«Sud, Europa. Non senza l’Italia»

di N. Fiorita e W. Nocito*

Gianfranco Viesti ha invocato un ‘dibattito nazionale’ sul tema delle Intese Stato-Regioni in via di stipulazione in attuazione dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione che  stabilisce – come oramai è noto – che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia … possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata”.
Viesti sostiene che “non sono anni facili e felici per il nostro Paese. Ma una ripresa complessiva può venire solo da un rafforzamento della discussione pubblica: da un confronto aperto e serio  sull’interesse nazionale, i diritti di cittadinanza, l’efficienza e l’efficacia dell’azione pubblica. Le proposte di regionalismo differenziato sono un tema, a riguardo, ineludibile”. L’invito di Viesti è certamente fondato e molto apprezzabile con riferimento a ciascuno dei tre aspetti da lui indicati in quanto il “regionalismo differenziato” incidendo direttamente sugli standard di efficienza e di efficacia dell’azione politico-amministrativa, produce effetti diretti sull’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza e sulla delimitazione e perimetrazione politico-costituzionale dell’interesse nazionale della Repubblica.
Ad oggi le reazioni e le prese di posizione sono insufficienti. A livello istituzionale, si segnalano le “prese critiche di posizione” avanzate dal Consiglio Regionale della Calabria (Risoluzione n. 1, del 30 gennaio 2019) e del Sindaco/Presidente della Città Metropolitana di Milano.
Il Consiglio Regionale nel testo approvato all’unanimità impegna la Regione “ad attivare i passaggi necessari per dare impulso ad una iniziativa legislativa da presentare direttamente alle Camere, sulla base del disposto dell’articolo 121, secondo comma della Costituzione, finalizzata alla revisione Titolo V Parte II della Carta in direzione di un regionalismo solidale; contemporaneamente, ad attivare, mediante la medesima disposizione dell’art. 121, la richiesta volta ad ottenere forme e condizioni di autonomia ex art. 116 comma 3 Cost. … nonché a promuovere una Conferenza degli Uffici di Presidenza dei Consigli Regionali di Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia al fine di perseguire eventuali convergenze tra le Regioni del Meridione”. Nell’impegnarsi alla iniziativa legislativa in sede parlamentare lo stesso Consiglio Regionale della Calabria diffida “il Governo nazionale a predisporre atti che prevedano trasferimento di poteri e risorse ad altre Regioni sino alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale ”.
Il Sindaco di Milano, da parte sua, afferma: “Penso che siamo sulla strada sbagliata se autonomia non significa riorganizzare le nostre Istituzioni, ma diventa un’occasione per stritolare ancora di più le città nella morsa degli apparati regionali e statali. Si fa finta di non sapere che sono i sindaci e le loro amministrazioni ad essere, dalla mattina alla sera e ogni giorno dell’anno, i primi interlocutori dei cittadini e il primo baluardo di legalità. A Milano già spesso mugugniamo per i vincoli statali, figuriamoci se dovessimo sopportare un ulteriore carico con quelli regionali”.
Con linguaggi, toni ed argomenti molto diversi il Consiglio regionale calabrese ed il Sindaco milanese hanno inaugurato una “opposizione costruttiva” che si salda alle osservazioni sul carattere egoista e discriminatorio dell’iniziativa assunta dalla Lombardia e dal Veneto (e in parte dall’Emilia Romagna).
Le critiche alla procedura ‘padana’ possono essere racchiuse in tre distinte categorie. Un primo ordine di perplessità ha riguardato la partita delle risorse finanziarie e del cd. “residuo fiscale” (argomento forte dei due referenda del 22 ottobre 2017) in assenza di un effettivo ed efficace Fondo nazionale di garanzia e di perequazione; il timore in tali ipotesi si concentra sui profili di frantumazione dell’unità fiscale.
