«Le pensioni degli italiani»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Tema caldo, quello delle pensioni degli italiani. E, certo, non poteva non occuparsene il lungimirante «contratto di governo» gialloverde. Se ne parla al punto 17. rubricato in modo perentorio «Stop alla Fornero». L’obiettivo delle forze al governo è quello di portare il sistema previdenziale introdotto dalla c.d. «legge Fornero» «all’abolizione degli squilibri […] stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse». Quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100 – così recita il «contratto» – il governo darà fin da subito la possibilità di uscire dal mondo del lavoro. Il governo si propone di «consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti». Non manca nel «contratto di governo» un pensiero di “genere”. Vi si prevede la proroga della misura sperimentale dell’«opzione donna», che consente alle lavoratrice con 57-58 anni di età e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo.
Al punto 18. del «contratto» gialloverde Salvini e Di Maio vanno addirittura al di là del «reddito di cittadinanza», pensando anche ad un sistema pensionistico che preveda addirittura la «pensione di cittadinanza». È inaccettabile, in un Paese civile, che chi vive sotto la soglia minima di povertà non debba godere di una «pensione di cittadinanza» che integri gli assegni inferiori ai 780,00 euro mensili: i parametri, naturalmente, sono quelli utilizzati per la determinazione del «reddito di cittadinanza». Tutto molto bello, se non fosse drammaticamente più complicato di come ci viene presentato. Proverò, pertanto, a fare il punto sull’evoluzione del sistema che ha portato alla “riforma Fornero”, ed enuncerò, infine, le criticità che ostano al suo superamento, tanto sbandierato dal governo gialloverde. Ha bisogno di consapevolezza critica dei problemi, una democrazia matura. Urlare i problemi per piantare insegne propagandistiche non fa che condurla alla deriva.

Un sistema che fa acqua
Il problema pensionistico si affaccia in modo ineludibile quando il governo Amato, al fine di tenere sotto controllo la deriva dei conti pubblici, conduce al varo della legge che innalza l’età della pensione, dando così la stura ad una serie di riforme e di piccoli e grandi aggiustamenti, approdati, infine, nella tanto odiata «legge Fornero». Riforma così dolorosa da indurre alle lacrime lo stesso ministro che le ha dato il nome. A differenza delle precedenti, la riforma prende coraggiosamente “di petto” il problema pensionistico, affermando che non è sostenibile un sistema che non tenga nel debito conto che l’aspettativa di vita è ormai più lunga, e che non sancisca in maniera definitiva la conversione del sistema retributivo nel sistema contributivo, già iniziata con la «riforma Dini» del 1995.
E, in effetti, il sistema pensionistico fa acqua. In una situazione di equilibrio i contributi previdenziali versati da chi lavora sono sufficienti per pagare gli assegni pensionistici a chi è uscito dal mondo del lavoro. Ma il nostro non è un sistema in equilibrio perché i contributi previdenziali non bastano a coprire gli assegni pensionistici. Per finanziare questo squilibrio (e garantire il pagamento delle pensioni), lo Stato ricorre alla fiscalità generale (i.e.: ai contribuenti). La spesa pensionistica incide così in modo significativo sulla spesa pubblica in rapporto al PIL. Più di quanto questa incida, in media, nei Paesi europei. Importanti saldi negativi si riscontrano tra entrate contributive ed uscite nel Fondo pensioni dell’ex INPDAP, nel quale sono nel tempo confluiti diversi fondi di categoria.
Va detto pure che le erogazioni dell’INPS non sono fatte solo di pensioni; ad esse si aggiungono gli assegni relativi alla prestazioni assistenziali (penso all’invalidità civile, agli ammortizzatori sociali, alla gestione delle politiche attive del lavoro, alle politiche per la famiglia, alla tutela della maternità e della malattia, alle pensioni di reversibilità). Prestazioni diverse da quelle previdenziali, e, per questo, fondate su presupposti diversi: le condizioni di bisogno, cui il nostro ordinamento intende assicurare protezione facendo gravare l’onere sulla fiscalità generale. E giustamente, in questo caso: sempre che siano effettive le condizioni di bisogno. Essendo diversi i presupposti, il nostro ordinamento ha voluto separare la previdenza dall’assistenza, con risultati in parte positivi e in parte deludenti.

