«A Catanzaro vige l’autarchia»

di Franco Scrima*

Catanzaro appare come una città che sembra avviarsi a grandi passi verso il decremento delle sue condizioni amministrative, economiche e sociali. Se ciò dovesse accadere non ci sarebbero riferimenti nella sua storia sin dalla sua ricostruzione post bellica.
Le attività produttive sono compresse da una crisi che sembra difficile dall’essere superata; i servizi che sono carenti a cominciare dalla pulizia delle strade e, quindi, dall’igiene, compromettono il decoro della città. Un esempio del degrado è tangibile guardando le bandiere (il Tricolore e quella giallorossa della Città), poste all’ingresso del Comando dei Vigili Urbani in Via Daniele, da anni ridotte a brandelli senza che nessuno provveda a sostituirle; i giardini pubblici sono senza verde, tranne quelli con le erbacce che, comunque, una funzione ce l’hanno: nascondere bottiglie, lattine e quant’altro è abbandonato in quei luoghi. I marciapiedi meritano una citazione a parte: se si esclude Corso Mazzini, dove sono tenuti in ordine, le banchine delle altre strade sono sede per esporre i cassonetti per rifiuti della cosiddetta “differenziata”, sempre colmi di robaccia maleodorante che ammorba l’aria.
Difficile da credere, ma Catanzaro è anche questa. È impensabile che ciò accada in una città del ventunesimo secolo, per di più capoluogo di regione. Ci si lamenta che la città sia stata ignorata dal Capo del Governo in occasione della sua recente, prima visita in Calabria. E anche questo è un sintomo del suo abbandono nonostante Catanzaro abbia una cultura antica e radicata, che affonda le sue radici nella preistoria, addirittura nel Paleolitico per come dimostrano i reperti trovati nel quartiere Gagliano. Ma ciò sembra interessare a poche persone.
Comunque non è solo il mancato riconoscimento del ruolo storico, culturale e amministrativo della città capoluogo a provocare l’indignazione dei cittadini; ciò che rattrista e preoccupa è la mancanza di un progetto organico che guardi allo sviluppo del territorio, alle sofferenti attività commerciali che continuano a stentare per via della crisi che determina anche un deprezzamento degli immobili. Ma nessuno fa niente e se qualcuno fa qualcosa non è dato sapere. È come se a Catanzaro fosse vigente un sistema di autodeterminazione, una forma di autarchia in cui ciascuno deve far fronte a tutto, anche all’inefficienza. Una sorta di filosofia cinica che supplisce all’assenza della pubblica amministrazione. Così che ad eccezione di due-tre vigili urbani lungo Corso Mazzini (o meglio nel tratto compreso tra il palazzo della Prefettura e la sede della Questura) il resto della città non viene presidiato e questo è un altro elemento che fa avvertire la lontananza, o meglio l’assenza, delle istituzioni che continuano a rimanere lontane dal porre attenzione alle problematiche del vivere civile. È come se Palazzo De Nobili venisse considerato più come un ufficio che provvede solo a redigere certificati che come l’ente preposto agli interessi della popolazione; il luogo nel quale si dovrebbe promuovere lo sviluppo della città.
Le riunioni del Consiglio comunale, quando non sono vivacizzate da episodi di contestazione, si trasformano in un rituale privo di interesse, quasi una litania. E infatti sono anni che non si discute di un progetto importante, dirompente per qualità, che crei interesse. E, invece, l’idea che si dà è quella statica dell’apatia, o peggio, dell’incapacità. Dopotutto guardare al futuro vorrebbe dire programmare, pianificare; significa individuare strumenti moderni di governance in grado di attrarre capitali e favorire l’impresa. E lavoro significa sviluppo, crescita, occupazione, benessere.
Altre città calabresi hanno scelto di muoversi su binari differenti, moderni e realizzano progetti che, oltre a migliorare il territorio, costituiscono un valore aggiunto nel processo di crescita.
A Catanzaro, invece, si segna il passo. La percezione del benessere non è avvertibile perché non esiste, ed ecco che prevale il disagio e, di conseguenza, l’abulia. La responsabilità è soprattutto del modo di intendere la politica, di come si cerca il consenso. Tanto che si spera che quando tutto sarà cambiato e prevarranno valori come la saggezza, la coerenza, la prevedibilità e la competenza e si comprenderà che la città non si governa con le parole, ma con le idee e con i fatti, allora Catanzaro potrà cambiare pelle.
Ciò mi ricorda un messaggio di una mia amica a commento di un precedente articolo. Maria Paola Zechini così scriveva: «Quando per ottenere favori e ricompense si dà in pasto la città sempre alle stesse persone, credo non ci si possa poi troppo lamentare… Al di là della classe politica, ritengo siano i catanzaresi, in parte, responsabili del degrado cittadino. Poche attenuanti, quindi. Chi ha a cuore questa città, sa bene che sarebbe necessario un cambiamento, aria nuova…. La questione è: c’è un’alternativa? Ci sono oggi politici che hanno veramente voglia di attivarsi per la ripresa di Catanzaro? Io non lo credo. Non credo più ci siano esponenti di questa politica che abbiano altri interessi, se non quello di tenere stretta la poltrona per i motivi da tutti conosciuti. Una delle poche persone che avrebbe potuto fare qualcosa, avendo peraltro già realizzato un’opera importante per Catanzaro, ha abbandonato! Quale futuro dunque per la città? Non lo so. Forse solo qualche giovane, forse un po’ pazzo, che riesca a scrollarsi l’apatia che dilaga ormai tra tanti e si rimbocchi le maniche e dica basta!».

*giornalista





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