Nebbia all`orizzonte

Ho letto con grande interesse il recente dibattito sulla borghesia reggina; gli interventi di Aldo Varano e Alessia Candito mi sono parsi intelligenti e stimolanti e ad essi aggiungo un…

Ho letto con grande interesse il recente dibattito sulla borghesia reggina; gli interventi di Aldo Varano e Alessia Candito mi sono parsi intelligenti e stimolanti e ad essi aggiungo un breve contributo, consapevole dell’importanza del tema e della necessità di una meditazione ben più approfondita delle considerazioni che seguono. Una domanda si impone in premessa: Esiste una borghesia reggina? Per borghesia intendo la classe formata da imprenditori, esercenti delle professioni liberali, banchieri, editori, alti funzionari dello Stato e degli altri enti pubblici. Una classe che si distingue per agiatezza, cultura, amore per le arti, progressista, riformatrice senza eccessi, impegnata nella vita culturale, sociale e politica dell’ambiente in cui vive, con disinteresse, alto senso dello Stato, innato rispetto delle regole. Una classe così, parliamoci chiaro, a Reggio non è mai esistita, figuriamoci se esiste nella triste congiuntura di inizio millennio. La borghesia reggina, quella che abitava i bei palazzi liberty del corso Garibaldi e dintorni, proveniva dalla proprietà terriera, le cui rendite, successivamente gonfiate dai contributi comunitari, non venivano investite, salvo rare eccezioni, nel miglioramento dei fondi, nella meccanizzazione e razionalizzazione delle colture, nella trasformazione dei prodotti, ma in depositi bancari, in investimenti finanziari e immobiliari. Questi ultimi le avrebbero consentito in seguito di lucrare i canoni di locazione per sedi di uffici statali, regionali e comunali, strutture scolastiche, sanitarie e giudiziarie. Vi era poi la classe dei professionisti, ingegneri, medici e avvocati, ma nessuna di queste categorie si dimostrò interessata ad occuparsi direttamente della cosa pubblica, sicché la guida delle amministrazioni locali fu delegata a personale politico, proveniente dalla burocrazia dei partiti o scelto da questa per cooptazione. Una borghesia sostanzialmente parassitaria, il cui tramonto coincide con la scomparsa dei suoi luoghi-simbolo, i bei caffè sul corso Garibaldi, la lirica, le operette, il teatro di prosa, i circoli, i salotti. La sua fine, penso irreversibile, fu accelerata dalla rivolta per Reggio capoluogo, sciagurato spartiacque nella storia della città, dopo il quale nulla restò come prima. La ‘ndrangheta, sino a quel momento relegata nelle campagne e nelle periferie, dedita a reati predatori, venne sdoganata e inserita nel giro grande delle vicende politiche della città, grazie alle alleanze che aveva stretto, nell’occasione dei moti, con la destra eversiva, la massoneria, gli apparati occulti dello Stato. Ebbe, la borghesia o quel che ne restava, ancora un sussulto e un’occasione all’epoca della, purtroppo breve, primavera reggina, ma era una occasione troppo legata ad un uomo, più che a un movimento di idee, o ad una formazione politica preoccupata del bene della città. La primavera passò e venne il modello Reggio, concluso, ignominiosamente, con lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. La crisi, iniziata nel 1970, con l’adesione a disperate tentazioni eversive, si concludeva con quello che può definirsi il suo canto del cigno: il manifesto dei quattrocento, forma sommessa di riconoscente subordinazione a un ceto politico ad essa estraneo, pagina finale e incoerente di una storia mai gloriosa, ma almeno, sino agli anni 60 del secolo scorso, sicuramente dignitosa. Mentre la borghesia decadeva, aggrappandosi alle residue rendite di vario tipo assicurate dal ceto politico, cresceva parallelamente la borghesia mafiosa, che la prima non aveva saputo o voluto contrastare, soppiantandola progressivamente con la spregiudicatezza e l’illegalità.
Si può ricostituire un nuovo nucleo sociale assimilabile alla vecchia borghesia? Posto che quella che abbiamo descritto non può certo rinascere alla luce dei cambiamenti economici e sociali intervenuti nel frattempo, la risposta è positiva, ma a certe condizioni. L’elemento fondante dovrebbe essere costituito dall’abbandono definitivo delle tentazioni eversive e delle forze che ne sono espressione, dalla chiusura dei rapporti, palesi o meno, con la nascente borghesia mafiosa, dal recupero del senso dello Stato, della legalità, intorno a istituzioni profondamente rinnovate anch’esse, di una  identità civica che non può limitarsi a recriminazioni, contestazioni e polemiche, ma deve trovare in sé stessa la capacità progettuale di costruire un futuro intorno al quale recuperare le migliori professionalità giovanili disperse in Italia e nel mondo (quelle che hanno dovuto fare spazio ai sottoprodotti del clientelismo politico-mafioso). Si aggiunga che la città è da decenni sede di facoltà universitarie, ma il mondo accademico è rimasto un corpo separato e distante dal resto della città, ammutolito dopo una iniziale, quanto breve, partecipazione, analogamente ad un ceto intellettuale, afono anch’esso, senza riscatto. Quelle facoltà non hanno dato alcun contributo alla sua crescita culturale e in cambio la città non ha mai richiesto loro alcun sostegno per la soluzione dei suoi problemi. E’ stridente il paradosso della convivenza delle forme più selvagge di speculazione edilizia con la presenza di una facoltà di architettura, della illegalità più sfrenata a tutti i livelli con una facoltà di giurisprudenza. Persino dal clero vengono messaggi di contestazione della giustizia penale e delle sue sentenze. Il vescovo vuole leggerle, le sentenze, per valutare se contengono errori! Siamo di fronte ad un nuovo, inedito quarto grado di giudizio ecclesiastico? Il panorama della sedizione, più o meno esplicita, appare lo sfondo naturale della città, una posizione ostinata e perdente. E all’orizzonte non spunta alcun fil di fumo. Solo nebbia.

*magistrato





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto