«Il vangelo secondo Tansi»

di Emiliano Morrone*

Su Facebook e in tv Carlo Tansi racconta dello stato della Protezione civile calabrese: a briglie sciolte e secondo il suo giudizio, che a regola non è infallibile, a meno che non promani dal terzo papa vivente della Chiesa. Senza contraddittorio, egli accusa il Palazzo di remargli contro, benché ne sia – tecnicamente – un nominato. La sintesi concettuale è che rinnega il piatto in cui ha mangiato; ma ci sta, nell’era della memoria labile e delle identità liquide. Transeat. In particolare, Tansi se la prende con il direttore del Corriere della Calabria, Paolo Pollichieni, e con il consigliere regionale Domenico Tallini, di Forza Italia. Il geologo usa toni di sfida in crescendo, quindi si professa vittima del complotto di un asse di potenti, al quale mi associa e imputa di ostacolare il cambiamento, che egli incarnerebbe per le opere vantate e il correlato consenso virtuale. Ipse dixit. Nel contempo, Tansi ripete di battaglie in tremenda solitudine: contro gli sprechi e per l’efficienza del dipartimento regionale della Protezione civile, strategico in una terra in cui tutto frana, brucia e scompare.
Stando al vangelo secondo Tansi, i buoni e i cattivi sono individuabili in un attimo, mentre lui sarebbe ultraterreno per natura. I primi sono coloro che lo acclamano e difendono d’ufficio; gli altri sono quanti ne obiettano i modi, la storiografia senza prove, il metodo e i silenzi volontari: quegli ex dipendenti della Protezione civile e quei sindacati, non solo Cisal, che dicono tutt’altro, quei dirigenti che l’hanno ammonito per due volte prima di sospenderlo, quei politici – leggasi Tallini – che nell’esercizio del mandato gli hanno chiesto dell’allerta meteo a San Pietro Lametino e quei giornalisti che gli pongono domande puntuali e non si accontentano degli “in verità vi dico” e dei pretesti con cui il geologo evita il confronto, fonte di chiarezza per definizione. Ecco, Tansi ne fa un mucchio e ci addita come attuatori di una trama impenetrabile, il cui fine sarebbe, per deduzione, la salvaguardia di rapporti di forza e privilegi radicati, che bloccano lo sviluppo democratico della Calabria.
La verità, invece, è che stavolta Tansi ha davanti a sé un variegato popolo di indipendenti, che egli non può quantificare e che, se non esperirà la kenosis di Cristo, resterà sulle proprie posizioni. Dalla versione seriale del dirigente 2.0 emergono due motivi ricorrenti: il «prima di me» e il «senza di me». La tesi che essa reca è duplice e fa presa, posto che in Calabria c’è disperato bisogno di eroi, del tutto a prescindere dalla conferma e dalle ricadute dei fatti nell’opinione, nella coscienza pubblica. Da un lato il già prescelto dal governatore Mario Oliverio, il quale sorvola su incarichi di vertice e affidamenti contestati, sostiene che in passato la Protezione civile della Calabria fosse un girone dantesco; dall’altro Tansi alimenta nell’opinione pubblica, sia pure senza esplicitarlo, l’idea di essere il solo a poter salvare il dipartimento dalle magnifiche sorti e progressive costruite da un sistema rovinoso e resistente, compatto, tentacolare e prolifico a mo’ di virus.
Peccato, però, che il web non sappia delle dimissioni del geologo Paolo Cappadona, andato via dalla Protezione civile con un’articolata lettera dello scorso 11 aprile, in cui si legge, in grassetto, della «mancata attuazione delle turnazione e reperibilità finalizzata a garantire la continuità della funzione di Coordinatore tecnico della sala operativa regionale unificata»; della «riduzione del personale della sala operativa»; del «ridotto numero di unità di personale operativo in servizio presso il Centro mezzi di Catanzaro» e dell’«improprio utilizzo dello stesso». Si tratta, è chiaro, di vicende che, di là dal loro concreto svolgimento, chiamano in causa Tansi in quanto capo della Protezione civile calabrese. Egli dovrebbe rispondere punto su punto, senza riparare nelle congetture, nelle allusioni e nell’utile creazione del nemico, la stessa su cui si adagiò Antonio Di Pietro all’epoca del berlusconismo calante e degli oppositori dei festini goderecci del Cavaliere, mentre l’Italia finiva nella morsa della tecnocrazia finanziaria e il parlamento introduceva il pareggio di bilancio nella Costituzione. Peccato, ancora, che un pezzo del popolo del web – anche, forse, per l’abilità comunicativa di Tansi – non pensi di informarsi motu proprio su questioni già riportate dal Corriere della Calabria. Per esempio la busta paga da 6mila e passa euro del dipendente che riceveva arretrati a distanza di anni; l’ineccepibilità o meno della nomina di Tansi in quanto proveniente dai ruoli del Cnr; la storia delle telecamere puntate sui dipendenti della Protezione civile o l’episodio, descritto dalla funzionaria Raffaella Giraldi, che dopo ha cambiato ufficio, del contratto Consip stipulato con Fastweb. E peccato, poi, che l’uscita dalla Protezione civile di ingegneri e geologi non abbia suscitato in largo la curiosità di conoscerne a fondo le ragioni, che magari non sono tutte riconducibili alle ombre nere con cui Tansi ama argomentare.
Peccato, aggiungo, che le luci della ribalta non arrivino all’esclusione delle candidature dei quattro dirigenti interni della Regione Calabria, i quali hanno presentato ricorso contro la decisione della giunta Oliverio, pare adottata con un semplice verbale, non già con deliberazione. Peccato, infine, che Tansi, divenuto simbolo di legalità, si mostri allergico alle regole che vietano a un dirigente pubblico di parlare contro l’amministrazione cui appartiene. Se Tansi vuol candidarsi, ne ha pieno diritto. Al momento, però, non ha le funzioni, le prerogative e le tutele del deputato regionale o nazionale. Glielo rammenterebbe pure l’ignaro Mark Zuckerberg.

*giornalista

 





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