«Il decreto Sicurezza e la rivolta dei sindaci»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Contro il “decreto sicurezza”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno e approvato dal Parlamento, un variegato fronte di sindaci di importanti città ha levato gli scudi. È un fronte “capeggiato” dal sindaco di Palermo, cui si sono uniti i sindaci di Napoli, Firenze, Parma, ed anche il sindaco di Reggio Calabria.
I sindaci ritengono che le disposizioni relative agli stranieri siano incostituzionali e lesive dei diritti umani fondamentali, e inneggiano, con toni che via via hanno assunto accenti diversi (prima più barricaderi, poi più legalitari) ad una sorta di disapplicazione del decreto, se non addirittura alla disobbedienza civile.
Giusta nel merito e politicamente corretta, la protesta dei sindaci va, tuttavia, condotta, almeno a mio avviso, sui binari della legalità costituzionale, proprio per evitare che una battaglia doverosa assuma gli stessi toni della propaganda che si vuole combattere, e crei nell’ordinamento un pericoloso precedente, introducendo uno “stato d’eccezione” di cui, al momento, francamente non si vedono i presupposti. Da un lato, Salvini, che oggi gode di un favore popolare notevole, sostiene che il decreto determinerà condizioni di maggiore sicurezza per i cittadini, anche attraverso una più efficace gestione dei fenomeni migratori; dall’altro, c’è chi sostiene che il decreto avrà un “effetto boomerang”, non foss’altro perché finirà con l’aumentare il numero degli stranieri in situazione di irregolarità, peggiorandone le condizioni di vita e rendendoli, perciò stesso, più vulnerabili alle sirene della criminalità.
È una normale, benché molto seria, battaglia democratica. E, come tale, va condotta con gli strumenti della democrazia.

Cosa prevede il “decreto sicurezza”?
Il decreto, per così dire, riunifica il “decreto sicurezza” e il “decreto immigrazione”, concepiti originariamente come separati. Ne ha così favorito il passaggio parlamentare, che si prospettava piuttosto scivoloso.
In sintesi, il decreto abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari, limitando, pertanto, le forme di protezione accordate ai richiedenti asilo. Insieme all’asilo politico e alla protezione sussidiaria, la protezione umanitaria, com’è altrimenti detta la protezione offerta dai permessi di soggiorni ora abrogati, consentiva ai richiedenti asilo, nell’arco di due anni, di accedere al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. In luogo della protezione umanitaria, il decreto tipizza in maniera precisa i casi di tutela complementare – la cui durata è assai limitata nel tempo -, in modo da assorbire la precedente discrezionalità nella concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari; le norme previgenti, per l’esattezza, attribuivano alle questure il potere di rilasciare il permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che rappresentavano «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», o che fuggivano da conflitti, disastri naturali, situazioni di particolare gravità. La protezione umanitaria veniva concessa anche a stranieri che, se espulsi, avrebbe subito nel loro Paese persecuzioni, sfruttamento, tratta. Molto grave il vuoto di tutela su questo piano, come da più parti è stato sottolineato.
È esclusa l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale per tutti i titolari di permesso di soggiorno rilasciati per casi speciali ora tipizzati (si tratta dei permessi per meriti civili, per cure mediche o per ipotesi di calamità naturali nel Paese d’origine, con cui il decreto cerca di mitigare gli effetti della cancellazione della protezione umanitaria). La conseguenza è quella di restringere la possibilità di iscrizione ai soli rifugiati e ai protetti sussidiari. Gli altri rimarranno esclusi dal diritto alla salute, potendo accedere solo alle cure riservate allo «straniero temporaneamente presente».
Il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non è titolo per l’iscrizione anagrafica, ma varrà solo come documento di riconoscimento. In mancanza di iscrizione anagrafica, agli stranieri rischia di essere precluso l’accesso a tutti i servizi collegati con la residenza.
Il c.d. «sistema dell’accoglienza diffusa» (sistema SPRAR) riguarderà solo i soggetti che sono ammessi alla protezione internazionale, lasciando fuori quelli che ancora sono «richiedenti». A questi ultimi saranno riservati i Centri di accoglienza ordinari, come i CARA, che si limitano ad offrire servizi “essenziali”. Qui i richiedenti asilo non faranno che attendere la decisione sulle loro domande, contrariamente a quanto avviene negli SPRAR che, gestiti dai Comuni, offrono agli stranieri percorsi di integrazione.
Il novero dei reati che comportano il ritiro della protezione internazionale viene allargato, fino ad includere la minaccia o violenza al pubblico ufficiale, le lesioni personali gravi e gravissime, le pratiche di mutilazione dei genitali femminili, il furto aggravato, il furto in abitazione e il furto con strappo. Aumenta il tempo massimo di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (da 90 viene portato a 180 giorni), e, per accelerare il rimpatrio, il decreto stanzia ulteriori fondi nell’arco del prossimo triennio.
La domanda di protezione internazionale può essere sospesa se il richiedente asilo abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che, in caso di condanna, comporterebbe la revoca dello status di protetto, esponendo così lo straniero alla possibilità di espulsione immediata.
Più stringenti le norme sull’acquisto della cittadinanza. Il termine per la conclusione del procedimento di riconoscimento della cittadinanza per matrimonio o naturalizzazione viene portato da ventiquattro a quarantotto mesi, e viene eliminata la forma provvedimentale tacita del silenzio-assenso, che dava per accolta la domanda ove l’autorità non si fosse pronunciata nel termine di ventiquattro mesi. Ulteriore condizione per l’acquisto della cittadinanza è la conoscenza della lingua italiana (livello B1, che prevede «la capacità di sostenere conversazioni semplici su argomenti noti o di interesse, comprendendo gli elementi principali in un discorso, la capacità di comprendere l’essenziale di trasmissioni radiofoniche e televisive su argomenti di attualità o temi di interesse personale o professionale, la comprensione di testi scritti di uso corrente legati alla sfera quotidiana o al lavoro, la scrittura di testi semplici su argomenti noti o di interesse).
La cittadinanza può essere revocata a chi venga ritenuto un «pericolo per lo Stato».
Pur sommariamente descritto, è chiaro che il decreto, nella parte che si riferisce all’immigrazione, va nella direzione di dare una stretta al sistema della protezione internazionale.
Il decreto contiene poi disposizioni sulla sicurezza, ma non è a questo aspetto che dedico la mia riflessione.

