La riforma che divide

In tutte le vicende della vita, della politica come anche in quelle istituzionali, non mancano diversità di vedute e spesso lo stesso ricorso all’argomento polemico nello scambio delle opinioni. Non…

In tutte le vicende della vita, della politica come anche in quelle istituzionali, non mancano diversità di vedute e spesso lo stesso ricorso all’argomento polemico nello scambio delle opinioni. Non poteva naturalmente mancare nell’attività, che è al contempo politica e istituzionale, della commissione (parlamentare) di esperti chiamata a redigere un testo per il Comitato (parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali), previsto appunto dal testo di revisione costituzionale di cui parliamo. La polemica è nata dalla partecipazione di noti e stimati costituzionalisti (di diverso orientamento ideale) ai lavori della commissione e dalla lettura che ne ha fatto la stampa – in modo peraltro comprensibile – circa una presunta «rottura del fronte dei costituzionalisti», da sempre posizionati, in modo più o meno generalizzato, sul fronte politico e culturale del “patriottismo costituzionale”. Non sono mancate critiche sui due fronti, quelli all’interno della commissione e la gran parte che ne è invece fuori. Le ragioni sollevate dai costituzionalisti che hanno deciso di aderire alla chiamata delle istituzioni a far parte della commissione appaiono particolarmente meritevoli di valutazione. E non solo perché si tratta di opinioni destinate a prevalere rispetto alle altre opinioni di chi si trova fuori dalle aule parlamentari. Fra le molte argomentazioni usate una pare particolarmente meritevole di attenzione critica ed è quella di un noto collega che firma interessanti fondi su uno dei quotidiani maggiormente letti nel Paese. La critica che viene da questo fronte è che la maggior parte dei costituzionalisti del Paese, quelli cioè che non si riconoscono nei lavori della commissione (che ha ora consegnato la Relazione finale, sulla quale interverremo in seguito e nei prossimi numeri), sarebbe condizionata da un «immobilismo totale», da una «volontà conservatrice», per cui la Costituzione sarebbe una «mummia imbalsamata» e i critici della riforma costituzionale dei veri e propri «necrofili». Mi sembra davvero eccessivo. Conoscendo la cultura e la signorilità del collega che ha scritto simili affermazioni vi leggo tutti i possibili rischi dettati dal nervosismo per il mancato consenso al lavoro degli Esperti e delle possibili derive della polemica, quando la passione civile rischia di prendere il sopravvento sulla necessaria freddezza argomentativa.
Quanto poi agli argomenti utilizzati dagli esperti, sia consentito di insistere che gli stessi non appaiono convincenti innanzitutto perché toccano una materia che attiene al (super)principio di rigidità della Costituzione e che per questo dovrebbe essere posto al riparo dalla stessa procedura di revisione e, in secondo luogo, perché non si tratta di una deroga puntuale, per come assunto da alcuni membri della commissione degli esperti, in quanto la riforma dell’articolo 138 produce effetti permanenti sul sistema costituzionale. In questo, le ragioni argomentate da Alessandro Pace (e già richiamate nel precedente intervento su questo giornale) non hanno trovato fin qui opposizioni convincenti. Ci sono poi ulteriori argomenti che rilevano essi stessi nella valutazione della riforma dell’art. 138. Una riforma di questo tipo segue una prassi che, in futuro, potrà/potrebbe essere ulteriormente utilizzata (fino a divenire una discutibile, effettiva, regola costituzionale derogatoria) anche da parte di maggioranze meno ampie di quella attuale e questo non fa che seguire prassi improprie già seguite con riguardo a due precedenti leggi costituzionali di riforma (la n. 1/1993, durante il Governo D’Alema e la n. 1/1997, durante uno dei governi Berlusconi). Si tratta in ambedue i casi di riforme costituzionali fondate su letture discutibili della praticabilità delle procedure di revisione della Costituzione. Una perplessità – quest’ultima – che, già nel corso del 1994, opportunamente ha portato autorevoli costituzionalisti, come Leopoldo Elia e Franco Bassanini, a suggerire la vera e propria necessarietà di una revisione costituzionale, ma questa volta finalizzata a “mettere in sicurezza la Costituzione” che, con l’elevazione dei quorum necessari per la riforma costituzionale ai 2/3, pone la Costituzione a riparo dai perversi “occasionalismi di maggioranza” che la legge elettorale Mattarella astrattamente poteva determinare.
Ciò brevemente ricordato delle polemiche che hanno accompagnato il lavoro parlamentare e quello degli esperti incaricati di redigere un testo per il Comitato parlamentare per le riforme, qualche prima riflessione ora sui contenuti della Relazione finale, consegnata al competente Ministro per le riforme costituzionali il 17 settembre 2013. Le articolazioni sulle quali la Relazione si esprime riguardano sei capitoli: 1) bicameralismo, 2) procedimento legislativo, 3) titolo V Cost., f) forma di governo, 5) sistema elettorale e 6) istituti di partecipazione popolare. Nel sottolineare che le Camere possono scegliere fra modelli alternativi di soluzione dei problemi istituzionali già (pre-)identificati nella Relazione, appare comunque opportuno ricordare come, nella Premessa di tale Relazione, i punti principali sono individuati nella finalità di rafforzamento del Parlamento, da conseguirsi mediante la riduzione numerica dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto e una più adeguata disciplina dei processi di produzione normativa e soprattutto dei decreti legge. Un secondo obiettivo riguarda il rafforzamento delle prerogative del Governo in Parlamento mediante la disciplina della fiducia riconosciuta alla sola prima Camera, la semplificazione del processo decisionale e l’introduzione del particolarmente innovativo ‘voto a data fissa’ di disegni di legge, che dovrebbe scoraggiare il ricorso governativo ai decreti legge. In una terza principale finalità sono richiamate scelte importanti di razionalizzazione all’interno del sistema regionale e delle autonomie locali volte anche a superare l’attuale conflittualità innanzi alla Corte costituzionale nonché una maggiore collaborazione. Uno dei punti maggiormente qualificanti che caratterizzano il lavoro degli esperti ha riguardato la riforma del governo, da perseguirsi secondo tre possibili modelli fra loro alternativi rimesso alla scelte del legislatore di revisione costituzionale: il semi-presidenzialismo ‘alla francese’, la razionalizzazione della forma di governo parlamentare ‘alla tedesca’ e infine una forma di governo, non ancora ben determinata nei dettagli (e almeno in apparenza in confliggenza con le previsioni accolte nella riforma del sistema elettorale, con il cosiddetto “ballottaggio di coalizione”), che porti alla forma di governo parlamentare del Primo ministro. Nei successivi interventi su questo giornale, per ognuno di queste tematiche, proveremo a proporre una presentazione di maggiore dettaglio della proposta governativa (Relazione finale) e una valutazione di tipo comparatistico ed anche critico ove opportuno.

*Docente Unical





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