«Manovra economica, i nodi vengono al pettine»

di Antonino Mazza Laboccetta*

I nodi sono venuti al pettine. Lo avevamo anticipato, qualche tempo fa, in altra occasione. E non è stata difficile profezia, considerati il contenuto del «contratto di governo» e il piglio con cui l’esecutivo gialloverde si presenta al “popolo” e all’Europa.
La manovra economica presentata dal governo – e bocciata dalla Commissione europea, dalle agenzie di rating e dai mercati – punta, com’è noto, ad un aumento deciso del deficit, portandolo al 2,4 per cento nel 2019. L’obiettivo dichiarato è quello di dare una spinta alla crescita dell’economia. Il ministro Tria, nell’intervista rilasciata al Sole 24 Ore il 29 settembre scorso dopo l’approvazione della Nota di aggiornamento al Def, non a caso parla di una crescita dell’1,6 per cento nel 2019 e dell’1,7 per cento nel 2020, cui si dovrebbe arrivare attraverso un programma importante di investimenti pubblici. Investimenti che – assicura Tria – aggiungerebbero due decimali aggiuntivi di pil nel 2019 e quattro ulteriori decimali nel 2021. Si tratta di un programma che, secondo il ministro dell’Economia, immetterà nel circuito economico un ammontare addizionale di investimenti pubblici pari a 15 miliardi di euro nel prossimo triennio, assorbendo buona parte della perdita di pil sofferta dal nostro sistema economico negli ultimi anni. L’aumento del pil nei prossimi anni, secondo le prospettive del governo, non si affida solo al programma di investimenti pubblici, ma come sottolinea Tria, punta pure al rilancio degli investimenti privati. Obiettivo, quest’ultimo, che, sul piano fiscale, è favorito dalle misure che il governo intende adottare a favore delle imprese e delle partite Iva, in attesa di procedere all’alleggerimento della pressione fiscale anche sui redditi personali.
Avevamo immaginato, sempre qualche tempo fa, di trovare nel ministro Tria un “oste” difficile con cui fare i conti. Per la verità, il nostro “oste” ha tentato – forte di una cabina di regia di tutto rispetto, interna al ministero dell’Economia – di opporre la sua linea a fronte di una manovra economica che la Commissione europea non ha esitato a definire «senza precedenti». E, come sappiamo, le parole, negli ambienti politico-economici e diplomatici, non si contano ma si pesano.
E, però, l’“oste” si è purtroppo dovuto piegare, digerendo una salsa che un ministro di rango, qual è Tria, non può non trovare difficilmente deglutibile. Nell’aria sono volate voci di dimissioni, poi rientrate e/o smentite. Probabilmente – ma non lo possiamo dire con certezza – le dimissioni di Tria avrebbero prodotto sui mercati danni e incertezze ulteriori rispetto a quelli generati dalla manovra economica, non foss’altro perché Tria, insieme con il ministro Moavero Milanesi, rappresenta comunque un interlocutore autorevole e una garanzia. Non è da escludere, poi, che le sue dimissioni avrebbero creato un vuoto che, agli occhi dei mercati e delle istituzioni europee, avrebbe potuto essere malamente riempito.

L’allarme generale
Se le cose stessero come immagina il governo gialloverde, il rapporto debito/pil, ferma restando l’inflazione all’1 per cento circa, potrebbe addirittura scendere, portando la differenza negativa tra il deficit previsto e il prodotto della crescita del Pil nominale ad uno scostamento esiguo rispetto ai vincoli e agli obiettivi europei.
Ma l’allarme generale che la manovra suscita in Europa e sui mercati, ci dice che il quadro è probabilmente più complicato di quanto Tria l’abbia voluto, o potuto, descrivere, e di quanto vadano propalando i dioscuri del governo.
Se la Banca d’Italia – una delle più solide amministrazioni del nostro Paese nella quale opera un’intellighenzia di rango e preparazione elevatissimi – boccia la Nota di aggiornamento (l’ha fatto anche l’Ufficio parlamentare di bilancio), qualche interrogativo ce lo dobbiamo porre. E lo dobbiamo fare con tutto il rispetto per il vice-premier Di Maio, che si è sentito irritato dal giudizio della Banca d’Italia, invitandola addirittura a presentarsi alle prossime elezioni con un suo programma. Un’uscita davvero sgraziata, cui è prontamente seguito, sulla prima pagina del Corriere della Sera, l’intervento del professor Sabino Cassese. L’autorevole giurista ha ricordato, o meglio spiegato, al vice-premier e ministro dello Sviluppo economico che il concetto di democrazia è più complesso di quanto possa sembrare ai più. È una «versione romanzata» l’idea che la democrazia possa essere ridotta alle elezioni. Essa ha al suo interno poteri e contropoteri, che non ricevono tutti investitura popolare (le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università). Tra i poteri indipendenti v’è la Banca d’Italia. È così che «si realizza il pluralismo del potere pubblico, si riconosce il potere della conoscenza, quello della competenza, quello del giudizio imparziale». Il pluralismo cioè che impedisce la «tirannide delle maggioranze».
Al Presidente della BCE, Mario Draghi, che esprime preoccupazione sull’indirizzo della manovra economica, il nostro vicepremier rimprovera di «avvelenare il clima invece di tifare Italia», dimenticando che il quantitative easing ha salvato l’Italia in questi ultimi anni. Resteranno scolpite nei libri di storia le parole di Draghi pronunciate sei anni fa: faremo tutto ciò che è necessario (whatever it takes) per salvare l’euro.
Durissima la lettera di Moscovici contro la manovra del governo pentaleghista. Lettera con la quale le cancellerie europee mostrano tutta la loro preoccupazione: dallo 0,8% del pil prefigurato dal precedente governo si arriva al 2,4%. Tre volte tanto. La lettera ufficializza il primo passo verso la procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese.
Tetragono il nostro Paese. Al vice-premier Salvini brucia – e non poco – la bocciatura “amica” del premier austriaco Kurz, che, dichiarando di non «avere comprensione» per la proposta di bilancio italiana, tiene a sottolineare: «non pagheremo certamente le promesse elettorali e populiste degli altri». Il “fuoco amico” preoccupa Salvini perché, sullo sfondo della manovra economica e della tenzone con le istituzioni comunitarie, c’è la partita che si giocherà nel corso delle prossime elezioni europee e che potrebbe portare ad un diverso assetto politico. La partita che si giocherà tra i cd. sovranisti e gli europeisti. Le cui sorti molto dipenderanno dagli equilibri che si stabiliranno all’interno del Partito popolare europeo. Ma è un argomento che affronteremo in altra occasione.