Un secondo corpo di obiezioni concerne le competenze regionali “a rischio” in quanto in esercizio di funzioni di identità, di benessere e di sviluppo territoriale (tipo la Scuola e la formazione, la ricerca universitaria ed applicata, i servizi assistenziali, la tutela dell’ecosistema e degli ecosistemi locali, i beni culturali ed archeologici, i sistemi politici e di governance politica e sociale); il timore in tali ipotesi si concentra sulle forti spinte centrifughe politiche (e dunque costituzionali).
Un terzo ordine di critiche si è appuntato sui rischi di una ennesima cattiva regionalizzazione, che non solo non risolve ma addirittura aggrava i tipici problemi italiani di imperfetto funzionamento amministrativo, proprio come denunciato dal Sindaco di Milano. In tale direzione, si è notato come il sistema di relazioni centro-periferia, già ora incerto e segnato da sovrapposizioni e profonde distanze, non potrebbe reggere “sommando alla frammentazione del centro e dei suoi apparati la complessità di un ordinamento regionale composto da cinque regioni a statuto speciale e almeno tre (solo?), di peso non proprio trascurabile, a regime differenziato” … cui vanno aggiunte le regioni meridionali che sono rette attualmente da regimi (nazionali e europei) in molti settori speciali e alle quali va infine aggiunto Roma-Capitale e “il Lazio, da sempre una regione sui generis per definizione” (Marco Cammelli). Se così stanno le cose di ordinario resterà dunque molto poco, “con il risultato paradossale di una differenziazione … di risulta, aggravata dal prevedibile sfilacciamento delle attuali (e deboli) sedi unitarie con funzione di cerniera (conferenze permanenti) e dallo stillicidio particolaristico che da sempre accompagna, in sedi separate e fuori dal necessario controllo, i singoli processi di trasferimento”. Qui, evidentemente, il timore pare concentrasi sui profili di dispersione e di deresponsabilizzazione amministrativa fino ad arrivare ai rischi di collassi entropici dei sistemi. Più che le spinte centrifughe a far collassare il sistema, insomma, potrebbe essere la debolezza del “Centro” non più in grado di garantire funzioni strategiche, sedi collaborative, azioni di supporto alle realtà più deboli.
A fronte di tali argomentazioni, le dinamiche in atto e le ipotesi correttive a cavallo del 15 febbraio (data in cui secondo gli annunci governativi sarebbe già possibile conoscere il raggiungimento di formali Intese tra il Governo e le Regioni richiedenti) sono, a parere di chi scrive, ectoplasmatiche, incerte e però pure pericolose e forse anche anti-costituzionali.
A formare questo giudizio concorrono tutti e tre gli ordini di decostruzione e critica prima accennati, rispetto ai quali le regioni ordinarie del Sud e del Centro dovrebbero, a parere di chi scrive, organizzarsi in forma strutturata e aggressiva, ricordando alle Regioni del Nord che se l’autonomia è un diritto, la discriminazione permanente non lo è e non lo sarà mai.
Quindi, al di là di quanto – pur giustamente e motivatamente – hanno segnalato il Consiglio regionale calabrese ed il Sindaco milanese, eventuali riforme efficaci ed efficienti del Titolo V devono essere puntate non verso un ambiguo “regionalismo solidale”, ma verso un regionalismo cooperativo che preveda sia la chiara definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, sia il Fondo perequativo, sia i meccanismi di comunicazioni e standardizzazione nelle ‘sedi collaborative’, sia i meccanismi di sostituzione dall’alto e dal basso ex. art.120 Cost, sia le cerniere operative che garantiscano, con standard europei, le “funzioni strategiche e di sistema” (tipo Enel, Autostrade e altri titolari delle Reti nazionali, Autorithies, Anas, RFI, Tirrenia, vettori aerei, ecc…).
Un regionalismo cooperativo che connetta – e connetta bene anche con meccanismi solidali – un Paese che non ha la taglia per crescere diviso in una Europa che, preda dei sovranismi e delle pulsioni egoistiche, non avrebbe più l’autorevolezza giusta per crescere nel Mondo.

*Università della Calabria







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