Diffamazione e stampa

Si avverte sempre di più la necessità di una modifica della struttura del reato di diffamazione sia sul piano della sua definizione normativa sia in merito alle sanzioni  che possono…

Si avverte sempre di più la necessità di una modifica della struttura del reato di diffamazione sia sul piano della sua definizione normativa sia in merito alle sanzioni  che possono essere applicate.
L’opportunità di una sua depenalizzazione è stata oggetto di dibattiti, proposte di legge e interrogazioni alle massime istituzioni europee (Consiglio e Commissione europea).
In uno Stato democratico, si è detto, la tutela dei contrapposti interessi  in gioco (libertà di espressione e tutela della reputazione dei singoli) può essere assicurata dai tribunali civili, nonché dalla previsione della rettifica e della pubblicazione della sentenza.
Vi è chi ha, però, autorevolmente sostenuto che l’esercizio dell’azione penale potrebbe essere conservato  nei confronti dei soggetti che diffondano (anche attraverso i media) notizie false e screditanti e non provvedano,  spontaneamente o su richiesta dell’interessato,  a ripristinare la verità attraverso una chiara rettifica, rimettendo in ogni caso la fissazione dell’eventuale risarcimento (sia pure entro limiti predeterminati) al giudice civile.
Il 25 aprile 2013 nel Regno Unito è stato approvato il Defamation Act che, riformando la precedente legge sulla diffamazione, ha stabilito alcuni principi innovativi.
Tale provvedimento disciplina le eventuali azioni civili in quanto già con il Coroners and Justice Act del 2009 si era fatta la scelta di depenalizzare la materia.
In virtù delle nuove disposizioni una dichiarazione può essere considerata diffamatoria esclusivamente se la sua pubblicazione  ha causato o è probabile che causi gravi danni alla reputazione del ricorrente. I danni, inoltre, devono consistere in una seria perdita finanziaria se i soggetti interessati sono persone giuridiche con fini di lucro.
Sul piano processuale si specifica che al convenuto sono concesse le seguenti difese legali: la truth,  la honest opinion,  la publication on matter of public interest.
Il convenuto, cioè, non sarà ritenuto responsabile se potrà dimostrare che la dichiarazione contestata corrisponde sostanzialmente alla verità, o costituisce espressione di un`opinione o, infine, può essere ragionevolmente ritenuta di pubblico interesse.
L’introduzione anche in Italia del danno grave tra i requisiti essenziali della diffamazione comporterebbe, probabilmente,  una riduzione del contenzioso per la difficoltà che tale prova comporta.
Si è ipotizzato che molti reclami non verrebbero proposti a causa dell’incertezza nel determinare se vi è stato il superamento di tale soglia (ci si può chiedere ad esempio se la pubblicazione di una notizia in un giornale destinato ad avere soltanto diffusione locale possa danneggiare seriamente l’immagine del ricorrente).
Anche le persone giuridiche sarebbero scoraggiate dall’adire l’autorità giudiziaria per la necessità di provare che il danno subito sia consistito in una grave perdita economica e non soltanto, magari, in una minore credibilità di fronte alla collettività.
La previsione a livello legislativo dei termini entro cui è destinato ad operare il diritto di opinione costituisce  un’altra novità del  Defamation Act. La sua adozione negli altri ordinamenti  eliminerebbe le incertezze dovute all’applicazione della scriminante esclusivamente sulla base dell’elaborazione giurisprudenziale e costituirebbe  un sicuro criterio cui poter fare riferimento sia per i giornalisti, sia per i giudici chiamati a risolvere le controversie.
Un’importante sezione della legge considerata è dedicata a regolamentare le diffamazioni online.
In essa viene sancita l’assenza di responsabilità dei gestori di siti web, anche nell’ipotesi in cui svolgano funzione di moderatore all’interno del sito, per le dichiarazioni offensive inserite da terzi a condizione che non abbiano agito con dolo nella loro pubblicazione.
Questa regola generale è mitigata dalla previsione di un’eccezione: qualora il ricorrente, non riuscendo ad identificare l’autore della diffamazione e non avendo pertanto elementi per procedere nei suoi confronti, si rivolga all’operatore web o per ottenere questi dati o l’eliminazione  della dichiarazione denigratoria e questi non  provveda in tal senso (con l’adozione di azioni e modalità che saranno indicate in un regolamento successivo) non sarà esente da responsabilità. In ogni caso  la rimozione dei contenuti diffamatori può essere ordinata dal giudice all’operatore web.
L’adozione generalizzata di criteri analoghi, non consentendo di fare affidamento per ottenere l’impunità sull’anonimato garantito dal nickname, determinerebbe forse un uso più responsabile di internet e un maggior controllo degli operatori web sui contenuti inseriti online dagli utenti.
La procedura descritta ha sollevato, però, anche qualche perplessità: si è sostenuto che i gestori web, per il timore di venire penalizzati dalla mancata rimozione di dichiarazioni che si presumono diffamatorie ad istanza dei singoli, senza che intervenga nel merito alcuna autorità, possano decidere di eliminare anche dichiarazioni che costituiscano semplice espressione del diritto di critica o che comunque non implichino il serio danno richiesto dalla normativa.
In ultimo potrebbe essere opportuno estendere agli altri Paesi anche la scelta effettuata dal legislatore inglese di far iniziare a decorrere il termine di prescrizione per adire l’autorità giudiziaria in ogni caso di diffamazione dalla data della prima pubblicazione della notizia: si è affermato, infatti, che l’irrilevanza di una successiva  pubblicazione di identico contenuto farebbe venir meno ad esempio la responsabilità illimitata per le pubblicazioni online o per l’inserimento dei dati negli archivi  di testate telematiche, assicurando così una riduzione del contenzioso giudiziario.

*avvocato





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