«Un pericoloso razzismo a basse dosi»

di Antonino Mazza Laboccetta*

C’è chi, in Italia, avverte un allarme razzismo. E chi, come Salvini e Di Maio, nega che negli episodi registrati dalla cronaca degli ultimi tempi possano leggersi fenomeni di questo tipo: i due vice-premier, per fare qualche nome, sostengono che l’episodio dell’aggressione a Daisy Osakue – e così gli altri episodi – sono «dat(i) di fatto», che, però, «non riguardano solo quest’anno». A prescindere dalle opposte tesi, è certo che v’è un diffuso clima di intolleranza, alimentato da certa propaganda politica, adesso al governo del Paese. E dico subito che non è bene che il segretario della Lega (nazionale) cumuli anche la guida del ministero dell’Interno. Dei due ruoli, o l’uno o l’altro: le ragioni della propaganda politica, gridate nei comizi per vellicare gli istinti che si muovono nel terreno limaccioso delle nostra comunità nazionale (dove si agitano le paure legate alla disoccupazione, alla precarietà del lavoro, alla crisi dei sistemi tradizionali di welfare, alla piccola delinquenza) non possono confondersi con quelle di chi è chiamato a dirigere la politica della sicurezza, dell’ordine pubblico, dei diritti civili, dell’immigrazione nel nostro Paese. In poche parole, non si può stare in grisaglia la mattina negli uffici del ministero e in maniche di camicia il pomeriggio ad arringare le folle. L’ufficio ministeriale esige tempo pieno.

«Razzismo a basse dosi»
Qualche giorno fa ho letto una bella intervista rilasciata a «la Repubblica» (1 agosto 2018) da Lucio Biggiero, docente di organizzazione aziendale nell’Università dell’Aquila ed esperto di modelli computazionali. Richiamando un noto premio Nobel del 2005, Thomas Schelling, Biggiero sostiene, sulla base di studi di simulazione sociale, che del razzismo non va data una lettura fondata su modelli dicotomici: «per niente razzista o totalmente razzista». Anche un «razzismo a basse dosi» genera situazioni di segregazione, che assumerà prima le forme della «segregazione residenziale» per poi diventare «segregazione razziale», come negli Stati razzisti americani nei quali «i neri non potevano risiedere negli stessi quartieri o stare nelle stesse scuole o autobus dei bianchi». Per dirla fuori dai denti, ben pochi – o forse nessuno – sono quelli che si dicono apertamente razzisti. Alla domanda: «Ma tu sei razzista!?», quante volte avete sentito rispondere «Sì, sono razzista!»? Molto più facile sentirsi rispondere: «Non sono razzista, ma ciascuno deve stare a casa propria!». È la risposta, quest’ultima, di quelli che non lo dichiarano, ma che nei fatti, nei comportamenti quotidiani, effettivamente lo sono: «razzismo a basse dosi», per l’appunto.
Razzismo strisciante. Pericoloso, perché induce a sottostimare il fenomeno. Ad abbassare la guardia. È per queste ragioni che il modello dicotomico sottovaluta il fenomeno. Con esiti che possono diventare alla lunga drammatici. Non è un caso che il nostro costituente, all’indomani delle esperienze nazi-fasciste, abbia avvertito la necessità di scolpire nell’art. 3 della Carta fondamentale il principio che davanti alla legge «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione […] di razza […]».

