«Rebibbia e la vita disumana nelle carceri»

di Romano Pitaro*

Fulmini, di tanto in tanto, zittiscono il palcoscenico babelico in cui i cosiddetti decisori italici trionfano nella recita a soggetto. Un ponte che crolla sulla città, un canyon che trattiene definitivamente. Ieri l’altro una detenuta, una giovane tedesca di origine georgiana, che a Rebibbia lancia nel vuoto, uccidendoli, i suoi due figli: sei mesi la bimba, un anno e sette mesi il primogenito. “Adesso sono liberi”, ha detto. Scaraventandoci dall’algido web in cui risiediamo nei territori sanguinolenti della tragedia di Eschilo, Sofocle, Euripide. È questione risaputa il disagio dei figli in carcere con le madri. Interviste, inchieste giornalistiche, saggi, romanzi (penso a “Il corpo docile”, il bel romanzo di Rosella Postorino, vincitrice del Premio Campiello con “Le assaggiatrici”). Niente, però, sposta d’un millimetro la palude dov’è risucchiato ogni proponimento riformista. Tutto l’universo carcerario su cui, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2013, era stato compiuto, da parte degli Stati generali dell’esecuzione penale, un lavoro poderoso che avrebbe dovuto sfociare in un nuovo Ordinamento penitenziario per ammodernare l’impianto originario del 1975, è ripiombato in una condizione generale che non rispetta la dignità della persona e i suoi diritti fondamentali. Per il Rapporto Antigone 2017 “Il carcere non cambia”. Occorre prendere atto che «così com’è oggi il carcere rende l’Italia insicura, agevolando la recidiva e deludendo l’obiettivo costituzionale della rieducazione».
Quando accaduto a Rebibbia è gravissimo e si spera che, dopo il pavloviano frastuono mediatico del giorno dopo, il terribile episodio non sia archiviato come il “folle gesto” d’una disperata, ma avvertito come uno dei segni più dolorosi della situazione esplosiva delle carcere del Belpaese. Nelle carceri – sempre il Rapporto Antigone – su un totale di 58.162 detenuti le donne sono 2402 (il 4.12 per cento della popolazione rinchiusa), ma dopo aver toccato un picco nel 2010 e una flessione nel 2014, in concomitanza con l’ultimo indulto e con i provvedimenti adottati a seguito della sentenza Torreggiani della Corte di Strasburgo, la presenza delle donne è aumentata in modo progressivo negli ultimi anni. I reati per cui le donne finiscono in prigione sono quelli contro il patrimonio, contro la persone e in materia di stupefacenti, seguiti da quelli contro l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica e la pubblica amministrazione. Su 7106 detenuti (rileva Antigone) alla fine del 2017 per associazione di stampo mafioso (416 bis cp) 134 erano donne. Su 97 donne detenute per reati di prostituzione 86 erano straniere. Le norme dell’Ordinamento penitenziario hanno pochissime disposizioni sulla detenzione femminile. Ma se negli istituti dedicati le donne hanno maggiori possibilità di condurre una vita detentiva calibrata sulle loro peculiari esigenze, pur non mancando anche lì vistose criticità, i problemi s’acuiscono nelle sezioni ricavate all’interno di complessi concepiti per la detenzione maschile. Lo stesso dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, in una scheda sulla detenzione femminile del 2015, ha osservato che “in questi casi le donne vivono prevalentemente una realtà che è pensata e realizzata nelle strutture e nelle regole per gli uomini mentre i loro bisogni specifici, in buona parte correlati ai bisogni per i loro figli, sono spesso disattesi». Ci sono 58 madri con 70 bambini in gattabuia quasi equamente distribuiti tra italiane e straniere. Vogliamo parlarne e dar loro una risposta che sia, se non di rottura perlomeno all’insegna del cambiamento? Oppure il dibattito pubblico è condannato a stazionare sullo spread, le cene fallite, Europa sì Europa no? E ancora: quando e come si deciderà di affrontare il carcere smettendola di ritenerlo una discarica sociale e di manipolare il cervello della gente con l’urgenza di ristabilire “ordine e decoro” o con quell’altra corbelleria per cui la società è più sicura con più carcere? Fa sperare la programmata visita nelle carceri dei giudici costituzionali (dal 4 ottobre), «per stabilire un contatto diretto con le persone recluse e gli operatori che lavorano in quelle strutture». Iniziativa pregevole. Si vuole segnalare che la Costituzione «impone che la detenzione non sia senza regole – rimessa esclusivamente alla discrezionalità dell’Amministrazione penitenziaria – e che le regole, a loro volta, non siano in contrasto con la Costituzione» (Giovanni Bianconi sul Corsera del 20 settembre). Tutto bene. Ed è bene che si ribadisca (l’hanno fatto di recente il presidente della Consulta Giorgio Lattanzi e il capo dello Stato Sergio Mattarella) che “pur con le limitazioni connaturate alla detenzione”, i principi costituzionali e la Corte stessa «costituiscono una garanzia di legalità per tutti i detenuti, che siano cittadini o stranieri, immigrati regolari o irregolari».
Tutti siamo convinti che la Costituzione è una «legge suprema, uno scudo nei confronti dei poteri dello Stato, che neppure il legislatore con le sue mutevoli maggioranza può violare». Ciò che però lascia basiti è l’impotenza dell’azione pubblica a rimuovere quegli ostacoli, infinite volte indicati, che, di fatto, vanificano i principi richiamati. E il disperdersi (a parte i casi in cui si nota un’inversione di tendenza) nella triste realtà degli istituti penitenziari, d’ogni tentativo volto a rendere la pena utile. Le buone parole non mancano, ma perché le parole (e la Costituzione) siano credute e non perdano di senso, ci vogliono, oltre agli altisonanti principi scanditi nella convegnistica, i fatti. Minuti, acri, asciutti, ma fatti che diano sostanza all’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

*giornalista





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