«L’uguaglianza e la sinistra»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Si posizionano i candidati alle primarie del PD. Ma stenta ad emergere un’idea unitaria che, pur articolata nella sua necessaria complessità, restituisca identità al partito di sinistra. Identità culturale e politica. Che lo (ri)metta in sintonia con il “popolo”. Il popolo che gli ha voltato le spalle. Quale l’idea intorno a cui lavorare, (ri)costruire, (ri)partire? Quale idea se non quella dell’uguaglianza? Perché, come tenterò di dire, l’uguaglianza non ha solo valore strettamente sociale, ma può diventare driver e volano di crescita e di sviluppo economico.

La marea liberista
È tornata al centro del dibattito culturale e politico l’idea di uguaglianza. Se n’era appannata la stella dopo che la marea del liberismo cominciò, a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, ad imperversare sulle nostre economie. A soffiarvi dentro fu il vento che venne dall’altra sponda dell’Atlantico, quando sulla poltrona di presidente degli Stati Uniti d’America sedette Ronald Reagan. Ma il vento venne anche dal nostro Continente, e non fu meno impetuoso. Soffiava dal Regno Unito quando al suo timone salì Margaret Thatcher, e originava, sostanzialmente, dalla stessa direzione, quella cioè tracciata dalle politiche monetariste che andava propugnando un grande amico di Reagan: Milton Friedman.
Volendo sintetizzare, a costo di qualche semplificazione di cui mi scuso, la ricetta economica di Reagan e della Thatcher si fonda su due pilastri: da un lato, sulla riduzione della pressione fiscale e sul conseguente abbandono delle politiche di matrice keynesiana, e, dall’altro, sull’idea che «non c’è libertà – così la Lady di ferro – se non c’è libertà economica».
La notissima reaganomics si sostanzia i) in un poderoso taglio della tassazione diretto a dare fiato alle imprese e, quindi, alla crescita economica; ii) in un forte ridimensionamento della spesa pubblica; iii) nel controllo dell’offerta monetaria e, poi, nella c.d. deregulation (una sorta di “sburocratizzazione”, fondata sul presupposto ideologico e politico che lo Stato debba ritrarsi dall’economia, sciogliendola da “lacci e lacciuoli”.
Analoga la ricetta della Thatcher, che in 11 anni di governo, trasforma il Regno Unito nella locomotiva d’Europa.
Le politiche economiche della Thatcher e di Reagan si basano sulla teoria del c.d. “sgocciolamento” (trickle down economy): se i ricchi beneficiano di una tassazione più bassa, l’effetto che ne consegue è quello di creare ricchezza e benessere, che tenderà a redistribuirsi a tutti, comprese le classi sociali più povere, per effetto dell’incremento dell’occupazione. Insomma, l’idea – in sé giusta – è che per redistribuire la ricchezza, occorre prima crearla.
Sono gli anni in cui si affaccia, si afferma e si diffonde il “verbo” dell’efficienza, della flessibilità, della competitività. È il segno dell’ideologia tipicamente liberista, che propugna il ridimensionamento del peso dello Stato nell’economia e nella società, a favore di un ruolo centrale dell’individuo e dell’impresa. Alla base della dottrina liberista c’è l’idea, fondata su una concezione etica dei rapporti umani e sociali, secondo cui l’individuo è soggetto libero e responsabile. Individuo assolutamente decisivo per la crescita e lo sviluppo dell’economia.
L’obiettivo politico delle politiche liberiste è quello di incoraggiare l’iniziativa individuale e, al tempo stesso, di scoraggiare la dipendenza dallo Stato, combattendo ogni forma di “assistenzialismo”. «Non esiste la società: esistono gli individui»: così la Thatcher.
È una concezione, questa, che nel tempo ha esasperato l’individualismo, facendo disperdere il senso della “comunità”. Il senso del “pubblico”. E c’è anche da dire che la teoria dello “sgocciolamento” non ha prodotto i risultati attesi dalle analisi e dalle ricette economiche liberiste. «Quando sale la marea, tutte le barche si alzano»: era questo il mantra liberista. Ma ci accorgiamo oggi che poche sono le barche che si sono alzate. Molte di più quelle travolte e sommerse dalla marea. La piramide sociale si è ristretta all’apice e si è allargata alla base, se è vero che, come dicono le statistiche ufficiali (dati del 2017), l’80% circa dell’incremento della ricchezza globale si è concentrato nelle mani dell’1% più ricco della popolazione. Il 50% più povero della popolazione mondiale non ha avuto accesso ad alcuna fetta di tale incremento!
È accaduto che il risparmio generato dalla riduzione della tassazione sui grandi patrimoni non è stato riversato nell’economia reale, ma, in buona parte, nell’“economia di carta”, quella che, per essere chiari, ha prodotto in questi ultimi lustri la c.d. finanziarizzazione dell’economia. Ne è seguito il progressivo impoverimento del tessuto economico-produttivo, che ha comportato perdita di lavoro in un contesto in cui la riduzione della tassazione ha eroso sempre di più i margini della spesa pubblica. La spesa cioè che consente allo Stato di rispondere ai “bisogni” della popolazione (istruzione, cure sanitarie, pensioni, ecc.) e di coprirne i “rischi” (disoccupazione, disabilità, infortuni, povertà, ecc.). In due parole: crisi del lavoro, crisi del welfare state.
La poll tax fu un grave esempio di sperequazione, che appannò l’immagine della Thatcher. Un’imposta locale sugli immobili che prevedeva un contributo uguale per tutti, ricchi e poveri. A guadagnarci furono solo i ricchi, e grande fu la sollevazione della popolazione.

