«Un riconoscimento in memoria di Antonio De Rasis»

di Domenico Bevacqua*

Come preannunciato durante il mio intervento di mercoledì scorso in consiglio regionale, ho inviato al presidente Nicola Irto una lettera aperta, mediante la quale chiedo che il più alto organo rappresentativo della Calabria, facendosi interprete del sentire unanime delle comunità coinvolte, provveda a conferire formale riconoscimento nei confronti di Antonio De Rasis, deceduto durante il tragico evento verificatosi lo scorso 20 agosto nelle Gole del Raganello.
Molta confusione s’è fatta nei giorni scorsi sull’attività che questo giovane svolgeva con singolare passione: al fine di fugare nebbie inopportune, nel mio intervento in sede assembleare ho sottolineato come, secondo quanto prescritto dalla legge 4/2013, l’attività di servizio guida escursionista risulta liberalizzata su tutto il territorio nazionale; ragion per cui, nella circostanza, non si può ravvisare alcuna fattispecie di esercizio abusivo della professione.
Di seguito, il testo della lettera.

Caro Presidente,
a quasi un mese dalla tragedia che il 20 agosto scorso ha devastato le Gole del Raganello, portando via dieci vite e lasciando dietro di sé una scia di sgomento e di dolore, rivolgo a te questa lettera aperta scaturita da una riflessione personale e da un sentimento generale che ho avuto modo di registrare nei luoghi del disastro.
Ciò che è accaduto resterà incancellabile nella memoria collettiva e ognuna di quelle vite strappate prematuramente all’esistenza reca il diritto di essere ricordata in una maniera tale che episodi simili non abbiano a ripetersi.
Fra quei morti c’è un giovane calabrese, una persona che quelle Gole conosceva come nessun altro e che nella comunità di Cerchiara rappresentava qualcosa di importante e di unanimemente riconosciuto: si chiamava Antonio De Rasis, aveva 32 anni, era volontario della protezione civile e del Soccorso alpino e speleologico calabrese, era stato fra coloro che erano intervenuti dopo la valanga di Rigopiano.
«Antonio era un ragazzo che abbracciava gli altri»: così si è espresso il parroco don Peppino Ramundo durante le esequie celebratesi a Cerchiara.
«I giovani e anche noi tutti, dobbiamo imitare l’esempio di Antonio. La Calabria è bellissima, è onesta e laboriosa. Dobbiamo collaborare tutti insieme per renderla ancora più bella»: queste le parole del vescovo Savino, che lo conosceva personalmente.
«Ti chiedo perdono se non sono riuscito a salvarti!», ha detto Luce Franzese, presidente del Soccorso alpino e speleologico calabrese, rivolgendosi a chi è riuscito a mettere in salvo quelli che gli erano accanto, prima di essere trascinato dal muro di fango e acqua.
Sono soltanto alcune delle testimonianze che traducono al meglio la commozione e l’affetto sinceri con cui la silenziosa folla accorsa a Cerchiara abbracciare gli affranti genitori, Ciccio e Lucia De Rasis, e la coraggiosa sorella Amelia, che ha voluto ringraziare personalmente tutti i presenti.
Non ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, ma il giudizio e il sentire è unanime: era un ragazzo che traboccava amore per la vita e per le persone. Tutte le persone, a qualsiasi ceto o età appartenessero.
Il tragico spezzarsi di una giovane esistenza è ancora più incomprensibile allorché colpisce chi si adopera per il bene altrui.
So bene quanto poco le parole e i riconoscimenti possano lenire il dolore, ma so altrettanto bene che rientra nel compito delle istituzioni perpetuare la memoria per un sogno di crescita e di riscatto che Antonio incarnava al meglio.
È per questo che ti chiedo di avviare l’iter opportuno per addivenire al conferimento di un formale riconoscimento alla figura di questo cittadino calabrese esemplare, che aveva fatto dell’amore per la Natura e la sua comunità una ragione di vita.

*Consigliere regionale





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto