«Ci sarà una moria di Comuni»

di Ettore Jorio*

Saranno guai per i tanti comuni in predissesto e per qualche provincia ad esso aderente che hanno goduto dell’ammortamento trentennale del saldo negativo determinatosi a seguito del riaccertamento straordinario dei residui preteso dal d.lgs. 118/2011 e successive modificazioni.
A nulla vale sottolineare l’intuizione di quanto oggi accaduto che ebbi modo di rappresentare all’indomani dell’originaria previsione legislativa del dicembre 2015 e della sua riscrittura intervenuta l’anno successivo a cura della legge 11 dicembre 2016 n. 432.
In buona sostanza, è stato definitivamente sancito che gli enti locali con bilanci strutturalmente deficitari non possono utilizzare per decenni la leva dell’indebitamento, consentito dalla Costituzione (art. 119, comma 6) esclusivamente per affrontare spese di investimento con relativi piani di ammortamento al seguito.
E’ quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 18, depositata il 14 febbraio scorso.

La genesi del dictum
L’occasione per assumere l’importante decisione, che avrà effetti devastanti per i componenti più deboli del sistema autonomistico locale, è stata fornita dalla Sezione di controllo della Campania della Corte dei conti che ha messo in discussione la legittimità costituzionale, rimettendo il tutto alla Consulta, dell’art. 1, comma 714, della legge di stabilità 2016, così come sostituito dall’art. 1, comma 434, della legge 232/2016. Lo ha fatto con ordinanza del 28 febbraio 2018 con la quale ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’anzidetta impalcatura legislativa in riferimento agli artt. 81 e 97 della Costituzione, sia autonomamente che in combinato disposto con gli artt. 1, 2, 3 e 41 della Carta, e agli artt. 24 e 117, comma primo, Cost., in relazione agli artt. 6 e 13 della CEDU firmata a Roma nel 1950 e al protocollo addizionale alla Cedu firmato nel 1952 (entrambi ratificati e resi esecutivi con la legge 848/1955).
Il tutto riferito ad una deliberazione assunta il 30 maggio 2017 dal Consiglio comunale di Pagani, con la quale si rimodulava il primitivo piano di riequilibrio finanziario pluriennale – originariamente approvato dalla Sezione regionale di controllo della Corte dei conti rimettente con deliberazione del 14 marzo 2016 – finalizzata a diluire in un trentennio il disavanzo determinato dal riaccertamento straordinario dei residui, a mente del vigente d.lgs. 118/2011.
Una tesi accolta dal Giudice delle Leggi con una sentenza impeccabile e ampiamente motivata. Con questa, è stato quindi dichiarato incostituzionale quanto consentito fino ad oggi a Comuni, Province e Città metropolitane in predissesto, nel senso di finanziare la spesa corrente per decenni. Più esattamente, di spalmare e, pertanto, ammortizzare il disavanzo determinato dal riaccertamento straordinario dei residui in un trentennio. Il modo, questo, per scaricare gli errori gestori di un bilancio commessi dai nonni, spesso occultati colpevolmente anche dai padri per anni, sulla generazione dei nipoti.

Una naturale conseguenza
Un assunto che genererà, altresì, la conseguente «incostituzionalità» dell’art. 1, comma 848, della legge 205/2017 (legge di bilancio per il 2018), che ha consentito una ulteriore identica occasione agli enti locali «ritardatari» dell’adempimento riaccertativo preteso dall’art. 3, comma 7, del d.lgs. 118/2011, purché destinatari di specifiche eccezioni rappresentate al loro indirizzo da parte delle Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti competenti per territorio.

Le violazioni riscontrate
Dunque, dalla Corte costituzionale uno stop all’opportunità offerta, soprattutto ai Comuni in predissesto, originariamente prevista e reiterata dai soliti legislatori di fine d’anno, di poter neutralizzare i consistenti disavanzi generati da riaccertamento straordinario dei residui, spesso di entità plurimilionaria, in un lasso di tempo di trenta anni. Ciò in quanto (Corte Costituzionale docet) l’arco temporale straordinariamente lungo, concesso dalle norme sottoposte all’esame della Consulta, appare incompatibile con la ratio legislativa sottesa alle misure tendenti al risanamento ordinario degli enti locali che, per sua natura, rintraccia l’utilità pubblica in un piano di rientro strutturale di breve periodo.
Una conclusione che rende la disposizione legislativa censurata in netto contrasto con gli artt. 81 e 97, comma primo, della Costituzione sotto tre diversi profili:
1) la violazione dell’equilibrio di bilancio, in relazione alla maggiore spesa corrente autorizzata nell’arco di un trentennio;
2) la violazione dell’equità intergenerazionale, per avere caricato sui futuri amministrati gli oneri conseguenti ai prestiti contratti nel trentennio per alimentare la spesa corrente;
3) la violazione, infine, del principio di rappresentanza democratica, in quanto sottrae agli elettori e agli amministrati di giudicare gli amministratori sulla base dei risultati di bilancio conseguiti.

Le pesanti ricadute
E’ appena il caso di sottolineare quanto inciderà una siffatta importante decisione sulle sorti di grandi importanti città italiane, Napoli in primis.
A tal proposito, le conseguenze della decisione della Corte Costituzionale saranno pressoché nefaste per quegli enti locali che hanno fatto ricorso al predissesto, godendo delle facilitazioni attribuite loro dalle norme annullate. Ciò in quanto saranno soggetti alla retrocessione dell’entità del disavanzo derivante dall’intervenuto riaccertamento straordinario dei residui a suo tempo perfezionato, con la conseguenza di rendere inattuale il piano di riequilibrio pluriennale eventualmente condiviso dalla magistratura contabile e, dunque, di gravarlo della medesima somma, non più ammortizzabile nel trentennio bensì nel termine fissato nel predissesto, solitamente decennale.
Si apriranno così le porte ad autonome dichiarazioni di dissesto, peraltro obbligatorie per gli enti locali in presenza delle condizioni di cui all’art. 244 Tuel, ovvero a giudizi sfavorevoli intermedi delle Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti, impegnate nelle verifiche e nei monitoraggi medio tempore dei predissesti in corso, con consequenziali indicazioni ai comuni interessati di dichiarare il loro default, salvo che rinvengano ulteriori capienze finanziali rimediali.
La situazione – come detto – diventerà pertanto insopportabile per il sistema degli enti locali nei confronti dei quali quanto statuito dalla Consulta imporrà l’assunzione spontanea delle anzidette deliberazioni di dichiarazione di dissesto ovvero indotta in adempimento delle deliberazioni che le Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti dovranno adottare sulla base del dictum del Giudice delle Leggi.
Conseguentemente, atteso l’effetto deflagrante che avrà la sentenza esaminata (soprattutto, in Calabria ove i Comuni coinvolti saranno investiti nella quasi totalità dalle conseguenze della siffatta decisione della Corte costituzionale), si renderà opportuno un accorto intervento legislativo che possa rimediare ai disastrosi effetti che si determineranno, di qui a poco, nel panorama del sistema autonomistico territoriale che causerà non pochi altrimenti irrimediabili danni all’equilibrio economico complessivo della Repubblica.

*docente Unical







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