Una patata bollente
Dopo la legge Amato del 1992, il problema delle pensioni è sempre stato una patata bollente nelle mani di tutti i governi. Non è stato mai facile affondare il bisturi in questa materia, perché forte era la prospettiva di una crisi di “rigetto” in termini elettorali. Si è quindi proceduto, dal 1992 al 2011 – l’anno della «legge Fornero» – in maniera graduale, con accelerazioni ora più veloci ora più lente. Il passo deciso della Fornero è parso, pertanto, assai doloroso. E, per le forze oggi al governo, è diventato boccone troppo ghiotto. Spendibile nella galoppata populistica.
Nel 1995 la «legge Dini» ha segnato il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo. Il sistema retributivo, molto generoso, non era più sostenibile. Non era sostenibile perché esso prevedeva che la pensione fosse calcolata su coefficienti ancorati ad una percentuale che andava dal 60 per cento all’80 per cento dell’ultima retribuzione. A differenza del sistema retributivo, quello contributivo si fonda sul principio che la pensione si calcola sui contributi effettivamente versati.
Il passaggio al sistema contributivo non è stato immediato, ma graduale. Al punto da generare un sistema di “diritto transitorio”: rimanevano ancorati al retributivo i lavoratori che al 1995 avessero maturato almeno 18 anni di contributi; un regime “misto” era previsto per i lavoratori che avessero a quella data un’anzianità inferiore (retributivo fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi); per i lavoratori assunti dopo il 1996 era quello contributivo il regime pensionistico applicabile.
Dopo le riforme del 1997 e del 2001, con le quali rispettivamente il governo Prodi, per agganciare il treno dell’euro, ha innalzato i requisiti di accesso alla pensione di anzianità, e il governo Berlusconi, per mantenere fede ad una promessa elettorale, ha portato l’importo minimo della pensione ad un milione di lire al mese, si è giunti al noto “scalone” introdotto nel 2004 dalla riforma Maroni: a partire dal 1° gennaio 2008 l’età minima per la pensione anticipata verrà innalzato da 57 a 60 anni; dal 2010 verrà portata a 61 anni e dal 2014 a 62 anni, invariato il requisito contributivo di 35 anni. Alle donne sarà data la possibilità di andare in pensione a 57 anni con 35 anni di contributi, purché accettino un assegno calcolato interamente con il sistema contributivo.
Lo “scalone” è poi tramontato con la riforma Damiano-Padoa Schioppa del 2007, che prevedeva un meccanismo di quote agganciato alla somma dell’età e degli anni lavorati. Meccanismo cancellato nel 2011 dalla «Fornero», che prevede per tutti il passaggio al sistema contributivo pro-rata; innalza l’età pensionistica per uomini e donne; abolisce la pensione di anzianità, sostituendola con la «pensione anticipata» (42 anni e 3 mesi per gli uomini e 41 anni e 3 mesi per le donne).
Le misure drastiche, e impopolari, della «Fornero» vengono adottate nella cornice del c.d. «decreto Salva Italia» in un momento in cui lo spread era alle stelle. E si tratta di misure che, a parte alcune eccezioni, sono destinate ad inasprirsi nel tempo, perché prevedono meccanismi automatici di aumento dell’età pensionabile, che dovrebbero portare la pensione di anzianità ad arrivare ai 70 anni e quella di anzianità a richiedere il requisito contributivo di 46 anni. E, però, sono misure imposte da allarmanti evidenze empiriche: natalità in diminuzione, alti livelli di disoccupazione (e, quindi, di base contributiva), aspettativa di vita in aumento. Evidenze, tutte, su cui certo si può discutere, purché lo si faccia con dati obiettivi alla mano.
Un fatto indiscutibile è che nella risacca della «Fornero» sono stati trascinati i c.d. «esodati», i soggetti cioè che, per effetto delle misure introdotte dalla riforma, sono rimasti in una sorta di vuoto pneumatico: senza lavoro e senza pensione. Effetto assai iniquo. Forse non adeguatamente previsto né nella sua portata né nelle sue dimensioni. E che è stato, e viene affrontato, attraverso difficili misure di salvaguardia.
Rimane pure il problema delle pensioni d’oro. Muovono un’onda cavalcata dal populismo al potere, perché sono percepite come pensioni “impopolari”. A partire dal 2014 sono state assoggettate ad un contributo di solidarietà “straordinario”, in quanto tale legittimo dal punto di vista costituzionale. Poi non rinnovato dal governo Gentiloni per evitare che dalla “straordinarietà” della misura si scadesse nella “ordinarietà”, sotto questo profilo censurabile dal punto di vista della legittimità costituzionale. Ma qui il vero problema non è l’entità della pensione, né la dimensione del fenomeno (sotto questo profilo, l’incidenza in termini di spesa non è di rilevante entità). Il vero problema è che la gran parte di queste pensioni non è sostenuta dai contributi versati, ma dalla fiscalità generale. È tutta qui la vera iniquità. Mettere mano al problema abbatterebbe le pensioni d’oro, riducendo la loro incidenza sul bilancio della Stato. E i vitalizi dei parlamentari? Tema assai dibattuto, causa di profondi contrasti, motivo di tensioni. E però bisognoso di un’analisi diversa che non è possibile fare in questa sede.

