«Quel regionalismo senza uguaglianza»

di Antonio Viscomi*

Per chi ancora continua ostinatamente a pensare che politica sia sinonimo di futuro – e che il suo senso profondo sia immaginare, condividere e costruire un progetto di società – la questione del regionalismo differenziato richiama l’attenzione sul tema, mai risolto in verità, della più adeguata conformazione dell’assetto istituzionale nel nostro Paese in funzione del perseguimento di ciò che si usa chiamare bene comune, la cui ossatura, a sua volta, è data dal sistema di diritti e doveri, di interessi e valori, di principi e regole consacrati nella Costituzione. Non è privo di significato, anche se troppe volte trascurato, che la Corte Costituzionale abbia a suo tempo dichiarato l’illegittimità della legge veneta, istitutiva del referendum regionale poi svolto il 22 ottobre 2017, nella parte relativa ai quesiti che “profila(va)no alterazioni stabili e profonde degli equilibri della finanza pubblica, incidendo così sui legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica, elementi strutturali del sistema nazionale di programmazione finanziaria, indispensabili a garantire la coesione e la solidarietà all’interno della Repubblica, nonché l’unità giuridica ed economica di quest’ultima”, quesiti pertanto non ammessi perché “in contrasto con principi di sicuro rilievo costituzionale” (sent. 118/2015). Per queste ragioni, il tema del regionalismo differenziato rifiuta, a mio avviso, di essere affrontato in una logica di mera contrapposizione nord/sud e sfida invece, tanto il nord quanto il sud, a ripensare il senso attuale di una architettura istituzionale che trova ancora il suo centro nell’ente regione, come fino ad ora conosciuto e con gli effetti, positivi e negativi, talvolta anche fallimentari, finora parimenti conosciuti. La storia recente del nostro Paese ha potuto osservare un tentativo di riorganizzazione istituzionale infraregionale: mi riferisco alla legge Delrio, nota ai più come la legge che avrebbe voluto chiudere le province e non piuttosto come quella che avrebbe voluto affidare alle regioni il compito di ridisegnare e redistribuire, in sostanziale autonomia, l’organizzazione e le funzioni amministrative alle aree vaste, ai comuni ed alle loro aggregazioni, sulla base di una adeguata e pertinente applicazione del principio di sussidiarietà. Un processo riformatore, questo, che per una serie di ragioni, ed a prescindere dall’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre, non è stato consapevolmente accompagnato ed ha dato anzi vita ad un diffuso neo-centralismo regionale, appropriativo e acquisitivo quanto a funzioni, risorse, personale, e anche a spazi di gestione concreta non proprio coerenti con le funzioni di programmazione e controllo che sempre abbiamo detto essere il proprium delle regioni. A vederla, ora, questa vicenda, sul piano concettuale e politico, appare quasi una occasione mancata, anche perché monca dell’altro lato della medaglia, relativa non più alla struttura infraregionale ma alla dimensione interregionale. Diciamoci la verità: l’estensione e l’intensità dei problemi attuali è tale che lo stesso principio di sussidiarietà chiama in causa due livelli di analisi (e di azione). Da un lato, la necessità di ripensare le politiche pubbliche anche per macroaree regionali: politiche di lungo respiro richiedono reti territoriali e amministrative parimenti lunghe. Per intenderci: la differenza tra il porto di Gioia Tauro e quello di Genova sta nel retroporto: San Ferdinando e Rosarno per quello; Liguria, Piemonte e Lombardia per questo. E lo stesso potrebbe dirsi per una ampia teoria di questioni. Dall’altro lato, i livelli essenziali (delle prestazioni o di assistenza che siano) devono essere assicurati dall’autorità centrale, in quanto danno significato e pregnanza ai diritti di cittadinanza. Da questo punto di vista, quelli che la Corte costituzionale ha definito “legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica” non possono che tradursi nella garanzia dei livelli essenziali, garanzia indisponibile anche all’intesa tra Governo e regioni, pena l’incostituzionalità della legge di attribuzione delle competenze. È questa garanzia che assicura coesione sociale e unità reale della Repubblica. Adeguata è dunque una azione politica destinata ad assicurare a tutti i cittadini eguali condizioni di cittadinanza, perché la libertà di scegliere la propria differenza inizia dove finisce la necessità di assicurare eguali condizioni di partenza: senza reale eguaglianza non c’è vera libertà. Perché poi a parità di costo i servizi pubblici meridionali abbiano mediamente quantità e qualità inferiore a quelli settentrionali è questione che qui non può essere affrontata in dettaglio. Ma tutte le possibili ragioni ne segnalo qui una ed una sola, in una sola parola: organizzazione. Che per molte aree del nostro mezzogiorno è quasi un ossimoro costoso. Ma questo è un altro discorso. Ecco, spero che l’ora del regionalismo differenziato possa diventare il tempo per una rinnovata attenzione al senso stesso di un regionalismo che ha mostrato i suoi limiti, al nord come al sud e l’occasione per prendere sul serio un discorso cooperativo tra le comunità meridionali.

*Giurista e deputato del Pd
(L’intervento è stato pubblicato su Repubblica)







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