Manovra fiscale espansiva e crescita
È falsa rappresentazione quella vuole contrapporre, intorno alla manovra economica, i fautori dell’austerity e i fautori della crescita attraverso l’espansione fiscale.
Non si tratta di essere monetaristi o keynesiani. Si tratta di guardare alle cose con il giusto realismo. Direi meglio: di guardare alla “situazione data”, senza, con questo, perdere la necessaria visione.
Quella di finanziare la crescita attraverso il deficit è operazione rischiosa, se non impossibile. E la ragione è presto detta: l’Italia si muove con la palla al piede di un gigantesco debito pubblico. Debito che raggiunge, numero più numero meno, il 130 per cento del prodotto interno lordo (pil), l’indicatore cioè che misura, com’è noto, il reddito annuo nazionale. In sostanza, il nostro Paese ha un debito che è enormemente più elevato del suo reddito. Scusandomi per l’eccessiva semplificazione, è come se una famiglia avesse un reddito annuo di 100 e un debito che lo supera per un ammontare pari al 130 per cento. Una situazione che certo non lascerebbe tranquilla quella famiglia.
Un debito così elevato porta la proposta di bilancio presentata dal governo italiano a violare le regole fiscali dell’Unione europea. E rende “elettoralistica” la promessa di generare crescita attraverso il deficit. La prospettiva più realistica è che le misure annunciate nella proposta di bilancio producano (ulteriore) contrazione del pil.
Quando diciamo «i mercati si allarmano», non parliamo di entità soprannaturali o di forze demoniache. Parliamo di persone, istituzioni finanziarie e istituti assicurativi che, comprando i titoli del debito pubblico, consentono al nostro Paese di pagare le spese correnti e di sostenere gli investimenti. Se questi soggetti cominciano a temere che il Paese non riesca ad onorare il proprio debito alla scadenza, vendono i titoli. E lo Stato – mi scuso ancora per la semplificazione – per convincere gli investitori a rimanere o a comprare, è costretto a pagare sulle cedole maggiori interessi. Che si sommano al debito. In una spirale che porta dritto al default. Più aumentano i rendimenti più si deprime il valore dei titoli. E, poiché gran parte di questi titoli sono dentro la pancia delle banche, ne viene impoverito il patrimonio. Gli effetti si possono misurare almeno su tre piani: i) le banche sono costrette a riprezzare i loro bond, pagando tassi più elevati per la raccolta (anche questi istituti si finanziano sul mercato emettendo titoli); ii) i maggiori costi vengono scaricati sulla clientela (consumatori ed imprese), con la conseguenza che aumenteranno i tassi di interesse sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese; iii) la (promessa) crescita economica subirà, quindi, seri contraccolpi sia per la contrazione dei consumi sia per la contrazione degli investimenti delle imprese (che sconteranno l’aumento dei costi della raccolta). Stesso discorso vale per gli istituti assicurativi, che scaricheranno sulla clientela i maggiori costi derivanti dall’aumento dei rendimenti dei titoli in pancia.
Questo scenario è tanto più realistico quanto più si consideri che le previsioni di crescita in Italia e nell’eurozona sono al ribasso, anche per effetto di politiche economiche di tipo protezionistico. Ed è drammatico che non si avvistino all’orizzonte alternative politiche al governo che tiene in ostaggio il Paese.

*docente dell’università Mediterranea di Reggio Calabria





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