«A Riace il primo raggio di luce»

di Franco Scrima*

Il 6 ottobre del 2018 un pullman stracolmo di catanzaresi si recò a Riace per manifestare solidarietà a Mimmo Lucano, il sindaco messo agli arresti domiciliari da un magistrato della Procura della Repubblica di Locri. Lo stesso giorno il Corriere della Calabria pubblicava un articolo a mia firma dal titolo: “Il sindaco colpevole del ‘reato’ d’umanità”. A distanza di sei mesi la Cassazione ha “annullato con rinvio” la misura restrittiva lasciando intatto l’obbligo della dimora fuori dal territorio di Riace. Si presume che abbia ritenuto l’accusa eccessiva se non errata. Sarà, comunque, il Tribunale del riesame di Reggio Calabria, cui il procedimento è stato rimesso, che dovrà, per dirla con Lucano, «portare un po’ di luce sulle ombre e schiarire l’aria rarefatta e torbida che avvolge quella vicenda».
I giudici “supremi” non hanno ritenuto che sul caso Riace, che ha comportato “l’esilio” per il primo cittadino, vi fossero sufficienti indizi da suffragare le accuse contestate a Mimmo Lucano: turbativa delle procedure di gara per la raccolta dei rifiuti urbani e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Hanno altresì decretato che vanno eliminati i “rilevanti vizi” nella decisione e colmate “le lacune” nella motivazione che ha determinato la “sospensione” del mandato di sindaco dell’imputato.
Ridimensionato l’impianto accusatorio, emerge più che mai la strumentalizzazione politica che si vuole sia stata fatta intorno a quel Sindaco per motivi strettamente connessi con i suoi sentimenti solidali. Lucano, dall’animo ribelle, come si ricorderà, preferì coniugare all’ attività di primo cittadino quella del sentimento del reciproco aiuto, spinto soprattutto dal bisogno di rendersi utile agli altri, agli ultimi, a quelli con la pelle scura. Lo ha fatto derogando probabilmente dalle norme sull’emigrazione clandestina, ma caratterizzando il suo agire con un gesto di umanità che non ha pari: ha aperto le porte delle tante case abbandonate, ha dato un tetto ai disperati che hanno scelto il nostro paese per fuggire dalla fame e dalle sevizie ed è riuscito a realizzare un modello virtuoso con il quale non solo ha ripopolato Riace, quanto ha riaperto il borgo alla vita.
Una decisione presa nel ricordo di ciò che era accaduto non un secolo fa, ma vent’anni prima, quando Riace rischiò di essere abbandonata dai suoi abitanti. La disoccupazione era ancora più grave di oggi e molte abitazioni, che erano state danneggiate dalle intemperie del tempo, non potevano essere ristrutturate per mancanza di soldi. Fu una diaspora: interi nuclei familiari abbandonarono il paese e, con la valigia di cartone chiusa con un pezzo di corda, affrontarono il doloroso viaggio della speranza al Nord del Paese in cerca di un lavoro per poter sfamare i loro figli. Fu un periodo atroce! Nessuna differenza con gli emigranti di oggi. A Riace sono state sufficienti una decina di famiglie per ripopolare le strade. Tutte si sono rimboccate le maniche cimentandosi in lavori umili ma utili al paese. Lo hanno fatto in segno di riconoscenza.
Una vicenda che sul piano della sensibilità e della coscienza cristiana ha pervaso i sentimenti di parecchie persone, molte residenti anche in centri lontani da Riace. Per i calabresi il gesto del sindaco Lucano ha avuto il carattere della misericordia altro che “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
«Questo è il primo raggio di luce di questa vicenda», è stata la reazione di Mimmo Lucano appena ha avuto la notizia della sentenza della Cassazione. «Non meritavo quell’accusa, non dovevo subire le misure cautelari che mi sono state inflitte. Non le ritengo giuste. Io sono ultimo, debole, ma sono pronto a difendermi».
Profondo Lucano anche nel riferirsi al ministro dell’Interno. «Non intendo polemizzare con Salvini e con la sua parte politica, ma voglio fare emergere che essi argomentano solo servendosi di cattiverie e denigrazioni e un cristiano non può seguirli, perché i valori del cristianesimo sono antitetici a quelli che lui e la Lega rappresentano».
Stucchevole la risposta del segretario leghista: «Quello che ho fatto – ha detto – è stato per difendere l’interesse nazionale». La domanda che gli si pone è se anche la richiesta di aiuto fatta agli alleati di governo perché votassero “No” alla richiesta di autorizzazione a procedere della magistratura, rientrasse nella difesa dell’interesse nazionale.

*giornalista







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