«Perché l’M5S cede alla xenofobia dei leghisti?»

di Vito Teti*

Il crollo del Muro di Berlino e del comunismo sovietico, Tangentopoli e Mani Pulite con l’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa nel 1992, la strage di Capaci, accompagnano la dissoluzione dei partiti che avevano dominato la scena politica fin dalla caduta del fascismo. Entra sulla scena politica, con un avanzamento eccezionale a livello elettorale (5-6 aprile 1992), un nuovo soggetto politico che si presenta come forza rassicurante e di ordine, di rinnovamento, anticorruzione, radicata territorialmente. Umberto Bossi afferma, con candore, che l’antimeridionalismo è un elemento caratterizzante della politica e del successo leghista. Lo slogan «Roma Ladrona», nella sua apparente inconfutabilità, aveva la forza dirompente ed evocativa di rovesciare le carte in tavola e di costruire una narrazione che trovava riscontri nella realtà, ma che rinverdiva antichi pregiudizi e stereotipi negativi sul Sud. I meridionali vengono indicati come responsabili del degrado dell’Italia, della corruzione imperante, del sistema delle tangenti.

«TERRONI GO HOME» Diverse scritte, rilevate e fotografate in quel periodo di trionfo elettorale sono emblematiche per comprendere gli umori alimentati dai dirigenti leghisti. «Negri sì, terroni no»; «Il terrone accettalo…con l’accetta»; «I meridionali in toga, i nostri figli in tuta»; «Aspromonte ano d’Italia»; «Napalm sull’Aspromonte»; «Stato ladrone Stato terrone»; «Terrone usa il sapone»; «O la Mafia o La Lega»; «I Bresà en Fonderia – I Terù a l’Inps»; «Terroni go home»; «La mafia non è povertà ma una mentalità»; «State in Africa»; «Forza Etna»; «Benvenuti in Italia» (negli stadi nelle partite con il Napoli, l’Avellino, ecc.); «Giustizia terrona Giustizia cialtrona»; «Giudici lombardi in Lombardia» (su un manifesto della Lega Nord); «Lisciotto Terrone torna in Meridione» (con riferimento al Procuratore Capo della Repubblica di Brescia). Vengono augurati ed auspicati terremoti, pena di morte, cancellazione del Sud dalla carta geografica.
La novità della devastante ultima ondata di «antisemitismo italiano» (come aveva scritto Colajanni), sempre presente anche se in maniera sotterranea nelle scelte economiche e politiche dei ceti dominanti (e non solo) del Nord, con il sostegno e la complicità di un ceto politico corrotto, clientelare, “illegale” del Mezzogiorno, consiste nel fatto che, in quei primi anni Novanta, diventa sentimento strutturato, organizzato, diffuso, teorizzato e utilizzato nella battaglia politica. Gianfranco Miglio dichiara di non «amare i meridionali». L’ideologo della Lega afferma di basare il suo rifiuto su considerazioni di tipo antropologico. Gli abitanti dell’Italia settentrionale sarebbero profondamente diversi da quelli dell’Italia meridionale. I primi avrebbero il senso della società, della collettività, dell’interesse pubblico; i secondi, come le altre popolazioni del Mediterraneo, sarebbero individualisti, non avrebbero senso civico, tenderebbero all’ozio. Convinto di tali diversità, già inventate dai positivisti, Miglio è impegnato, in quegli anni, assiduamente in un’opera di preparazione e scrittura della Costituzione delle popolazioni dell’Italia meridionale, adatta al loro temperamento e alle loro caratteristiche culturali.

I “LEGHISTI” DEL SUD Messo da parte il dato biologico, il razzismo contemporaneo si basa su un riconoscimento, paradossale e tutto negativo delle differenze o meglio della rappresentazione stereotipata di diversità culturali pensate come universi inconciliabili. Le rivendicazioni di soggettività di fatto “ri-razzializzano” le relazioni sociali. Gli studiosi, in relazione ai fenomeni di nazionalismo, razzismo e xenofobia che a partire degli anni Novanta vengono registrati in Europa e in varie parti del mondo, fanno riferimento alla nozione di «neo-razzismo», di «razzismo culturale» o, ancora di «razzismo differenzialista».
L’invenzione della Padania presuppone, naturalmente, la negazione dell’Italia e la messa in discussione dell’unificazione nazionale, il rifiuto, in forme colorate, del tricolore e dell’inno nazionale. In quegli anni alle posizioni leghiste molti meridionali rispondevano con sentimenti antileghisti e antisettentrionali. Il rischio era che alle tendenze scissioniste del Nord, il Sud potesse rispondere, come ricordava Giovanni Russo, con mitizzazioni e rimpianti filoborbonici, scendendo sul terreno «separatista» prediletto dai leghisti. Isaia Sales temeva che in Italia ci si dividesse in «leghisti» e «sudisti».
Si affermava al Sud, anche come reazione al razzismo della Lega, un’identità per “difesa”, per risentimento, per reazione, che spesso dava luogo anche a posizioni localistiche e di ingenuo rivendicazionismo, prefigurando a volte una “superiorità” o una “diversità” astorica del Sud, inserito quasi sempre nel contesto Mediterraneo e ignorato nei suoi legami con il Nord e con l’Europa.
La sirena localistica faceva proseliti e catturava anche gli studiosi più lucidi e, in maniera paradossale, anche quelli che nei decenni precedenti avevano portato avanti, in maniera esasperata ed eccessivamente ideologica, analisi marxiste e materialistiche. Le analisi identitarie tenevano fuori i processi e le dinamiche storiche, i contrasti sociali, le differenze culturali. Le versioni più localistiche e frettolose spingevano in direzione di un esclusivismo fastidioso, di rivendicazioni desuete, di rimpianti e di nostalgie, e anche di un razzismo di rimessa. Quest’ultimo prevedeva la superiorità di un «noi» (meridionali, mediterranei, europei), ignorando a volte altre tradizioni e una storia di contaminazione e di scambi, di mescolanze e di metissage, che avevano conosciuto fin dall’antichità Mediterraneo, Sud, Europa.

