti sui quali solo oggi si mette mano!) e occupata «militarmente» dalle cooperative che sottraggono liceità alle politiche occupazionali. Il tutto sopportato da una collettività irresponsabile che «fischietta» facendo finta di nulla, senza capire che così si suicida.
Invece di incentivare le buone performance assicurate da alcune equipe mediche calabresi (con primato assoluto per l’Ao di Cosenza), di sanità si litiga tutti i giorni. Ogni occasione è buona per farlo tra istituzioni e con le rappresentanze sindacali. Così facendo si fa quotidianamente a pugni con i diritti spettanti alla collettività, da noi particolarmente sofferente.
Quattro le situazioni più attuali di maggiore allerta.
La prima, il TAR congela i provvedimenti commissariali che impongono tagli di budget ai privati accreditati dalla Regione e contrattualizzati dalle Asp.
La seconda, si registra un attacco frontale al direttore generale dell’Asp reggina, screditandolo dopo una lunga e onorata carriera dirigenziale.
La terza, è rappresentata dalla costruzione del nuovo Ospedale di Cosenza, se e dove edificarlo.
La quarta, riguarda l’azienda unica ospedaliera catanzarese.

Si va avanti a colpi di “Scura”
Il Commissario ad acta, forte del mandato ricevuto di assicurare i Lea ai calabresi (la solita illusione propinataci da decenni) e per fare quadrare i conti (adempiuto solo in parte e grazie alla desertificazione degli ospedali), ha adottato un provvedimento con il quale ha stabilito il budget complessivo attribuibile alle strutture private accreditate per I’acquisto di prestazioni sanitarie di assistenza specialistica ambulatoriale, intimando ai Direttori Generali delle Asp di perfezionare i contratti di fornitura del 2018.
Un provvedimento che ha scatenato il putiferio – con conseguente ricorso al TAR, che ne ha sospeso l’efficacia rinviando il giudizio di merito al prossimo 27 giugno – e ha prodotto la serrata degli erogatori privati, che hanno sospeso da lunedì 4 giugno ogni attività detta impropriamente «convenzionata». Da qui, la svalutazione delle loro “rizette”, che praticamente valgono zero, dovendo i cittadini pagare tutto!
Su questa vicenda un andirivieni di dichiarazioni che, però, non risolvono alcunché. Tanti gli strilli, ma il problema permane. Esso rimarrà tale sino a quando la Regione deciderà di fare il proprio dovere, stabilendo in Consiglio una programmazione come si deve, fondata sul fabbisogno epidemiologico, mai accertato sino ad ora perché a nessuno frega nulla, e introducendo la regressione tariffaria. Quello strumento giuridico applicabile alle prestazioni effettuate oltre il tetto massimo convenuto che obbligherebbe gli erogatori privati, da una parte, a non pretendere alcun extrabudget (sino a oggi illegittimamente liquidato per centinaia di milioni!) e, dall’altra, a rendere per tutto l’anno all’utenza le prestazioni acquistate dal SSR. Chi non ci sta sarà fuori e, dunque, farà l’accreditato senza contratto!

Un’Asp reg(g)ina di problemi e contraddizioni
L’Asp di Reggio Calabria ha rappresentato da sempre il problema, sin da quando era Usl piuttosto che Asl. La rendicontazione del debito pregresso effettuata nel 2008 fu conclusa dall’allora Commissariamento di protezione civile per tutto il sistema sanitario, tranne le allora tre Asl (di RC, Locri e Palmi) impedite a fondersi in unica Asp per divieto legislativo, basato sul contemporaneo commissariamento per mafia esercitato dal generale Massimo Cetola. Nonostante ciò, nella relazione commissariale finale (trasmessa a Loiero e al premier Berlusconi nel dicembre 2008 e nel gennaio 2009), veniva scandita un’ipotesi di netto patrimoniale negativo reggino che oltrepassava i 535 milioni di euro al netto di quello dell’Asl di Palmi, indecifrabile per carenza di relativa documentazione.
Dunque, una situazione incancrenita da sempre, nei confronti della quale, si sono sottovalutate le sollecitazione mosse in sede dell’anzidetta relazione accertativa finale. Non solo si sono inventati fantomatici organismi regionali di riconciliazione crediti/debiti (del tipo la BDE, della quale sono in tanti a volerci vedere chiaro) ovvero si è ricorso a professionisti che, nonostante le laute retribuzioni pro die, non hanno risolto nulla sul piano della certezza nonché si è malriposta fiducia negli organi di revisione e in quell’Advisor che sta drenando in Calabria milioni di euro all’anno senza capire bene cosa faccia. Il tutto «funzionale» ad una contabilità inattendibile, che di per sé renderebbe impossibile la redazione del bilancio consolidato della salute calabrese e, quindi, di quello regionale, che invece sembrano esserci.
A fronte di tutto questo, si è concretizzato il tiro al più facile dei bersagli: Giacomino Brancati, nominato commissario straordinario e, successivamente, direttore generale dall’attuale Giunta regionale.
Brancati, su tutti, non merita quanto sta riscuotendo. La sua esperienza pluriennale e la sua cultura scientifica hanno rappresentato per anni la colonna portante del Dipartimento regionale della salute. Altrove stanno i veri problemi della sanità regionale. Occorre ricominciare tutto da capo, iniziando con un buon direttore generale titolare del Dipartimento e non giustificando più, dopo anni di dolosa tolleranza, quei manager ingiustificabili nei confronti dei quali la legge impone la revoca dell’incarico, con qualche richiesta di danno al seguito. Fare il contrario significa violarla consapevolmente.