Superare la «Fornero»?
È possibile superare la «Fornero»? Non sono in pochi quelli che lo sostengono, ed anche tra le forze politiche la tentazione di abbandonarla è forte. Quanto alle forze al governo, ne hanno fatto un cavallo di battaglia, com’è facilmente comprensibile.
Il percorso di crescita dell’età di pensionamento, innescato dalla «legge Fornero» al fine di agganciare la più lunga aspettativa di vita, trova, insomma, resistenze. Ed in campo le proposte sono quelle di fissare il sistema delle quote, che prevede la somma dell’età e dell’anzianità contributiva o di fissare per tutti il requisito contributivo dei 41 anni per l’accesso al pensionamento, ferma restando l’esclusione dall’aumento dell’età pensionabile per alcune categorie di lavoratori svantaggiati. A fronte di queste proposte, che in vario modo prospettano il superamento della «riforma Fornero», vi sono i dati dell’INPS secondo cui il sistema di qui al 2035/2040 non reggerebbe all’urto di una controriforma che si lasci alle spalle l’aggancio automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita più elevata. Alla base di quest’analisi v’è, in sostanza, la considerazione che in un sistema a ripartizione, qual è il nostro, l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero degli occupati rende i contributi pagati da chi lavora insufficienti a finanziare la spesa per la pensione di chi va in quiescenza. Con il risultato di far esplodere il sistema.
Il problema è difficile, e va studiato su basi scientifiche. Non è di quelli che possano urlarsi e sbandierarsi nelle piazze. E darsi in pasto a chi fa del “rigetto” della scienza una piattaforma di consenso. Oscurantista e suscettibile di pericolose derive.
Una cosa è certa: è finito il tempo delle baby pensioni, quelle graziosamente elargite sul finire del 1973 con un decreto del Presidente della Repubblica – premier Mariano Rumor – ai dipendenti pubblici che avessero lavorato per 14 anni, sei mesi ed un giorno, se donne sposate e con figli. Requisiti più “gravosi” furono previsti per gli uomini: 20 anni di lavoro per gli statali e 25 anni per i dipendenti degli enti locali. Torme di pensionati tra i 35 e i 40 anni che incassano pensioni per un lungo arco di tempo, scaricandone il peso sulle generazioni future. E allargando, anche sotto questo profilo, le dimensioni di quello che nella pubblicistica usa definirsi «conflitto generazionale». Da una parte, vecchi tutelati. Dall’altra, giovani in cerca di lavoro; se lavoratori – precari o a tempo indeterminato che siano – senza la prospettiva della “certezza” della pensione.

*docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria





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