IL FORTINO ASSEDIATO Un’altra conseguenza nefasta e paradossale della retorica identitaria è quella di avere sostanzialmente rinunciato quasi del tutto alla denuncia dei guasti e dei mali presenti in quella società per responsabilità o con complicità dei locali. Il Sud che si voleva (con buone ragioni) tutelare, valorizzare, riguadagnare, riguardare è considerato esente da ogni colpa, non ha alcuna responsabilità se non quella di avere smarrito una sorta di autenticità primigenia, purezza congenita, autenticità naturale.
L’identità delle regioni del Sud veniva pensata, pertanto, come una sorta di nucleo granitico statico, ridotta a una specie di fortino assediato, scampata ai processi di modernizzazione, qualcosa da contrapporre agli altri, e il discorso sull’identità assume anche presso molti intellettuali caratteri estetizzanti e ideologici.
Trionfavano c. Uomini politici, amministratori, affaristi traducevano il loro modo di intendere l’identità in affari. Fondi cospicui e vitali per l’economia delle regioni venivano interpretati come modo di accumulare e intercettare danaro per creare fortune, collocare persone, sistemare amici, trovare spazio politico, costruire consenso. Si assisteva al trionfo del kitsch più deteriore e del cattivo gusto, alla soggezione culturale più perversa, alla rinuncia a qualsiasi progetto di elaborazione e progettazione, mentre i paesi si svuotavano.
Mentre alcuni intellettuali erano alla ricerca di altri modi di guardare e di narrare il Sud, alla ricerca di bellezze e di splendori identitari con cui contrastare i nuovi barbari razzisti leghisti, sciupavamo le nostre risorse, distruggevamo coste, monti e paesaggi, portavamo alle estreme conseguenze quei tratti autodistruttivi che avevano caratterizzato la società italiana e meridionale dagli anni Settanta. Il Sud, evocato retoricamente come luogo delle bellezze, semplicemente scompariva e per sempre. Era il momento di affermare nuovi gruppi dirigenti, di cambiare marcia politica e invece andammo incontro a una sorta di accettazione della “maledizione”, quasi fosse, davvero, connaturata la possibilità di cambiare.

GLI IMMIGRATI AL POSTO DEI MERIDIONALI Nell’ultimo ventennio immigrati, nella propaganda e nella politica della Lega, hanno preso, almeno in parte, il posto dei meridionali. L’elenco delle iniziative antimmigrati, degli slogan contro albanesi, romeni, africani, marocchini, degli episodi di vera e propria xenofobia sarebbe, davvero, lungo e basta leggere le cronache quotidiane per capire quanto l’ideologia leghista sia diventata egemone in tutta la società italiana. Borghezio su Sky “Current” il 23 luglio 2010 dichiara: «…non abbiamo paura dei marocchini di merda maiali. La donna non si sente libera di prendere un pullman, di tornare nella propria casa. Loro considerano le donne meno di un cammello e figuriamoci se non hanno piacere a stuprare». Il messaggio non lascia dubbi sulle intenzioni e la filosofia dei Borghezio: «Noi non siamo vermi, noi siamo padani coraggiosi e non ce ne frega un cazzo di queste leggi di Roma». L’africano, il rumeno, l’albanese, gli islamici – magari responsabili di episodi di criminalità non dissimili da quelli che compiono i locali – vengono demonizzati, sono il nemico, l’altro da usare o espellere. Lentamente gli stranieri, senza dei quali l’economia del Nord crollerebbe, hanno occupato il posto dei meridionali. Gli immigrati prendono il posto dei meridionali e molti meridionali gradiscono, spaventati a loro volta dalla crisi, dalla paura di perdere il lavoro e ormai interni a logiche produttive e culturali, che non prevedono più un ritorno. Il “neo-razzismo” leghista, intercetta forme neo-razziste di gruppi sociali in ascesa e insoddisfatti e trova anche sponda (magari di segno opposto) proprio dove meno te lo aspetti. Forme di autonomismo meridionale non hanno più la profondità del federalismo dei meridionalisti, ma ubbidiscono a retoriche localistiche e ad interessi di tipo elettorale, a difesa del bene avuto, alla capacità di intercettare i fondi europei. Gli slogan antimeridionali si sono attenuati anche perché molti ormai votano Lega. La xenofobia accomuna tutti quelli che vengono da fuori. Pina Piccolo segnala che ancora oggi, in Romagna, gli anziani domandano: «Ma è maruchein, maruchein?», e infatti “maruchein” venivano chiamati i meridionali che giungevano al Nord dagli anni settanta in poi. Gli emigrati calabresi e meridionali in America erano chiamati “neri” ed erano esclusi anche dalle comunità di colore.