La “terza via”
L’ondata liberista ebbe senza dubbio il merito di modernizzare l’economia. Ma fu tale la velocità del mutamento da trovare in affanno le forze di sinistra, impreparate ad affrontare i nuovi scenari. Impreparate culturalmente, prima che politicamente.
La sinistra tentò, quindi, di ripensarsi. Di rielaborarsi. Dopo la Thatcher venne il blairismo, che imboccò la strada tracciata da un autorevole studioso della London School of Economics: Anthony Giddens. La strada era la “terza via”. Da un lato, si tentava di mitigare i danni del liberismo, dall’altro se ne raccoglievano i frutti, quelli derivanti dalla modernizzazione dell’economia e della società.
Nella versione di Tony Blair-Anthony Giddens, la “terza via” è una via di mezzo, un incrocio tra socialdemocrazia e neoliberismo. Né con Keynes né con la Thatcher. E, però, un po’ con l’uno e un po’ con l’altra. Rimane ferma, comunque, l’idea della flessibilità, del rischio, della competizione. Parole che fotografano i cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro per effetto di un fattore nuovo: l’incertezza.
Tanto il New Labour di Tony Blair quanto la socialdemocrazia di Gerhard Schröder sono parenti stretti dei New Democrats americani di Clinton.
La “terza via” immagina una strada che porti fuori dal dilemma tra Stato pervasivo e Stato minimo, tra primato dei beni pubblici e primato dei beni individuali, tra gestione della domanda e autoregolazione del mercato, tra obiettivo politico della piena occupazione e flessibilità nella gestione dell’offerta e della domanda di lavoro, tra uguaglianza e libertà.
E, però, delle politiche messe in campo lungo il percorso ispirato alla “terza via” oggi si discute in termini che, in larga parte, non sono affatto lusinghieri. Se si eccettuano alcune esperienze, la sinistra, quando è andata al governo, si è prodotta in quella che usa definirsi, nel lessico politico, «mutazione genetica». In buona sostanza, la sinistra ha cominciato a parlare il linguaggio della destra, e ad inseguirla sul suo terreno. Davanti ad uno scenario economico-sociale profondamente mutato, si è presentata rinunciataria, priva di grandi idee proprie. Sono accusate, le politiche “terziste”, di non aver saputo costruire la proclamata equidistanza – o per attingere alla famosa boutade andreottiana -, “equivicinanza” tra socialdemocrazia e liberismo; nel blairismo si ritrovano politiche marcate più dal thatcherismo che non dalla socialdemocrazia, tanto da farne un neoliberalismo sociale piuttosto che un socialismo liberale.
Ha forse saputo, la sinistra, elaborare una propria autonoma “comprensione” dei cambiamenti? Oppure ha preferito accomodarsi in salotto a seguire l’onda lunga? Al governo ha segnato la differenza? Se non l’ha fatto – perché non l’ha voluto o saputo fare -, non può rimproverare alla “gente” se tra l’originale e la copia ha preferito l’originale. Né può rimproverare alla “gente” se oggi ha capito, per quanto confusamente, che né l’originale né la copia sono riuscite a sanare le ferite che, a partire dall’ultimo decennio del novecento, hanno via via lacerato il corpo sociale, producendo enormi ed inaccettabili disuguaglianze. Facendo sprofondare nella povertà la classe media e sotterrando i poveri. Bloccando la mobilità sociale. Mistificando l’idea del merito, sapientemente costruita e veicolata come la condizione di chi “è arrivato” e non come quella di chi aveva tutte le carte per “poter” e “dover” partire. In definitiva, si può forse rimproverare alla “gente” se ha rovesciato il tavolo, votando (purtroppo) il populismo? Se la gente ti grida che non ha più pane, non gli puoi distribuire brioches!