Le critiche al decreto
Molte, e autorevoli, le critiche piovute sulle disposizioni appena sintetizzate. Riguardano tanto lo strumento con cui esse sono state veicolate (il decreto-legge) quanto la loro sostanza.
Quello migratorio è fenomeno «strutturale», che poco, o niente affatto, si presta ad essere letto come caso straordinario di necessità e urgenza. È piuttosto materia di disegno di legge, che esalti (e non comprima, com’è avvenuto) il dibattito parlamentare.
Quanto alla sostanza, grave è la menomazione della protezione umanitaria, e seri sono i sospetti di incostituzionalità alla luce dell’art. 10 della nostra Costituzione. Fondata sul principio personalista, la nostra Carta si apre con un respiro universalistico che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, senza distinguere tra cittadino e straniero (artt. 2 e 3). E, come ha avuto modo di pronunciare la Corte costituzionale, se è vero che l’art. 3 si riferisce espressamente ai soli cittadini, è anche vero che il principio di eguaglianza vale pure per lo straniero quando si tratta di rispettare i diritti fondamentali, ovvero «quei diritti inviolabili dell’uomo, garantiti allo straniero anche in conformità dell’ordinamento internazionale (nel solco di un consolidato indirizzo Corte cost., 18 luglio 1986, n. 199; 19 giugno 1969, n. 104). Principio fondamentale, quello dell’uguaglianza del cittadino e dello straniero nel godimento dei diritti inviolabili dell’uomo, pur non potendosi escludere, come insegna la Corte, che nella titolarità di certi diritti possano esistere differenze di fatto che giustificano un diverso trattamento.
La presunzione di non colpevolezza vacilla a fronte delle disposizioni, sopra ricordate, che prevedono la sospensione della domanda di protezione anche solo se lo straniero è sottoposto a procedimento penale.
Sospette sul piano della legittimità costituzionale anche le norme in materia di cittadinanza. A prescindere dal lungo iter burocratico imposto allo straniero, l’acquisto della cittadinanza non vale a consolidarla, ma la lascia in una sorta di “precarietà” condizionandola al punto che le relative norme risultano in contrasto con gli art. 3 e 22 della Costituzione. Più precisamente, la previsione secondo cui è revocata la cittadinanza a chi non sia cittadino italiano per nascita e sia stato definitamente condannato per delitti commessi con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale mina l’unità del concetto di cittadinanza, perché assoggetta a conseguenze diverse chi è cittadino per nascita e chi non lo è. La disposizione contrasta, inoltre, con il divieto di privare la persona della cittadinanza per motivi politici (art. 22 Cost.).
Mons. Nunzio Galantino ritiene grave che degli immigrati si parli all’interno del decreto sicurezza, non foss’altro perché la scelta, al di là delle ragioni procedurali legate allo stretto passaggio parlamentare, trasmette l’idea che l’immigrato, in quanto tale ed a prescindere dai suoi comportamenti, è di per sé un soggetto “sospetto” e “pericoloso”. L’ex Capo del Dipartimento immigrazione del ministero dell’Interno, Mario Morcone, intravede nel decreto il rischio concreto che il decreto, piuttosto che ridurre le situazioni di irregolarità come si propone di fare, le accresce, in quanto non offre strumenti di regolarizzazione a chi dà un contributo al nostro Paese. Partendo dall’idea di «chiudere e basta» – dice Morcone – finiranno per aumentare le situazioni di marginalità e i percorsi di radicalizzazione.

