«I progetti di resilienza per risanare la Calabria»

di Alberto Ziparo*

I pericoli legati al degrado del territorio e allo scriteriato consumo di suolo nella nostra regione sono ormai noti all’opinione pubblica, non solo agli specialisti. È “apparentemente” corale la richiesta di una svolta che non solo allontani i disagi ed i rischi dovuti al dissesto, ma permetta di fruire, anche da un punto di vista economico, di una risorsa che – nonostante le politiche urbanistiche spesso dissennate o assenti – ancora è presente diffusamente in Calabria, e con episodi di assoluta eccellenza: il paesaggio. Che va risanato e riqualificato nelle parti degradate, e quindi valorizzato per una crescita sociale sostenibile ancora in grado di fornire prospettive di futuro. È importante che anche nella nostra regione stiano nascendo progetti innovativi, dal punto di vista ecologico e culturale, che vanno nel senso della rigenerazione e riqualificazione, come i parchi regionali e nazionali, l’area di Ecolandia a nord di Reggio, o il progetto di Parco a mare di Condofuri, che non solo tutela e difende – con elementi naturali di consolidamento – il bene prezioso della costa, ma valorizza spiagge e litorali con azioni e servizi eco sistemici. D’altra parte permangono problemi annosi quanto irrisolti; che stanno diventando estremamente pericolosi, quali le aree di abusivismo edilizio, rallentatesi ma non ancora bloccatesi, e un patrimonio abitativo eccessivo, esorbitante, ormai vuoto per oltre il 30%; che, spesso abbandonato al degrado, costituisce un monumento allo sfascio economico e ambientale, ed anche un pericolo per la gente, per le parti di edifici che, oltre all’inagibilità presentano sempre più spesso lesioni e crolli. Accanto ai citati programmi innovativi, non mancano tuttora i progetti sbagliati, obsoleti, dettati dalle passate logiche di cementificazione che tanti danni ha comportato per la Calabria. Come le nuove proposte di villaggi turistici, laddove si dovrebbe riutilizzare il patrimonio vuoto, o i lungomare “old style”, tutti auto e cemento per la sofferenza di una costa già in erosione accentuata, per cause locali e globali. Come si vorrebbe fare – oggi, nel 2018! – a Marina di San Lorenzo, sullo Ionio reggino, costruendo – proprio accanto all’auspicato Parco a mare di Condofuri – una bizzarra quanto disastrosa “autostrada costiera”, sedici metri di sezione per una lunghezza di 600 metri, a pochi passi dal bagnasciuga! Questi sono gli errori macroscopici da evitare assolutamente.

STOP AL DEGRADO CON LA RESILIENZA La pianificazione territoriale paesaggistica calabrese non ha segnato quella svolta che era stata prospettata dalle Linee Guida della nuova legge urbanistica regionale. Il depotenziamento della normativa di tutela e valorizzazione del paesaggio, insieme ad eccessivi allargamenti nelle “maglie vincolistiche” del territorio, hanno vanificato molto di ciò che è necessario: sarebbe urgente almeno dotare di idoneo apparato normativo il quadro territoriale paesaggistico regionale, perché torni ad essere un riferimento coerente e consistente per l’urbanistica locale ed i progetti di riqualificazione del territorio. Nel lungo periodo, la pianificazione deve rivivificare il paesaggio regionale, ricostituendo i luoghi, preziosi anche da un punto di vista sociale e culturale. Ma nel breve periodo, c’è la necessità di bloccare degrado e rischi utilizzando il concetto di “resilienza territoriale” e predisponendo i relativi programmi e progetti, più agevoli e rapidi da realizzare rispetto ai processi della pianificazione. Laddove infatti risanamento e riqualificazione di territorio e paesaggio, pure urgentissimi nella nostra regione, richiedono però il tempo necessario all’attuazione di piani e strategie, a tutti i livelli stanno venendo avanti tali progetti di resilienza che permettono di affrontare i rischi ambientali anche nell’immediato o nel breve periodo.

