Sanità, le priorità per il (prossimo) commissario

di Emiliano Morrone*

Da settimane il dibattito sulla gestione della sanità calabrese è limitato a tre soli argomenti: 1) la sostituzione, data per imminente, dell’attuale commissario del governo, Massimo Scura; 2) la fine del commissariamento, auspicata intanto dal senatore forzista Marco Siclari, che però non ha mai indicato come debba e possa avvenire in base alle norme vigenti in materia; 3) il nome del successore di Scura o del sub-commissario da affiancargli.
Con l’insediamento del nuovo governo, un quotidiano indicò Gianluigi Scaffidi quale probabile timoniere del Piano di rientro in quota 5stelle. Dopo, una testata web attribuì al medico, ritenendolo fuori dei “giochi”, un rapporto di consulenza con il governatore Agazio Loiero, il che è infondato, e ne ricordò il passato da dirigente del dipartimento regionale Tutela della salute, pur senza riportarne: a) la rottura con la vecchia giunta Scopelliti e le riscontrabili distanze siderali dalla medesima; b) il lungo, costante e coraggioso impegno, verificabile e gratuito, per le denunce e proposte del Movimento 5stelle in ambito sanitario.
Poi uscì la notizia della possibile nomina – leggemmo su consiglio della dirigente del Mef Angela Adduce – dell’abruzzese Maria Crocco come commissario oppure come vice.
Di recente più testate regionali hanno scritto dell’intenzione del governo di puntare, al posto di Scura, su una figura di garanzia: un magistrato, un prefetto o un alto ufficiale delle forze dell’ordine.
In questa sequenza di anticipazioni, sono finite in secondo piano quattro questioni fondamentali, che riassumo in ordine sparso: 1) l’esigenza di amministrare la sanità calabrese secondo la legge, di rimuovere incrostazioni e impedire illeciti, già cristallizzata nel resoconto della commissione ministeriale d’inchiesta Serra-Riccio dell’aprile 2008; 2) la necessità di modificare le norme sul commissariamento, che allo stato mantengono una perniciosa “schizofrenia” nella gestione sanitaria, cioè da una parte il delegato del governo, dall’altra i direttori generali delle aziende del Ssr, individuati dalla giunta regionale e nominati dal suo presidente; 3) il dovere, per favorire eguale tutela della salute su tutto il territorio nazionale, di ripartire il Fondo sanitario sulla scorta del fabbisogno certificato delle cure destinate ai pazienti cronici, piuttosto che sull’attuale criterio del calcolo della popolazione pesata, il quale dal ’99 a oggi ha sottratto alla sanità calabrese almeno 130 milioni all’anno, nel complesso più di 2 miliardi; 4) l’importanza di un confronto politico aperto sul ritorno (o meno) allo Stato dell’intera organizzazione dei servizi sanitari, alla luce di sprechi, abusi e ruberie che la cronaca ha registrato in ogni angolo dell’Italia.
Questi sono i quattro punti decisivi per aiutare la depressa sanità della Calabria, regione finora rimasta, di là dai colori e dalle sigle delle diverse maggioranze, come un corpo staccato dall’Italia, come una specie di luogo proibitivo in cui verrebbe impossibile mettere mano, a causa della complessità e del radicamento di rapporti e logiche di potere insistenti a livello locale.
Voglio allora elencare delle priorità relative alla suddette questioni, al fine di stimolare una dialettica politica – tra tutte le forze, anche sindacali – capace di superare la richiamata ossessione dei nomi e di indurre a soluzioni concrete.
1) 7 direttori su 9 delle aziende del Ssr della Calabria non hanno raggiunto l’equilibrio di bilancio, sicché ne va avviata – come prevede la legge regionale – la procedura di decadenza automatica, su cui, malgrado gli articolati esposti dei deputati 5stelle Francesco Sapia e Dalila Nesci, continuano a sorvolare il governatore regionale e, non si capisce il perché, il commissario Scura;
2) alcuni dei predetti 9 direttori generali non risultano nell’elenco degli idonei pubblicato dal Ministero della Salute, perciò non si comprende il motivo per cui ciò non debba essere approfondito e risolto in via definitiva;
3) sarebbe opportuno (e significativo) che al più presto giungessero gli esiti dell’ispezione ministeriale all’ospedale di Crotone sul reparto di Chirurgia e dei più recenti accertamenti dei Nas sulla storia delle presunte medicazioni con cartone da imballaggio al Gom di Reggio Calabria, tirata fuori dal “Corriere della Calabria”;
4) non pochi direttori generali delle aziende del Ssr hanno ignorato criticità, anomalie o carenze di peso (per esempio quello dell’Asp Vibo Valentia in ordine ai requisiti del Punto nascita e al concorso a primario della stessa unità operativa; quello dell’Asp di Crotone in relazione alla conformità della Ginecologia-Ostetricia o, episodio singolare, ad un incarico di prestigio conferito a dirigente medico che aveva presentato domanda a tempo scaduto; quello dell’Asp di Reggio Calabria, ora rimpiazzato, in merito alla pesante situazione dell’ospedale di Locri o dell’Ortopedia di Melito Porto Salvo; quello dell’Asp di Cosenza con riferimento alla mancata revoca delle procedure concorsuali per 14 nuovi primari non autorizzati dalla struttura commissariale);
5) gli ospedali di Praia a Mare Trebisacce vanno riattivati in virtù delle remote sentenze definitive della magistratura amministrativa, ma in proposito in Calabria non si muove foglia da ben tre anni e si va, si fa per dire, avanti;
6) con il recente Dca n. 166/2018, il commissario Scura ha assunto le redini dell’Asp di Reggio Calabria, per cui controllore e controllato coincidono, sul che bisogna intervenire con urgenza;
7) le oltre 1350 assunzioni autorizzate dal commissario Scura vanno riviste alla svelta, in quanto meno del 10% riguarda il personale medico;
8) pubblico e privato della sanità calabrese devono essere riequilibrati, sia al loro interno che per quanto concerne il loro rapporto;
9) le numerose denunce del Movimento 5stelle negli ultimi 4 anni rappresentano, pure al di là della loro provenienza, un punto di partenza per ricostruire il sistema sanitario in Calabria, in quanto le stesse hanno evidenziato palesi discrasie e irregolarità diffuse e nel contempo hanno indicato le correzioni possibili.
In ultimo, vanno ribadite delle ovvietà: l’emigrazione dalla Calabria per interventi chirurgici e terapie costa 300 milioni all’anno; tranne felici eccezioni, i calabresi non hanno una sanità su cui poter contare; gli operatori sanitari sono mortificati dall’andazzo incontrollato e i costi, insostenibili, ricadono sui cittadini, che non possono più essere vittime di miopie, irresponsabilità e connivenze politiche.

*giornalista





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