Cittadinanza
Pericolose, le retoriche scioviniste. Nazionaliste. Sovraniste. Identitarie. Al riguardo, tanto si potrebbe dire. E, però, solo su un concetto vorrei qui brevemente indugiare: quello di cittadinanza. Concetto assai discusso, ma mai abbastanza. È alla base delle retoriche, o delle narrative, che si agitano in questi tempi di flussi migratori, di società multirazziali.
Storicamente esprime un bisogno di uguaglianza, la cittadinanza. È per questo che è nata la sua idea: come fattore di uguaglianza. Ha matrice universalistica, l’originaria ispirazione del costituzionalismo, perché fondata sull’appartenenza di tutti gli uomini alla specie umana, sui diritti inviolabili della persona in quanto tale, sul valore della sua dignità. «senza distinzione di razza», appunto.
E, però, oggi, paradossalmente, la cittadinanza, com’è stato autorevolmente osservato, da fattore di uguaglianza rischia di diventare fattore di disuguaglianza, innescando la divisione cittadini/non cittadini, cittadini/stranieri, a dispetto della radice universalistica dei diritti e della dignità dell’uomo che anima le nostre Carte e le nostre Corti nazionali e internazionali e che riconosce a tutti gli uomini, in quanto tali, un nucleo di diritti inviolabile. Sembra così tornata l’epoca in cui il «principio nazionale», identificando lo Stato con la nazione, faceva della nazionalità e della cittadinanza un tutt’uno e dava così fondamento alla distinzione cittadino/non cittadino, cittadino/straniero.
Cittadini e no, per alludere qui agli «Uomini e no» di Vittorini.
Ma, nel mondo globalizzato di oggi, pensiamo davvero che sia una prospettiva credibile? Difendibile? Lungimirante? Pensiamo davvero che vi siano comunità che non nascano dall’incontro/scontro di civiltà diverse? Enea – il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio che lo segue (a disegnare, in uno, la linea che unisce passato, presente e futuro) – fugge con un pugno di profughi dalle macerie ancora fumanti della sua città, Troia, per approdare, dopo lungo peregrinare, sulle coste laziali, dove sposa Lavinia, figlia del re Latino. A questo approdo è collegata, nella leggenda, la stessa origine di Roma. Quanti tra i migranti di oggi fuggono da guerre troppo spesso dimenticate, da regimi autoritari e liberticidi che fanno comodo ai nostri governanti, da condizioni economiche drammatiche di Stati foraggiati di armi dalle nostre democrazie occidentali, nel passato e nel presente; depredati dai vecchi e nuovi colonialismi.
È di origini pachistane il sindaco di Londra, Sadiq Aman Khan. Di Londra, città cosmopolita, dove è di stanza una delle più importanti piazze finanziarie del mondo. La famiglia Al-Fayed, prima di cederli alla Qatar Holdings, è stata per 25 anni proprietaria dei grandi magazzini Harrods, uno dei più importanti simboli di Londra, e insegna commerciale del lusso e dei più grandi marchi della moda. Scorre sangue africano nell’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Obama! Il primo presidente afroamericano della superpotenza. Ma non occorre andare così lontano per capire come si formino le civiltà: basta leggere l’arte della nostra Sicilia per sprofondare in un’identità frutto del mescolamento (incontro/scontro) di civiltà diverse. Ellenica, romana, cristiana, araba, ebraica. Un’identità che, come ha detto Yehoshua, potrebbe fare della Sicilia la «Bruxelles mediterranea». Come Bruxelles rappresenta il cuore dell’identità europea, così la Sicilia può diventare il cuore dell’identità mediterranea per le radici che si porta dentro. Giocherebbe, secondo Yehoshua, un ruolo chiave, portando l’Italia ad occupare una posizione di spicco rispetto a Francia e Germania, i kingmaker dell’Europa, in un momento in cui la nostra Unione vive situazioni di crisi, di ripensamento, di ridefinizione, attraversata com’è da politiche di chiusura nazionalistica.
Occorre il coraggio e la lungimiranza dei padri fondatori per difendere, con più Europa, la pace e la sicurezza dei traffici economici, sul fondamento dei principi della libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, della libertà di stabilimento. Le retoriche sovraniste costituiscono un pericoloso avvitamento, che per qualche tempo porterà fieno nella cascina elettorale di qualche forza politica, ma di certo non condurrà lontano i nostri Paesi. All’apertura, alle grandi scoperte geografiche, all’espansione dei commerci tra le città e lungo le rotte marittime, è sempre stato legato, nella storia umana, lo sviluppo dei popoli. Non certo alla chiusura, alle politiche protezionistiche, agli arroccamenti autarchici.
Non è un fenomeno di oggi, la globalizzazione. La mondializzazione di ieri è diventata la globalizzazione di oggi, solo perché l’imponente sviluppo tecnologico e la rapidissima evoluzione dei mezzi dell’informatica e delle telecomunicazioni le hanno impresso un formidabile acceleratore e moltiplicatore.
Giovani che si muovono nel mondo globale. Che viaggiano o che viaggiano stando seduti davanti allo schermo del pc. Erasmus. Migrazione intellettuale. Indiani che occupano la Silicon Valley tanto da far dire che se ci lanci dentro una pietra, hai buone probabilità di colpire un indiano. Cinesi che occupano l’economia mondiale. In un mondo che gira in questo modo si fa sempre più difficile dire che il popolo coincide con la nazione, intesa come un gruppo che esprime comunanza di caratteri culturali. Sempre più difficile definirli, questi caratteri. È seriamente pensabile che chi vive, chi risiede, chi si sposa, chi fa figli, chi lavora in un dato territorio possa essere escluso dallo spazio dei “cittadini” solo perché di quei cittadini non ha lo «ius sanguinis»?