L’uguaglianza
Libertà e uguaglianza. La destra mette l’accento sulla libertà. La sinistra dovrebbe metterlo sull’uguaglianza. Che non va confusa con il mortificante egualitarismo consegnatoci da certe esperienze politiche. Esperienze che, più che inverarla, hanno tradito l’idea di uguaglianza: come nella Fattoria degli Animali di Orwell, tutti gli animali erano uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri.
Al di là del valore, del contenuto e dei riflessi sociali che vi sono legati, l’uguaglianza torna al centro del dibattito culturale e politico, perché, come dimostrano autorevoli studi scientifici, produce esternalità positive sul piano strettamente economico. E non mi riferisco ai tradizionali temi relativi alla distribuzione del reddito, ma alle teorie secondo le quali alti livelli di disuguaglianza privano la società di una serie di potenziali inesplorate abilità e competenze, che potrebbe, se utilmente impiegata nei processi produttivi, dare alimento alla crescita e allo sviluppo economico. Insomma, la disoccupazione, impedendo la piena realizzazione della (meglio: di ogni) persona umana, non fa che impoverire, con la persona, la società tutta.
La disuguaglianza, inoltre, deteriora la democrazia, perché, tagliando fuori enormi fette di popolazione, produce frustrazione. Frustrazione per il lavoro che non c’è; frustrazione per la precarietà delle condizioni di vita; frustrazione per i salari troppo bassi a fronte di enormi ricchezze concentrate in poche mani; frustrazione per la difficoltà di accedere all’istruzione di qualità; frustrazione per la difficoltà di fruire di cure sanitarie di buon livello. In un bel libro intitolato «La misura dell’anima: perché le disuguaglianze rendono più felici», Richard Wilkinson e Kate Pickett dimostrano che non sono i Paesi meno ricchi ad avere mediamente la qualità della vita più bassa, ma quelli dove maggiori sono le disuguaglianze. I Paesi in cui si allargano le distanze sociali e si riducono gli spazi di cittadinanza attiva generano malcontento, disaffezione nei confronti della vita politica e della classe dirigente, movimenti protestatari quando non apertamente antisistema e violenti. Sono, in una battuta, i Paesi che generano “populismo”.
A votare Trump è stata (anche) la classe operaia americana che vive nel tradizionale bacino industriale del Nord-Est e dei Grandi Laghi, colpito – soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 – da fortissima deindustrializzazione, disoccupazione, precarizzazione; a votare PD alle ultime elezioni sono stati più gli elettori dei Parioli che quelli delle periferie romane. Beh, se è così, qualche interrogativo bisogna che il PD se lo ponga. Ed è il caso che esca dai salotti e scenda nelle piazze. E da lì (ri)partire intorno all’idea di uguaglianza. Come ha scritto di recente Michele Serra nella sua “Amaca”, il volto del PD che parrebbe profilarsi dalle primarie è quello «sociale» di Zingaretti, «convinto che il centrosinistra abbia perso perché non ha combattuto la povertà», e quello «securitario» di Minniti, «convinto che il centrosinistra abbia perso perché non ha dato risposta alle famose paure della gente». Conclude giustamente Serra che «le due tesi potrebbe essere portate a sintesi: meno povertà = più sicurezza». Ha ragione, «poiché – come egli stesso aggiunge – pare che i paesi più insicuri al mondo siano anche quelli più poveri».

*docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria





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