«L’eclissi e il falò»

di Massimo Veltri*

L’idea cominciò a materializzarsi quando la luna, erano quasi le 11, campeggiava tonda e scura con accanto l’astro rosso che oltre alle sabbie pare contenga pure acqua e quindi vita. La sabbia, quella terrena, era ancora calda dopo il fuoco del sole implacabile e il mare la lambiva con il quieto, monotono sciabordio ch’era l’unico rumore percepibile oltre a un timido cucù che però sembrava non volesse disturbare. L’eclisse un tempo era un fenomeno inspiegabile, i nostri antenati ne erano terrorizzati, avevano offeso qualche divinità, erano pronti a espiare: i riti sacrificali propiziatori probabilmente nacquero anche da lì. Oggi, pensò, non è più tempo di riti e tantomeno propiziatori, accadono comunque fatti inspiegabili o comunque non direttamente dall’uomo nato dall’epoca dei lumi. Qualcosa bisogna pur fare, concluse avviandosi verso casa, a pochi metri dalla spiaggia quando un friccico di chiaror lunare si affacciava, facendosi spazio, e in lontananza forse dalla vicina discoteca si faceva sentire un antico Lucio Dalla. Gli avevano chiesto di firmare un appello per, un altro contro, di scrivere un articolo, di avanzare una proposta: troppa barbarie, troppo silenzio, nessuna prospettiva. Non gli sembrava il caso: riti pure questi, frustri, inadeguati. E pure c’era chi parlava di silenzio degli intellettuali, di Mezzogiorno in via di desertificazione, di barbari al potere. Qualcuno eccepiva, i giornali li leggeva ancora, che non era tutto buio come sembrava, che gli altri avevano fallito: ci provasse qualcun altro, che la Calabria presentava oasi di positività interessanti. Era giunto all’ultima rampa, quella che l’avrebbe condotto alla porta di casa e da Dalla si era passati a Battiato, giù nella discoteca, mentre sette-otto lampare proiettavano le loro luci sul nero dell’acqua. L’idea, appunto, si materializzò allora, come una specie di rivelazione, di epifania, e gli apparve come l’unica cosa da fare, praticabile e forse utile. Certo, ne andavano verificati i presupposti, ma ci avrebbe pensato domani a questo: ormai era tardi. Dormì a lungo e sereno come mai da mesi a questa parte e al mattino chiese al figlio se poteva parlare con qualcuno dei suoi amici.
Diciassettenne, spigliato e curioso, frequentava amicizia balneari occasionali ma pure precedenti conoscenze. La generazione dei millennial che solo con qualche volenteroso e generoso insegnante avrebbe avuto modo di avvicinarsi alle vicende degli ultimi quarant’anni, quelle che non figurano in nessun libro o programma di storia, o pure con qualche genitore o parente paziente e disponibile. Il figlio gli chiese perché, e lui: trovane sei o sette e vi dirò, vieni pure tu. Qualsiasi, come devono essere?, papà, gli fece. E lui: più o meno come te vanno bene. La sera stessa davanti a una pizza il progetto si definì e decollo’. Un falò avrebbe aiutato, anche se un po’ troppo vintage, e una chitarra pure. Il primo lo accesero, con ramaglie e alghe asciutte, chitarre in giro non ne trovarono: solo marchingegni elettronici con tanto di auricolari. Il luogo era quella stessa spiaggia dell’eclisse, l’ora quella fresca prima che cali la notte fonda. Tre ragazze e due giovanotti più il figliolo: Che facciamo?, attaccarono. Parliamo un po’, fece, di oggi, del mondo che ci circonda, se ci piace, di un futuro che ci aspetta, di come eravamo, di cosa ci aspettavamo… di un rapporto fra adulti e giovani… questa cose qui. Il fuoco scoppiettava e non invitava: faceva caldo e l’atmosfera era ancora diffidente, tipo ma che vuole questo. Poi: Ma che c’entrate voi grandi con noi. E, ringalluzziti: Ma che parlare, si chatta! Ancora: Passato, futuro… non contano: oggi, conta. Parlavano solo loro e il figliolo girava muto la testa un po’ di qua e un po’ di là interrogando cogli occhi il padre, stranito. Quando dalla solita discoteca, sempre quella, si alzarono le note di un pezzo antichissimo: Legata a un granello di sabbia, lui osò. Approfittando di una pausa nel vociare che s’era fin li’ intrecciato recito’ alcuni versi di quella canzone e rovistando nella sabbia con un legnetto disse che lui si sentiva appunto come il granello di sabbia della canzone: strapazzato e sbattuto da tutte le parti. Che pensava di avere ancoraggi e riferimenti ma temeva d’averli perduti, loro no?: solidarietà, rispetto, dignità, amore per la cultura, le arti, la storia. Convivenza pacifica al riparo da credo, etnia, provenienza. Bando a ogni forma di violenza, giustizia sociale e riconoscenza delle competenze… cose così. E loro che ne pensavano? Una volta c’era questo e c’era quello, a scuola o a casa vi hanno parlato degli emigranti nostri a Torino e in Germania? Che c’era un signore importante rapito e ucciso dalle Brigate Rosse? Che fra la vita al sud e al nord ci sono differenze importanti di conduzione? Che quasi sessant’anni fa pareva dovesse cominciare un periodo di prosperità e ricchezza per tutti, boom lo chiamavamo. Qui qualcosa si sciolse: E poi, poi che successe? E queste Brigate Rosse che cos’erano? Lui cominciò, e voleva pure dirgli della Cassa del Mezzogiorno, e poi di Tangentopoli, e pure di Gino Giugni e perché no, pure del Cantagiro e del ‘68. Loro erano giovani e forti e sarebbero stati lì anche tutta la notte, ma lui cominciò ad avvertire segni di stanchezza. E poi una notte non sarebbe bastata: doveva rivedere il suo progetto, e rilanciare.
Guardò sorridendo il figlio che stralunato e contento lo abbracciò. Le stelle li guardavano luminose e contenti, A domani sera, se volete: così continuiamo, va bene? E ditelo pure ai vostri amici.
Ci furono altre sere, sempre più affollate, sempre con le stesse stelle e ogni tanto un cucù e qualche bella canzone in lontananza.

*Ex parlamentare





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