IL MIRACOLO DI SALVINI Il germe del razzismo si diffonde anche al Sud presso popolazioni che hanno conosciuto storie di emigrazione, mescolanze, esclusioni, razzismo e vera e propria xenofobia. I fatti di Rosarno sono emblematici. I colpi di arma da fuoco contro due immigrati africani, impegnati nella raccolta degli agrumi, la loro ribellione che si traduce anche in atti inconsulti, la reazione della popolazione, la caccia all’uomo, all’africano, che vede in prima linea appartenenti alla ‘ndrangheta, la cacciata di tutti gli immigrati, la distruzione di un capannone che era un lager disumano. Giornalisti, scrittori, cronisti hanno narrato il razzismo che gli extracomunitari, gli africani, i rumeni conoscono nelle campagne e nei paesi della Puglia (indimenticabili gli scritti di Alessandro Leogrande), della Campania, della Sicilia.
Il razzismo genera razzismo e le popolazioni che ne sono state oggetto improvvisamente si rifanno a danno di nuovi dannati, di nuovi maledetti. Matteo Salvini compie un duplice miracolo: da un lato risolleva le sorti di una Lega, che si era dimostrata “ladrona” molto più di Roma, e spesso alleata con la ‘ndrangheta e la criminalità, dall’altro trasformare il sentimento antimeridionale in sentimento antimmigrati. La divisione dell’Italia non è più all’ordine del giorno, ma la chiusura dell’Italia in uno spazio in cui a prevalere sono gli interessi delle popolazioni benestanti del Nord permane. «L’Italia agli italiani» è uno slogan furbo che riesce a dare sbocco a paure, ansie, tensioni dei settentrionali, ma anche dei meridionali che lentamente si rinchiudono in un localismo uguale e di segno contrario a quello leghista. Uomini politici come Emiliano e altri governatori Pd, ma soprattutto una sorta di leghismo rovesciato dei gruppi dirigenti dei 5 Stelle, accolgono istanze localistiche.
Il paradosso identitario ha portato anche all’assoluzione di mafie e clientele antiche e recenti. Questa tendenza nostalgica e risentita, che intendiamoci ha la storia dalla propria parte, ha segnato non poca saggistica dell’ultimo ventennio. La denuncia si trasforma in idealizzazione di un buon tempo antico borbonico, in realtà mai esistito e anche in cancellazione di quel risorgimento meridionale, certo tradito dal nuovo Stato, ma che aveva mosso, agitato, spinto al sacrificio centinaia e centinaia dei meridionali.

DI MAIO, LA LEGA E IL VESUVIO In tutto questo Salvini ha compiuto l’ennesimo capolavoro: quello di farsi eleggere, a pochi mesi di dichiarazioni razziste e antimeridionali, parlamentare in Calabria (a leggere molte inchieste con il sostegno di “Boia chi molla”, ex uomini politici in carcere e forse appartenenti alla criminalità) di cui nulla sa al punto da dichiarare di considerare uguale a zero Domenico Lucano e l’esperienza esemplare di Riace, e di tacere poi sull’uccisione del sindacalista del Mali Sacko Soumaila, in cerca di lamiere per costruire una baracca dove trovare riparo in un lager dei nostri giorni. Salvini porta avanti lucidamente e con determinazione la sua visione antimmigrati e antieuropea. Quale idea abbiano invece i Di Maio e i parlamentari dei 5 Stelle non è dato sapere, invece, visto che non hanno replicato a Salvini. Non è in discussione la scelta degli elettori, ma qualche interrogativo sul perché i 5 Stelle cedano (forse Casaleggio e Grillo nulla hanno a che fare con il Sud) alla xenofobia e al razzismo dei leghisti del Nord. Mi vengono in mente le analisi e le conclusioni dei grandi meridionalisti (Ciccotti, Salvemini, Nitti, Gramsci) quando, con amarezza e dolore, dovevano ammettere che i più grandi nemici del Sud si erano rivelati proprio i ceti aristocratici e borghesi meridionali sempre succubi degli interessi economici e politici del Nord. Si spera che il napoletano Di Maio chieda a Salvini se sia ancora attuale il suo tifo per il Vesuvio. I primi passi del governo del “cambiamento”, almeno a pensare alle vicende di San Calogero e della Piana di Gioia Tauro, fanno temere l’ennesimo tradimento da parte dei nuovi gruppi dirigenti delle istanze e dei bisogni delle genti del Sud. Il gattopardismo e il trasformismo sembrano, davvero, una maledizione di questa terra.

*Antropologo e scrittore





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