«Sanità, lo sfascio è (anche) legislativo»

di Ettore Jorio*

«Non è pane per i tuoi denti». È ciò che potrebbe dirsi alla Regione Calabria allorquando si accinge all’elaborazione delle leggi. Specie di quelle che riguardano la sanità.

Gli esempi di malpractice redazionale
2004. La legge regionale 19 marzo 2004 n. 11, di approvazione del «Piano regionale della salute 2004/2006», oltre a imporre irragionevoli controlli preventivi sugli atti aziendali, di per sé segnatamente lesivi dell’autonomia delle aziende della salute e diverse altre prescrizioni quantomeno creative, dimostra la scarsa diligenza elaborativa riservata nei confronti degli strumenti legislativi. Il massimo del peggio è stato però rappresentato nella definizione delle allora 11 aziende sanitarie territoriali e delle 4 aziende ospedaliere, allorquando è stata loro assegnata l’autonomia gestionale. Ciò avveniva per l’appunto nel 2004, ovvero trascorsi cinque anni dal d.lgs. 229/1999, meglio noto come riforma ter, nel quale le vecchie sei autonomie sancite dal d.lgs. 502/1992, tra le quali quella gestionale, venivano riassunte in quella imprenditoriale. Un fatto grave per il legislatore che mette mano alle leggi senza accorgersi che ciò che scriveva era stato modificato ben cinque anni prima. Un bel modo di applicare la legislazione concorrente ove al legislatore regionale viene imposto l’obbligo di legiferare in relazione ai principi fondamentali fissati dallo Stato. Una regola rispettata ovunque tranne che in Calabria.

2007. Altro esempio è rappresentato dall’art. 7 della legge 11 maggio 2007 n. 9, recante «Accorpamento delle ASL» che, al di là dell’ancorché discutibile scelta politica di prevedere cinque Asp in luogo delle undici allora esistenti, ha utilizzato una lettera e un percorso a dir poco sconveniente e gravoso. E’ accaduto perché il legislatore di allora ha utilizzato un lessico non affatto corrispondente agli obblighi civilistici imposti per il perfezionamento della volontà legislativa dell’epoca.
In buona sostanza, con un articolo della legge di accompagno alla finanziaria regionale del 2007 si dissero «accorpate in cinque Aziende sanitarie locali», le Asp, le undici Asl preesistenti generando una confusione enorme per la redazione dei provvedimenti aziendali relativi. Un adempimento che dovetti curare personalmente – nella qualità di allora di soggetto attuatore del commissario di protezione civile incaricato di rendicontare il debito pregresso e di intervenire sulle precarietà gestionali del Ssr – assistendo le quattro aziende provinciali di Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia (Reggio Calabria no, perché allora rinviata a cura del commissariamento in atto per mafia) Un compito onerosissimo perché in presenza di una totale estinzione delle allora 11 Asl si è dovuto pervenire alla scelta più difficile ovverosia alla fusione per unione con le conseguenti difficoltà di corretta individuazione dei «rami d’azienda» da fondere (allora riguardanti la sanità gestita di San Giovanni in Fiore e di Marcedusa, da fare confluire rispettivamente nelle Asp di Cosenza e Catanzaro). Un risultato reso possibile grazie anche allo sforzo professionale delle direzioni generali di allora e alla collaborazione della dirigenza amministrativa all’uopo impegnata.

L’ultima è davvero grossa
Oggi ci si impatta nella lettura della proposta di legge che reca la firma di sei consiglieri bipartisan dal titolo «Integrazione delle aziende ospedaliere della città capoluogo della Regione».
Leggendola c’è davvero da preoccuparsi – consci dei ricorrenti esiti negativi dei giudizi della Consulta sulle leggi calabresi che si supponeva, invero, attenuarsi nella vigente conduzione politica – per il linguaggio adoperato e il percorso individuato, entrambi dimostrativi di una stesura più attenta al risultato politico, di costituire una azienda unica ospedaliera universitaria, che al rispetto delle norme che disciplinerebbero la fattispecie, sotto il profilo soprattutto civilistico e fiscale.
Nel redigere la proposta si è, infatti, ricorso ad un vocabolario inusuale per un giurista, forse dovuto alla non frequentazione dei proponenti di una siffatta area professionale.
Difatti, si fa riferimento ad una più che generica integrazione (art. 1, comma 1) – peraltro au contraire di quanto poi si scopre essere il condivisibile obiettivo di realizzare una azienda ospedaliera universitaria unica – della Ao Pugliese Ciaccio con l’Aou Mater Domini.
Tutto questo senza precisare quale sia lo strumento giuridico individuato per realizzarla, limitandosi inconcepibilmente a ribattezzarla «Azienda-Ospedaliera-Universitaria “Mater Domini-Pugliese Ciaccio”».
Di conseguenza, si prevedono (comma 2) confusamente esiti non affatto perseguibili, del tipo il subentro (altro esempio di ricorso ad un linguaggio più che generico) della neonata ma non affatto costituita nuova Aou nelle funzioni e nei rapporti attivi e passivi di entrambe le Aziende ospedaliere coinvolte (Ao Pugliese Ciaccio e Aou Mater Domini).
Il tutto nell’assurda pretesa di costituire (forse per virtù dello Spirito Santo!) una mega Azienda Universitaria, aggirando (peraltro palesemente e quindi male) le prescrizioni dettate dal d.lgs 517/99. Non solo. Agendo in barba alla disciplina civilistica e fiscale che regola siffatti eventi, produttiva della corretta successione a titolo derivativo dei rapporti attivi e passivi preesistenti in capo alle aziende ospedaliere, destinate ad estinguersi, atteso il riferimento che si fa sfacciatamente nella proposta ad «nuova azienda ospedaliera universitaria» (indicata come tale al comma 3 dell’art. 1), che si intenderebbe insediare nel Sistema sanitario regionale calabrese, in quanto tale sottoposta alla difficile prevista procedura di riconoscimento (d.lgs. 517/99, art. 2 e non solo).
E dire che il progetto della politica, di realizzare una Azienda ospedaliera universitaria che comprendesse, a pieno titolo, l’attuale Ao Pugliese Ciccio, poteva ben essere realizzato con una opzione semplice. Con un provvedimento di pochi righe, ma con tanto lavoro contabile-ricognitivo a monte, ricorrendo ad una fusione con incorporazione ove Aou Mater Domini (incorporante) attraesse a sé l’Ao Pugliese-Caccio (incorporata) nella sua assoluta interezza, e dunque al lordo dei rapporti attivi e passivi sino ad oggi intrattenuti dalla quest’ultima.
In una tale procedura sarebbe stato facile e logico fare valere l’esistenza continuativa della Aou Mater Domini che, in qualità di azienda incorporante, avrebbe mantenuto la sua peculiarità di Aou, a mente delle prescrizioni dettate dal d.lgs. 517/99, quale diretta conseguenza dell’efficacia del provvedimento definitivo garantita dal codice civile, agli art. 2502 e seguenti, nonché riconosciuta dalla relativa disciplina fiscale.
Il tutto senza alcun aggravio sui saldi patrimoniali esistenti e pertanto compatibile con le esigenze commissariali di tutela dei valori del piano di rientro in atto.

*docente Unical





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