«“L’ape furibonda” nel carcere di Catanzaro»

di Romano Pitaro*

È entrata nel carcere di Siano “L’ape furibonda”, il saggio pubblicato da Rubbettino scritto insieme a Claudio Cavaliere e Bruno Gemelli dedicato a undici donne dirompenti, che si sono distinte per audacia e caparbietà nella parte più complessa del Mezzogiorno italiano: la Calabria otto-novecentesca.
Ne abbiamo discusso in un confronto aperto con i detenuti del corso di scrittura e lettura tenuto dal pedagogista Nicola Siciliani de Cumis. Un’ora e mezza di dialogo serrato con domande e interventi incalzanti che spaziano dall’irrisolta questione meridionale al ruolo del dissenso nella società contemporanea; dalla domanda se figure come Giuditta Levato siano replicabili nell’attualità al valore della vita in chi ha dovuto imbracciare le armi per recuperare la libertà.
Non è agevole scrivere di carceri e detenuti, è tutto assai complicato, a incominciare dal fatto che nelle foto loro non possono apparire. Ci sono, ma te li devi immaginare.
È pur vero che il carcere sta alla società come il tralcio con la vite, ma non ci piace ricordarlo. Quando è in discussione il carcere viene in mente il peccato senza cui il cristianesimo non esisterebbe, ma anche l’incarnazione di Gesù che ha condizionato la società occidentale, e che, se non è un paradosso, non riguarda solo i giusti, i misericordiosi e i buoni, ma tutti gli uomini. San Paolo (Lettera ai Romani) include nell’azione di liberazione dalla schiavitù della corruzione persino gli alberi, i monti, le pianure, il mare…
Ancora: la Retrotopia di Bauman – quella maledetta fifa del futuro che fa il paio con la grottesca mitizzazione del passato e il ritorno alle tribù – che mina le nostre vite libere, nelle carceri è un gigantesco “rimosso” obbligato.
Di questo si è discusso in una grande sala del carcere Ugo Caridi di Catanzaro (700 detenuti) con un centinaio di detenuti di media e alta sicurezza per i quali la Retrotopia non è una scelta, perché il futuro per loro semplicemente non è.
Abbiamo discusso, con i contributi, pienamente in sintonia con l’articolo 27 della Costituzione, della direttrice della casa circondariale Angela Paravati, che si è detta «felice di poter conoscere e far conoscere donne di grande forza, rabbia e cuore, narrate con una passione tale che sembra di averle qui con noi», e del magistrato di sorveglianza Angela Cerra, secondo cui «queste iniziative sono l’esempio di come la rieducazione passi principalmente attraverso la riqualificazione culturale, il carcere è e deve essere luogo di cambiamento attraverso il lavoro, lo studio e l’istruzione».
E se è vero, come ha affermato un detenuto nel suo intervento che «la letteratura annulla lo spazio e il tempo», due elementi fondamentali per chi vive la detenzione, e anche perché si vive dietro le sbarre da decenni e per altri decenni ancora, rimuginando sul passato, sperando di ricomporre l’infranto e lavorando senza sosta su di sé, scavando nelle tenebre di vite ai margini che all’improvviso sono deflagrate. Il passato che li ha portati fino all’Ugo Caridi è il loro assillo. E quando si dà loro l’opportunità di contestualizzare le vicende individuali riflettendo su un libro aperto a ogni incursione com’è l’Ape furibonda, possenti nell’immobilità delle celle non molestate dall’ossessione dei telefonini, ecco che asceticamente i detenuti coinvolti nel laboratorio di lettura e scrittura sono pronti a dirti ogni dettaglio, emozione, respiro, palpito delle undici donne furibonde, lanciando connessioni con le più svariate tematiche socio-politiche».
Se non sappiamo chi delle undici api furibonde è regina o bottinatrice, visto che ancora l’entomologo tarda a pronunciarsi, un detenuto che ha preso la parola ha tessuto le lodi dell’alveare, sottolineando che di sicuro nessuna di loro è un fuco. E questo è un fatto! Grande risata, che mi è servita per liberarmi di una frase segretamente annotata di Elza Soares: «Se Dio non fosse femmina il mondo sarebbe già finito da un pezzo».
Infine, il professor Nicola Siciliani de Cumis, animatore del corso in carcere, ha sottolineato «il valore formativo del libro nel suo insieme e nelle sue scelte monografiche specifiche. Per più ragioni: per le dimensioni educative e autoeducative delle undici personalità femminili materia di narrazione, per i metodi di ricerca adottati nelle singole ricostruzioni storiche e per l’originalità delle fonti storiografiche adoperate».
Intanto, è finita la lunga chiacchierata e noi andiamo e loro restano. E dal passo morbido e quasi trascinato sotto lo sguardo vigile dei poliziotti penitenziari, si capisce che se il mondo glocal in questo tornante della storia non gira come vorremmo, per loro, che pure non vivono nel buco nero della disumanità come capitava al “Vagabondo delle stelle” di Jack London, «il giogo non è dolce e il peso non è leggero»…

*Giornalista





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