La protesta dei sindaci
«Disumana»: così il sindaco Orlando ha definito la disposizione che detta il divieto di iscrizione all’anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d’asilo, il permesso cioè rilasciato nelle more della conclusione del procedimento. È una disposizione che, secondo i sindaci, priverebbe gli stranieri della possibilità di fare richiesta della carta d’identità e della residenza, impedendo loro di accedere a servizi pubblici e privati. Che queste siano le conseguenze è controverso, ma è certo che, in mancanza della residenza, gli uffici pubblici e privati solleverebbe non poche difficoltà, rendendo più macchinosi i procedimenti.
«Disapplicate la norma»: è la direttiva che il sindaco Orlando ha dato ai propri uffici.
Al grido di Orlando hanno aggiunto la propria voce anche i presidenti di Regione: il governatore della Toscana annuncia la delibera di Giunta che dovrebbe approvare il ricorso alla Corte costituzionale. Si muovono i governatori dell’Umbria e del Piemonte, che fanno sapere che è in corso d’esame la possibilità del ricorso alla Consulta, e si dicono pronti ad assicurare l’accesso alle cure e all’assistenza sanitaria anche ai «nuovi invisibili», come li chiama Zingaretti, anch’egli unitosi al coro con il governatore calabrese, Mario Oliverio, che ha twittato: «È una legge da stoppare. Promuovere, insieme ad altre Regioni, tutte le azioni utili contro una legge che viola diversi trattati internazionali sui diritti umani e i principi fondanti la nostra Costituzione. Siamo pronti a rivolgerci alla Corte costituzionale».

Il rischio della propaganda
Giusta la battaglia politica, come dicevamo in premessa. Ed è, quindi, giusto che vada condotta politicamente. Ma va evitato il rischio che la politica scivoli nella propaganda. È un rischio che si corre se passa il messaggio che un’istituzione dello Stato possa “non obbedire” alla legge “ingiusta”. La rivolta dei sindaci non mette in gioco la lotta del “singolo” contro la legge ingiusta. Qui non c’è Antigone contro Creonte. Volendo scomodare Kant, e la distinzione tra uso pubblico e privato della ragione, altro è esercitare la ragione in quanto membri o funzionari di un’organizzazione collettiva nell’ambito di un ufficio a noi affidato, altro è esercitare la ragione «in quanto studiosi, davanti all’intero pubblico dei lettori». E studioso è chiunque proponga, in maniera indipendente ed autonoma, la propria visione della società e del mondo. In quanto organi di un ufficio pubblico, i sindaci studino i rimedi offerti dall’ordinamento contro le leggi costituzionalmente ingiuste. In quanto cittadini, esercitino pure la propria ragione politicamente. Tenendo, però, distinti i ruoli e gli ambiti, per evitare il pasticciaccio della brutta politica.

*docente dell’università Mediterranea di Reggio Calabria







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