«In Calabria 103 Comuni in rovina»

di Ettore Jorio*

Incrociando i dati del Ministero degli Interni aggiornati ad oggi e quelli della Università Ca’ Foscari censiti a tutto il 2017 emergono dati da incubo sullo stato di salute dei Comuni calabresi. Centotre gli enti locali pressoché alla rovina, impegnati in misure di gestione straordinaria di risanamento.
Più precisamente: trentasei quelli dissestati, alcuni dei quali più di una volta (per esempio, Paola nel 1993 e nel 2012); sessantasette hanno fatto ricorso alla procedura pluriennale di riequilibrio finanziario (il predissesto), molti dei quali rimasti tali, nel senso di non essere ancora in default, solo per generosità istituzionale. Dei Governi che si sono avvicendati dal 2012, eccessivamente permissivi nel consentire diverse reiterazioni procedurali, tanto da facilitare oltremisura i percorsi stravolgendo il rispetto degli adempimenti relativi. Del Magistrato contabile tollerante negli inadempimenti.
Un guaio per una regione che peraltro conta altri venti Comuni sciolti per mafia.
Insomma, alla Calabria che non ha sanità, cui manca l’assistenza sociale, una edilizia scolastica sicura e un trasporto pubblico decente, va ad aggiungersi il dramma dei Comuni falliti o giù di lì. Non solo. Delle Province che soffrono di una illiquidità da paura, talune palesemente altre meno, senza un quattrino per fare manutenzione stradale, senza la quale si generano le morti colpevoli, come quella della mamma e dei suoi due bambini a San Pietro Lametino, a causa di improvvise inondazioni.
Su tutto, il sistema dei Comuni calabresi compromessi nella misura del 26% perché pieni zeppi di difficoltà economico-finanziarie e in evidente crisi di rappresentanza istituzionale, perché commissariati per mafia. Ciò senza contare i tantissimi Comuni che tacciono il loro essere già in fallimento da tempo!
Così la nostra regione è diventata la terra dei fallimenti degli enti locali e dei commissariamenti, ove i suoi abitanti sono divenuti «le prede» delle conduzioni amministrative più difensive e, in quanto tali, senza un quattrino da potere investire in infrastruttura, e delle gestioni commissariali che, per sola definizione, hanno il compito di costruire le condizioni interdittive a che la mafia non rientri nelle stanze del potere. Una illusione disattesa, quest’ultima, considerata l’inadeguatezza della disciplina di riferimento irresponsabilmente trascurata dal legislatore che avrebbe dovuto da tempo procedere ad una sua radicale riforma.
A fronte di tutto questo, nulla da parte della Regione, rimasta altresì colpevolmente estranea alla seppur indispensabile contribuzione per primo impianto e avvio dei Comuni scaturiti da fusione, nei confronti della quale ha rinunziato addirittura ad approvare una legge appropriata alle reali esigenze, non affatto soddisfatte nelle fusioni perfezionate.
Nonostante la cosiddetta “legge Delrio”, vigente dal 2014, la Regione non ha mostrato alcun interesse a legiferare il riordino del proprio sistema autonomistico locale. Uno strumento che avrebbe potuto e dovuto sancire una corretta ipotesi riorganizzativa tenendo conto, altresì, dei Comuni in crisi, sia finanziaria che istituzionale, cui dare il necessario supporto, ancorché con norma avente carattere transitorio, perché possano assicurare comunque al sistema autonomistico una loro soddisfacente partecipazione sinergica – ancorché con norma avente carattere transitorio.
Ma si sa, in Calabria fare ciò che altrove è normale diventa quasi impossibile. Per una Regione che non sa scrivere le leggi ovvero evita di fare quelle che hanno un benefico impatto strutturale, pensare ad un riordino degli enti locali – chiamati dalla Costituzione a dare le risposte dirette ai cittadini – è cosa ardua.

*Docente Unical





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