«Il voto di scambio uccide la democrazia»

di Franco Scrima*

Economia, politica e criminalità organizzata. Tre settori che quando si mescolano provocano effetti disastrosi. Una trilogia che, se assume il carattere dell’intreccio affaristico, determina crepe profonde nel tessuto sociale così da incidere su beni e servizi che sono alla base della crescita e del benessere del Paese. L’obiettivo principale della criminalità è mettere le mani sulla gestione dei fondi pubblici e infiltrare uomini di “fiducia” dove è possibile, così da esercitare un controllo diretto tale da consentirle di operare con più facilità. Una attività che solitamente si concretizza quando talune situazioni consentono un’intesa tra criminalità e politica come avviene con il cosiddetto “voto di scambio”, cioè con la concessione di favori in cambio di voti.
Per combattere emergenze di questa portata sarebbe auspicabile un progetto organico d’intervento, a monte del quale sarebbe indispensabile una campagna culturale ché consideri il fenomeno nelle sue molteplici sfaccettature. Inutile imbarcarsi solamente in una attività moralizzatrice senza considerare che l’etica riguarda proprio il comportamento dell’uomo, il suo agire in rapporto all’idea che si ha del bene e del male. Per combatterla è indispensabile, oltre alle leggi, anche una formazione sociale a cominciare dalla scuola dell’obbligo. Successivamente toccherebbe alla politica promuovere una lotta senza quartieri incaricandosi di fare uno screening dei possibili candidati e, indossando i panni del garante, “certificare” la preparazione e l’onestà di ciascun concorrente.
Poi dovrebbe intervenire il deterrente della legge vigente sul “voto di scambio” che per adesso, considerato l’andazzo del nostro Paese, da sola non può essere sufficiente a raggiungere l’obiettivo prefissato, soprattutto perché la rete di connivenze di cui dispone il malaffare è così robusta e solidale da non consentire una facile lotta dissuasiva per individuare ed emarginare coloro che non riescono a “resistere” al facile miraggio del “voto organizzato”. Diverso sarebbe, insistiamo, se i partititi politici si facessero garanti del sistema di raccolta del consenso.
Gli attuali mezzi per fare emergere le trame e le tresche non sono sufficienti. Anche a fare ricorso ad “agenti provocatori”, sarebbe un lavoro improbo per intervenire negli ambienti della politica solitamente “distratta” da ben altri interessi. Rimangono le sanzioni che dovrebbero essere esemplari nei casi di accertate responsabilità: quando cioè la prova della promessa di voti è certa e conclamata e implica dazioni di denaro.
Un ex magistrato calabrese, Romano De Grazia, presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione, fu l’ideatore del disegno di legge noto come “Legge Lazzati” (dal nome del circolo culturale “Giuseppe Lazzati” di Lamezia Terme di cui era presidente fino alla sua scomparsa). La proposta prevede «di non consentire a persone sorvegliate speciali per reati di mafia di chiedere e raccogliere porta a porta il voto». Se fosse stata approvata nel suo testo originale si sarebbe potuto disporre oggi di un mezzo efficiente per scongiurare il perpetuarsi del condizionamento e delle infiltrazioni mafiose. Il suo parziale accoglimento, invece, ha vanificato l’obiettivo finale perché lascia per intero alla criminalità le opportunità di insidiare la volontà parlamentare.
In Italia le infiltrazioni della criminalità organizzata di tipo mafioso continuano a rappresentare per la società, ma anche per il mondo politico, una minaccia costante non solo e non tanto perché riesce a mimetizzarsi bene, quanto perché, ottenuto il primo consenso, le richieste di “favori”, specie nel campo dei lavori pubblici, non si fermano più. E a risentirne è anche il territorio costretto a segnare il passo e a non svilupparsi. Ecco perché l’estirpazione del fenomeno dovrebbe essere considerata preminente su tutto.
Ottenere condizioni di civiltà non significa demonizzare la politica, semmai creare le premesse per fare emergere la buona politica. Il cosiddetto voto di scambio in campagna elettorale è, invece, ricorrente e assume localmente proporzioni allarmanti. Battersi, pertanto, in favore della legalità significherebbe riaffermare il ruolo insostituibile della politica e il valore sociale che le è connaturato.
Enrico Berlinguer, da segretario del Partito Comunista, riferendosi proprio alla questione morale invitò gli italiani a mettere a confronto il voto delle elezioni politiche e amministrative con quello dei referendum. E concluse: «Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. Nelle elezioni politiche e amministrative, invece, il quadro cambia».
Andrebbe anche rivisto il rapporto tra potere politico e potere economico sì da riportarlo su parametri accettabili; oggi l’ago pende a favore dell’economia e la politica appare sottomessa ad essa. Il suo peso specifico è considerato determinante soprattutto perché riesce ad ottenere provvedimenti protezionistici, aiuti finanziari e commesse pubbliche. Ci si chiede, in cambio di cosa?

*giornalista





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