UN TERRITORIO SEMPRE PIÙ FRAGILE Il concetto di resilienza è legato alla capacità di un sistema di ritrovare il proprio equilibrio dopo aver subito determinate sollecitazioni o modifiche: si pensi ad un pallone che per un istante si deforma al momento del contatto con il piede che calcia, ma subito riguadagna la sua forma sferica, oppure ad una bottiglia di plastica allorché subisce una lieve pressione ed un attimo dopo ritrova la sua configurazione. Per il territorio il concetto è molto importante. Nel passato, quando gli impatti di edificazione, urbanizzazione e trasformazioni erano più ridotte, il territorio era capace di resilienza, cioè di “assorbire” le trasformazioni senza perdere i propri caratteri principali, in primis la sua “dimensione organismica”, il suo essere cioè anche corpo vivente, garantito dalla preservazione degli apparati paesistici, elementi portanti dell’ecosistema. Il consumo di suolo e l’edificazione indiscriminata degli ultimi decenni hanno portato agli ormai noti ed evidenti effetti di deterritorializzazione. Tra cui c’è la perdita spesso irreversibile della capacità di ritornare agli equilibri ecologici che tutelano il mantenimento del sistema ambientale. Un territorio che ha perso i suoi caratteri di “organismo” diviene sempre più fragile, esasperando i rischi di qualsiasi tipo: idrogeologici (frane e crolli), sismici, da incendi, da inquinamenti e – come stiamo riscoprendo drammaticamente in questa fase, anche con tragedie immani come quella del ponte di Genova – da obsolescenza del patrimonio costruito.

I PROGETTI DI RISANAMENTO E RIGENERAZIONE Da qualche anno, su pressante iniziativa dell’Unep (Agenzia ambientale dell’Onu) e di centri di ricerca scientifici e universitari, a livello internazionale si stanno promuovendo i “programmi e progetti di resilienza urbana e territoriale”, che consolidano nel periodo medio breve le strutture ambientali; anche prima del restauro degli assetti ecologici e paesistici originali di un territorio. Essi infatti affrontano, con programmi costituiti da azioni integrate e progetti plurimi, le maggiori fragilità e i più grandi rischi di ciascun contesto, con funzioni previsive, preventive e difensive; con progetti di risanamento e rigenerazione, agevolmente fattibili, ma mirati sempre alla riqualificazione complessiva dettata dalla pianificazione. Per ciascun ambito territoriale si individuano le aree più critiche e gli elementi più a rischio, predisponendo per ciascuno di essi azioni idonee. In Occidente le attenzioni maggiori sono dedicate ai pericoli citati al punto precedente. Dopo la disastrosa alluvione di New Orleans di qualche anno fa, le grandi città mondiali hanno approvato i primi progetti di resilienza legati alle caratteristiche dei territori di appartenenza. Negli ultimi anni su questa si è sviluppata molta ricerca scientifica mirata all’applicazione. Si è favorita così la promozione dei primi programmi operativi che hanno riguardato realtà diverse, da New York a Rotterdam, da Copenaghen a Bologna.

RIPARTIRE DALLE FIUMARE In Calabria appare urgente, oltre che evitare ulteriori errori nelle azioni urbanistiche, insostenibili in situazioni già gravemente compromesse, avviare la realizzazione di progetti di questo tipo. Pressate dagli attori attenti alla tutela le istituzioni ai vari livelli devono promuovere l’acquisizione e la predisposizione della strumentazione tecnica programmatica e normativa utile all’attuazione dei progetti in questione. Lo “sfasciume pendulo” di cui parlava Giustino Fortunato è stato ulteriormente indebolito dalle scriteriate modalità con cui si è costruito ed urbanizzato in regione. La prima azione da fare riguarda la ristrutturazione di quell’elemento portante, strategico dell’assetto ambientale regionale costituito dalle oltre trecento fiumare. Esse sono state spesso negate, tombinate o cementate e, da risorsa, sono diventate un pericolo, specie in caso di eventi alluvionali o anche semplici turbolenze temporalesche: la chiusura delle “vie di fuga” dell’acqua, causa le inondazioni grandi e piccole, cui ormai assistiamo per ogni precipitazione appena più intensa del solito. Come anche anche la tragedia del Raganello ha ricordato i corsi d’acqua che scendono verso le coste, a causa del combinato tra turbolenze climatiche e restringimento degli alvei, possono diventare condotte forzate, che trascinano grandi masse di liquidi e fanghi, con gravi rischi di danni e tragedie. Una prima azione semplice che tutti i comuni possono facilmente effettuare è quella della “puliture e vigilanza costante dei corsi d’acqua”. Quindi a livello comunale o intercomunale – magari con le stesse aggregazioni tramite cui si stanno redigendo i nuovi piani strutturali – si può fruire delle analisi effettuate dagli strumenti urbanistici e territoriali per capire quali possono essere gli elementi da inserire in un progetto locale di resilienza. In generale i contenuti di esso in Calabria possono riguardare: la ricostituzione degli apparati paesistici, il riuso e la manutenzione del patrimonio abitativo, l’individuazione delle aree di frana o dissesto per azioni urgenti di risanamento, l’ampliamento del sistema del verde, la rimozione di strutture, impianti attrezzature pericolose o inquinanti, il ripristino dell’ecofunzionamento dei cicli biogeochimici, in primis il ciclo dell’acqua. Tutto ciò in regione costituisce emergenza urgente e indifferibile.

*Docente di Pianificazione urbanistica – Università di Firenze





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