Cosenza, ospedale nuovo: i sì e i no
Quella degli ospedali nuovi è un’altra favola da raccontare. Ai grandi perché facciano autocritica per avere regalato per anni il consenso a chi costruiva strutture sotto casa, una dietro l’altra, salvo rendere una assistenza impossibile ed esclusivamente ospedalocentrica. Ai giovani perché abbiano meno presidi ospedalieri, ma superefficienti, e un territorio non più spogliato di servizi, sino ad oggi alibi per delegare i problemi ai pronto soccorsi.
Un debito di assistenza ai cittadini che si è tentato di pagare con i 3/4 ospedali nuovi da edificare a GioiaTauro, a Vibo Valentia e nella Sibaritide. Scomparso dall’inventario quello nuovo da costruire su Catanzaro è venuto, giustamente, fuori quello di Cosenza, il nuovo Annunziata. Poi, su quello di Catanzaro vedremo!
Dunque, è da anni in atto una bella vendita su catalogo, dimenticando che i cittadini bisognosi sono reali, alcuni dei quali, nel frattempo, muoiono. Lo si fa, pur avendo i soldi da dieci anni in banca (almeno per i tre non cosentini), ostentando al pubblico idee e costosissimi studi di fattibilità. Quando va meglio (!) si prediligono plastici piuttosto che iniziare i lavori, con tanto bel sudore operaio al seguito.
E su questo tema, relativamente al nuovo nosocomio cosentino, non mancano le competizioni, nonostante l’irreale che domina su cifre, su progetti pagati senza aver definito il sito. A proposito di dove si farà, è il vero più attuale problema. Un dato è certo, il nuovo HUB, senza il quale tutto il cosentino (e non solo) sarebbe nei guai, non è né una preda né tampoco un trofeo da esibire. Va, pertanto, ubicato ove è facilmente raggiungibile, anche da percorso extraurbano e con trasporto pubblico, deve godere di infrastrutture adeguate e servizi necessariamente interagenti. Soprattutto, avrà bisogno di un’area di grande dimensione, adeguata alle esigenze dei ricoverati, dei parenti e dei visitatori e, quindi, sembrare il più possibile una struttura della salute piuttosto che quel solito stabilimento sanitario che rende cupi solo a vederlo.

Catanzaro, incorporazione sì, ma fatta bene
Che l’assistenza ospedaliera di Catanzaro dovesse uscire dall’attuale inutile dualismo era quantomeno doveroso. Non fosse altro per dare maggiore peso alla buona pratica assistenziale assicurata dal «Pugliese-Ciaccio», unico presidio a garantire, tra l’altro, in Città (e non solo) le prestazioni emergenziali di pronto soccorso e di ricovero, erogati senza sconti di orario e di festività.
Giusta, pertanto, l’idea di costituire una azienda unica catanzarese che possa rendersi protagonista di una assistenza di alta qualità, grazie all’integrazione dell’organico «laico» del Pugliese-Ciaccio con quello accademico del Mater Domini. Un’azienda, quest’ultima, sacrificata da un management non affatto all’altezza dei suoi compiti che ha prodotto un conto economico eternamente in perdita (alcuni anni di oltre il 50% dei trasferimenti!) e accumulato un netto patrimoniale negativo reale di per sé difficile da certificare.
Dunque, una occasione più unica che rara per assumere provvedimenti (legislativi) rigenerativi di un sistema della salute regionale che così com’è non va e che, proprio per questo, deve rendersi destinatario di una coraggiosa riforma strutturale complessiva.
L’occasione della Azienda Unica catanzarese potrebbe costituire l’appuntamento favorevole per mettere mano su tutto il SSR. Occorre, infatti, che lo stesso divenga più rispondente alle reali esigenze dei calabresi e sostenibile, tale da garantire, senza sofferenze di servizio, la più utile sinergia con il piano di rientro ancora in itinere.
Il tutto, con una legge regionale difficile ma ben redatta (e non già come l’art. 7 L.R. 9/2007 che mi fece impazzire, come soggetto attuatore, per perfezionare le fusioni delle 11 asl in 5 Asp)) a tal punto da assicurare la conservazione della prerogativa intrinseca di novellata azienda universitaria.

*docente Unical







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