Prospettive
Scomposizione e ricomposizione della cittadinanza. Prospettive, queste, che certo si possono governare, regolare, disciplinare, ma, a dispetto delle vulgate correnti, non arrestare.
La teoria politica di matrice schmittiana non concepisce unità politica al di fuori di un orizzonte che faccia valere i diritti politici anche per gli stranieri: verrebbe altrimenti meno la stessa comunità politica, il «presupposto essenziale dell’esistenza politica» fondato sulla nota distinzione amico/nemico. Ma oggi, nel mondo globale, non possiamo non cogliere un’evoluzione nelle dinamiche socio-economiche che porta a quella che Benhabib chiama “disaggregazione della cittadinanza” (Cittadini globali, 2008): un fenomeno cioè che si caratterizza per il progressivo venir meno del modello unitario della cittadinanza. Non più un “popolo” come «entità coesa». È un modello, quello unitario, che viene meno per effetto dello “scorporarsi” delle tre dimensioni tradizionalmente costitutive della cittadinanza: l’«identità collettiva», i «privilegi dell’appartenenza politica» e il «titolo a fruire dei diritti sociali e dei relativi vantaggi».
Habermas non può non cogliere questa evoluzione: se il termine «cittadinanza politica» ha per lungo tempo significato, nel linguaggio dei giuristi, «appartenenza statale» e quindi «nazionalità», oggi la cittadinanza non può che ridefinirsi come “espressione di diritti soggettivi” delle persone in quanto tali. Di persone che si muovono e circolano tra gli ordinamenti giuridici e che di ciascuno di essi possono far parte. Quando è nata, Fiat Chrysler Automobiles ha eletto la sua sede legale ad Amsterdam e il domicilio fiscale a Londra. Non può, e non deve, essere solo delle persone giuridiche la liberta di muoversi nei (e tra i) diversi ordinamenti giuridici.
Scomposizione e ricomposizione della cittadinanza, dunque. Che, secondo Sassen, avvengono attraverso forme di «assemblaggio». Assemblaggio, potremmo dire, di tessere tagliate sulle molteplici matrici che mettono le persone in circolazione nei (e tra i) diversi ordinamenti giuridici. E che scompongono e ricompongono forme di cittadinanza che Sassen definisce «de-nazionalizzata».
Siamo davanti ad una radicale trasformazione della cittadinanza, fatta sempre meno di caratteri identitari e sempre più di relazioni, di rapporti intrecciati da persone che si muovono nei (e tra i) diversi ordinamenti giuridici. Attardarsi in politiche sovraniste, scioviniste o nazionaliste è come fare la guardia al bidone di benzina.

*docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria





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