«Citati e il saggio mai scritto su Dostoevskij»

di Claudio Cavaliere*

Chi lo conosce lo definisce difficile, caratterialmente impegnativo, uno che a dispetto delle migliaia di pagine scritte le parole le usa con parsimonia, schivo, forse timido. Lo si ama o lo si detesta, senza vie di mezzo. Uno dei più grandi per chi lo ama; un incantatore dalla prosa melliflua per chi lo detesta. Di certo ha inventato uno stile nella critica letteraria ed il primo ad accorgersene fu Calvino che lo definì «… il bibliotecario visionario che esplora continenti sterminati nei margini di pagine già scritte».
A 25 anni era già un prestigioso e temuto critico letterario. A 40 anni pubblica il suo primo libro su Goethe e sempre Calvino gli scrive una lettera in cui riconosce che «fai questa che è l’unica letteratura possibile oggi, insieme critica e creativa …». Impossibile tenere il conto di tutti coloro che ha avuto come amici e con i quali ha intessuto fitti dialoghi, Calvino, Caproni, Bassani, Gadda, Manganelli, Fellini …
Le sue recensioni-libro di giornalista culturale scritte sui vecchi e oggi vituperati giornali odorosi di inchiostro, Giorno, Corriere della Sera e Repubblica erano strappate e conservate con cura. Ma definirlo critico è riduttivo. La sua imponente produzione letteraria in cui affronta i più grandi della letteratura mondiale ne fa uno scrittore a tutto tonda con una caratteristica: Citati è lo scrittore di cui parla. È Tolstoj quando scrive di Tolstoj, è Kafka quando parla di Kafka, diventa Fitzgerald, Cervantes, Proust, Conrad, Leopardi, Omero … Insomma, per chi ama appena un poco la lettura, Pietro Citati è un punto di riferimento insostituibile.
Con la sfrontatezza della gioventù si è presentata a casa sua una giovane calabrese giornalista, laureata in Lettere moderne alla “Statale” di Milano, Chiara Fera, che da quei colloqui e dallo studio minuzioso dei suoi articoli ne ha tratto un saggio bello, utile e intelligente da qualche giorno in libreria per i tipi di Rubbettino. Si intitola “Il libro invisibile di Pietro Citati – Racconto di un’analisi” di Chiara Fera (Rubbettino editore, pag 104 euro 14).
Nella brevissima introduzione al libro questa esperienza la racconta con le parole e la suggestione di chi ha avuto il privilegio di poter dialogare con una delle ultime menti enciclopediche. «Comincia tutto da una delusione. Poche parole al telefono, per accettare la mia richiesta d’incontro. Quasi come dire: “Venga pure, ma non le prometto nulla”. Mi ha freddata. Poi, però, sono andata e tornata più volte. Citati non è loquace, ma quando parla gli si fa silenzio intorno. In una tempo di spreco di frasi ed espressioni, Citati distilla con suprema parsimonia le parole. Per me che ho sempre letto, chiosato, riletto Citati come un fulgido esempio di critica letteraria e di narrazione folgorante, il cui vigore di prosa è rinvenibile anzitutto nella sua capacità di arpionare le vite di tanti giganti della letteratura con originali tratti artistici, incontrarlo è stata un’impareggiabile lezione culturale: Tolstoj, Kafka, Proust divengono Tolstoj, Kafka e Proust più lo sguardo ammaliato e ammaliante di Citati che li racconta, li scarnifica e li riempie come nessuno saprebbe fare meglio. Questo libro è il tributo a un uomo che contiene in sé sconfinati mondi narrativi».
Perché è bello, utile e intelligente questo saggio?
È bello per la sua organizzazione che denota la competenza della scrittrice. Ti prende per mano Chiara Fera e ti accompagna attraverso la rilettura di tutta la produzione giornalistica di Citati in un viaggio colto ma mai pomposo, chiaro ma mai banale dentro la storia della letteratura, dall’Ottocento ai giorni nostri. Per una volta ti senti di ringraziare chi ancora svolge l’antico lavoro del giornalista, perché quelle frasi recuperate dal mezzo per eccellenza destinato al consumo immediato, il giornale, ti riconcilia con uno strumento che sembra ormai aver perso di importanza così come il narrare sembra un lusso di fronte all’egemonia delle immagini.
È utile questo libro per quanti volessero avvicinarsi alla scrittura di Citati, al suo modo di raccontare la letteratura non come una cosa morta e polverosa ma come una cosa che esiste ed è l’essenza della vita. È una sorta di compendio il saggio, una miniera quasi inesauribile di pensieri, racconti, intuizioni, visioni, che la scrittrice riesce a legare in maniera sapiente e ordinata mentre Citati si muove con assoluta padronanza tra i grandi della letteratura, restituendone il significato ultimo e con esso inviando un potente stimolo alla lettura anche ai più inesperti lettori, a quelli privi di cognizioni letterarie. Un libro che invita alla lettura, dunque, utilissimo come non mai in un periodo in cui un libro vale così poco.
È infine intelligente il saggio perché Chiara Fera, nella seconda parte, si presenta come la scopritrice di un inedito. Alla domanda sul perché non abbia mai scritto un saggio su Dostoevskij, Citati, di cui si intuisce l’ammirazione sconfinata per il russo, rimpicciolisce, quasi si ritraesse di fronte alla grandiosità del moscovita: «Non ho mai osato scriverlo, è troppo difficile».
Invece, quel libro c’è, lo mette nero su bianco la giovane scrittrice, e sono i numerosi articoli che Citati ha dedicato al grande scrittore nell’arco della sua carriera. Un richiamo irresistibile, che periodicamente lo ha portato a misurarsi con gli abissi insondabili di Dostoevskij, sempre offerti alla lettura popolare dei giornali piuttosto che a quella più esclusiva della critica.
È questo “Il libro invisibile di Pietro Citati” e gli sconfinati mondi narrativi di cui, per Chiara Fera è portatore sono riassumibili in ciò che ha scritto a proposito di Kafka: «Leggendo, ci si sente stupidissimi; e insieme si pensa a quello che dicevano Giovanni Scoto e i mistici bizantini; se Kafka ha scritto queste frasi, noi uomini apparteniamo ad una razza meravigliosa».

*sociologo





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