«I drammi in diretta e le troppe grotte senza luce»

di Vito Teti*

Mi sembra, davvero, bello e doveroso che “tutto il mondo” sia in attesa trepidante per il salvataggio dei giovani tredici calciatori di Thailandia, intrappolati in una grotta. Tutti vegliamo, con le loro famiglie, davanti alle grotte per attendere l’uscita dei ragazzi sani e salvi. Non manca chi parla dell’angelo custode che protegge questi ragazzi e del loro coraggio straordinario. E qui, nell’informazione, in queste cronache secondo per secondo che impongono i media, nelle aperture obbligate di tutti i telegiornali, sento che c’è – spero di non essere equivocato – qualcosa che non torna. C’è una certa tendenza alla spettacolarizzazione del dramma e del dolore, anche una morbosa attenzione a dettagli, particolari, fattori vicende che nulla c’entrano con il dramma che stanno vivendo i ragazzi e le loro famiglie. Sul luogo della disgrazia arrivano soccorritori e persone di tutte le parti del mondo (Stati Uniti, Inghilterra, Australia) e questo mi sembra una sorta di sensazionalismo globale, che viene pilotato, amplificato, provocato dai media che sempre più vedono in questo evento una sorta di eccezionale “partita di calcio”, quasi più importante delle partite, non esaltanti, dei mondiali.
Chi ha ormai l’età della vecchiaia, ricorda, quasi, in maniera meccanica, l’incidente di Vermicino del 1981, in cui perse la vita Alfredino (Alfredo Rampi, nato a Roma l’11 aprile 1975), caduto in un pozzo artesiano in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati. Dopo tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, Alfredino morì dentro il pozzo, a una profondità di 60 metri. La vicenda di Vermicino ebbe una notevole risonanza mediatica: si trattò infatti del primo evento che, grazie alla diretta televisiva non stop organizzata dalla Rai a reti unificate e durata ben 18 ore (certo favorita dalla facilità di accesso al sito – nell’hinterland romano – per i giornalisti e gli operatori della Rai), catturò l’attenzione di circa 21 milioni di persone, che rimasero per ore davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.
Nel 1981 la Rai non disponeva ancora di tecnologie adatte per le dirette “in esterna”, specie se di lunga durata: generalmente le trasmissioni su eventi di cronaca erano mandate in onda in sintesi e in differita, complice la riluttanza dei giornalisti televisivi dell’epoca, per pudore o motivi etici, a coprire in tempo reale eventi così tragici e dolorosi, per rispetto sia delle vittime sia degli spettatori (cfr. la rete). A Vermicino, col passare delle ore e con l’aggravarsi della situazione, al contrario, diventava difficile interrompere la diretta. Emilio Fede, allora direttore del Tg1, rivela che Antonio Maccanico (allora Segretario generale alla Presidenza della Repubblica) avrebbe esercitato pressioni per non interrompere la diretta, a maggior ragione dopo aver appreso che anche il presidente Sandro Pertini si stava, come poi fece (e si conservano immagini indimenticabili del dolore che interpretava un sentimento nazionale), per recare sul luogo. Giancarlo Santalmassi (come si legge sulla rete) durante l’edizione straordinaria del Tg 2 del 13 giugno 1981, afferma turbato: «Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi».
La morte di Alfredino rappresentò per tutti noi un grande dolore, ma anche una sorta di sconfitta e una dichiarazione d’impotenza dinnanzi ad eventi che non vengono scongiurati con l’attenzione, la partecipazione, di soccorso. Quello  fu un bagno di umanità in un periodo in in cui si stava affermando un cinismo di massa e in cui la gente che si commuoveva era indifferente a episodi drammatici che si verificavano allora in Italia e nel mondo.
La teatralizzazione del dolore e del dramma, era già evidente allora, diventava occasione per placare sensi di colpa, rimorsi, attenuare ipocrisie e indifferenze sempre più generalizzati. Molto tempo è passato da allora, ma ancora oggi non possiamo fare a meno di notare i grandi paradossi di un’opinione pubblica (sollecitata ad arte) che sembra scoprire il senso della vita quando ad occuparsene sono i media, i giornali, le retoriche dell’informazione, che vanno al di là del diritto-dovere di cronaca.
I media e la rete ormai sono in grado di stabilire le priorità delle emozioni, la graduatoria dei sentimenti, le vite di cui ha senso occuparsi e quelle di “riserva” che restano sempre nell’oblio  e rimossi nella zona dell’irrilevanza. Quanti – tanti – oggi trepidano – e va dato atto al loro  mai inutile senso dell’umano – poi sono pronti a scrivere, sui loro profili che i corpicini dei  bambini immigrati che affiorano dalle onde del mare non sarebbero altro che fantocci realizzati da chi vuole creare commozione per ostacolare la politica del governo sugli immigrati.
Strana questa nostra “umanità” che si accomoda in poltrona per trepidare dinnanzi alla  sorte dei poveri ragazzi thailandesi e del loro incauto allenatore e che, poi, resta muta  dinnanzi alla morte di centinaia di bambini che muoiono sotto i bombardamenti delle grandi  potenze in Siria, Iraq, Palestina o che soffrono sete, fame, violenze, morte nel Lager libici o  sulle navi dei negrieri in attesa di essere accolti e soccorsi in uno dei nostri porti chiusi  (anche se così non è). Strana (bella e anche ipocrita) questa sorta di trepidazione per gli otto cinghialotti, mentre poi centinaia di bambini piangono e muoiono al confine col Messico perché Trump ha sollevato muri e alzato steccati. Felicità e commozione per questi ragazzi che giocano la loro partita della vita, ma che la loro salvezza serva anche a farci accendere i riflettori, ogni tanto, non si pretende la diretta televisiva minuto per minuto, e nemmeno le quotidiane aperture dei telegiornali, su quei bambini che, a migliaia, quotidianamente, nel mondo, muoiono di stenti, di fame, di sete, di guerra, rapiti per sottrarre loro un organo con cui fare vivere un ricco, e anche ad opera di chi li impiega a combattere guerre etniche e tribali e anche a fare da mattanza nelle guerre delle mafie.
Non sono ottimista. Temo che per qualche grotta che verrà aperta per portare alla luce il dolore di alcuni abitanti del mondo, tante altre grotte, muri, confini vengono costruiti per seppellire vive o morte migliaia e migliaia di persone, gli ultimi, gli scarti, i morti viventi, che non servono alle magnifiche sorti progressive dell’Europa e dell’Occidente obesi e che vanno ricacciati nell’Inferno da cui tentano di fuggire.
La luce del Cielo per gli ultimi della terra è troppo lontana e non aiutano a farla nemmeno scorgere i riflettori, accesi a intermittenza, delle tante televisioni del mondo.

*antropologo e scrittore





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