«Vittime della stessa tragedia»

di Franco Scrima*

La Calabria, regione tra le più povere e dimenticate del Paese, ancora una volta ha pagato a caro prezzo il bisogno del lavoro. La tragedia che si è abbattuta sulle famiglie dei tre operai e su quella del loro datore di lavoro, improvvisa, distruttiva, mette ulteriormente in discussione il sistema e ripropone, forte, la sicurezza.
Quella vicenda ha scosso la sensibilità della gente anche fuori dei confini regionali. Non si può morire per un temporale ancorché violento come quello della scorsa settimana che ha flagellato la costa jonica e, quindi, il territorio di Isola Capo Rizzuto. Non è accettabile che siano state spezzate le vite di quattro persone, di quattro famiglie. Però è accaduto. Il destino, quella notte, non ha guardato in faccia a nessuno; non ha fatto distinzioni, come se avesse voluto accomunare sensibilità diverse, ma anche condizioni dissimili di uomini che comunque erano uniti da un profondo rispetto reciproco, frutto probabilmente di una conoscenza antica.
Mario Cristofaro, Santo Bruno, Ennio Colacino e il medico imprenditore Massimo Marrelli siamo certi che avrebbero voluto rimanere anche insieme durante i loro funerali. La sensibilità e la stima reciproca non avrebbero loro consigliato cerimonie separate. Piuttosto avrebbero scelto di rimanere insieme così come erano in quella notte e in quella buca nella quale sono stati coperti dalla sabbia cosi che la morte li ha potuti falciare mentre condividevano il lavoro.
Così, invece, non è stato. Sono state decise quattro diverse funzioni religiose: quella di Marrelli nel Duomo di Crotone officiato dal Vescovo di Lamezia Terme; quello di Mario Cristofaro nella chiesa parrocchiale del quartiere San Francesco; quello di Santo Bruno nel duomo di Isola Capo Rizzuto e quello di Luigi Colacino nella chiesa del Santissimo Crocefisso di Cutro. La vicenda è stata oggetto di reazioni diverse ma contenute, alcune possibiliste altre di irritazioni persino compulsive.
Ci scuseranno le vittime e le loro famiglie, ma quei quattro funerali riportano in mente Antonio De Curtis, in arte “Totò” e la sua famosa poesia “’A livella”. Da quel grande artista che fu e incommensurabile uomo di spettacolo, Totò compose quei versi come metafora della vita, ma soprattutto della morte, che a suo modo di vedere era da paragonare ad una livella; cioè a quell’attrezzo usato dai muratori per mettere in piano una superficie. Allo stesso modo, per il principe De Curtis, la morte dovrebbe appianare tutto: le diversità sociali, la ricchezza e la povertà.
Totò nei suoi versi immortali mette in bocca al netturbino Gennaro Esposito il concetto di eguaglianza così che, rivolgendosi al ricco marchese palesemente contrariato per la vicinanza delle loro tombe, gli manifesta il suo dissenso e gli consiglia di non agitarsi e di stare calmo. Ecco cosa gli suggerisce: «Suppuortame vicino, che te ‘mporta? Sti pagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartinimmo à morte!».

*giornalista





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